Quelle pietre di Giudea e la strage degli innocenti

3 aprile 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

“E tu, Beth-Lehem, terra di Giuda, non sei la più piccola delle città, perché da te uscirà il capo che pascerà Israele, il mio-popolo”.

Questa citazione, scrive Matteo (1,6), fu la risposta degli esperti religiosi alla domanda del re Erode, messo in allarme dall’arrivo dei Magi che dicevano di avere visto la «stella» che annunciava la nascita del Re dei Giudei. Interpellati dal temibile monarca sul luogo di nascita del Messia «i sommi sacerdoti e gli scribi» non ebbero esitazione: poiché l’Unto, il Cristo, sarebbe stato discendente di Davide, la sua nascita sarebbe avvenuta nella patria stessa di quel grande re. Dunque nella «città del pane» (questo il significato, in ebraico, di Beth-Lehem), pur ridotta, dopo tempi gloriosi, a misero villaggio di un migliaio di abitanti, dediti a un’avara agricoltura e pastorizia di montagna. Così, del resto, aveva annunciato anche Michea, il profeta contemporaneo di Isaia; e così credevano, senza contestazioni, tutti coloro che scrutavano le Scritture.

Come informa lo stesso vangelo di Matteo, la borgata pagò a caro prezzo la gloria di avere dato i natali a colui nel quale i cristiani riconobbero il Messia: «Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Beth-Lehem e del suo territorio dai due anni in giù…» (2,16). Almeno 30 creature -i «Santi Innocenti» della liturgia cristiana- furono così massacrate dagli sgherri di un re che, ossessionato dalle congiure, non aveva esitato a sopprimere tre dei suoi figli perché non gli insidiassero il trono.

Anche a Betlemme, insomma, come in ogni altro luogo di quella che è la Terra Santa per tutti e tre i monoteismi, la gioia è indissolubilmente unita al dolore, la speranza affianca la tragedia. Il coro degli angeli festanti sopra la grotta della Natività è subito seguito dal «pianto e dal lamento grande di Rachele che piange i suoi figli», come scrive l’evangelista, citando il profeta Geremia.

Con Nazareth, luogo dell’Annunciazione e Gerusalemme, centro del Mistero pasquale, non c’è per i cristiani luogo più sacro di questa località della Giudea. Ad ogni Natale; ogni presepe è memoria di questo posto. Qui, tra l’altro, singolarità unica in Terra Santa, i fedeli possono pregare tra le stesse mura costruite dal primo imperatore cristiano, Costantino. In effetti, al tempo dell’invasione persiana nel VII secolo, solo la basilica della Natività fu risparmiata dall’incendio che distrusse ogni altro edificio sacro, grazie al bassorilievo sulla facciata che rappresenta i Magi e in cui gli invasori riconobbero gente del loro stesso popolo. Le angherie musulmane si spinsero sino a irrompere all’interno a cavallo (da qui l’abbassamento del portale che obbligai pellegrini a chinarsi ma che impedisce l’accesso agli animali) ma non giunsero sino alla distruzione. L’eco che il nome di Betlemme suscita tra i cristiani è tale che il Papa, nel messaggio del lunedì di Pasqua, non ha potuto frenare un istintivo grido di dolore alla notizia dei combattimenti proprio tra quelle strade ed ha implorato pace per tutta la regione ma in particolare per il luogo veneratissimo della Natività.

Queste pietre di Giudea che già videro la «strage degli innocenti» sono ora insanguinate dal confronto feroce tra i due popoli semiti, l’ebraico e l’arabo. Entrambi confidano nella legge del taglione (“occhio per occhio…”) che può sembrare efficace nel suo realismo brutale ed è invece terribilmente ingannevole. Proprio qui nacque il Maestro che fu mandato a morte perché, in un mondo devastato dall’odio, annunciava uno scandalo: il perdono, l’amore per i nemici, il porgere l’altra guancia, il disarmare l’avversario mostrandogli affetto invece che ostilità. C’è, nel vangelo, un messaggio che non sarà accolto da alcuno dei contendenti ma che potrebbe rivelarsi il solo risolutivo. Il paradosso, insomma, vecchio di venti secoli, eppure sempre attuale: il perdono che spezza la spirale delle vendette è la «politica» non solo più nobile ma anche più proficua.

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