“Non con Bin Laden ma neanche con Bush”

28 settembre 2001 :: Corriere della Sera, di Michele Brambilla

Fausto Bertinotti dice che per sconfiggere il terrorismo non ci vuole alcuna operazione militare: bastano i servizi segreti. Rossana Rossanda ha scritto sul manifesto che non sta né con Bush né con bin Laden.

Affermazioni che non stupiscono, visti coloro che le hanno pronunciate. Meno prevedibile, però, è che questi concetti siano condivisi da un uomo che non ha certo la fama di essere di sinistra, né tantomeno di flirtare con gli intellettuali engagé, e naturalmente politically correct. Eppure Vittorio Messori, il più noto scrittore cattolico italiano, l’autore di Ipotesi si Gesù e dell’unico libro-intervista al Papa, è d’accordo sia con il leader di Rifondazione (la guerra è inutile, anzi è pericolosa, il terrorismo lo si combatte con l’intelligence) sia con la Rossanda, che riecheggia quello slogan coniato da qualche intellettuale durante gli anni di piombo: “Né con lo Stato né con le Br”.

Messori, perché dice di non stare né con bin Laden né con Bush?

“Perché non stia con i terroristi, mi pare ovvio. Ma non posso stare neanche con Bush. Come si fa ad approvare quella che è il primo caso nella storia di guerra contro ignoti?”.

Veramente un “noto” c’è: Osama bin Laden.

“Appunto. Nella loro mentalità hollywoodiana, gli americani hanno sempre bisogno del capo della banda Bassotti, di qualcuno che faccia la parte del cattivo. Ma è chiaro a tutti che il problema del terrorismo non si può ricondurre al solo bin Laden”.
Contro il quale si è già schierata un’impressionante forza militare.

“E anche questo è grottesco. La più grande potenza del mondo e della storia schierata contro una singola persona, che poi non si sa neppure se sia davvero il responsabile dell’attentato alle torri gemelle”.

Uno spreco di energie?

“Sicuramente. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence. A cosa servono i missili e le fortezze volanti? A scovare un uomo che si nasconde nelle grotte? Mi pare insomma che la mobilitazione di un simile potenziale bellico sia un grossolano errore strategico, oltre che una scelta che può portare a conseguenze catastrofiche”.

Perché catastrofiche?

“Perché un’azione di guerra convenzionale, non ‘mirata’ –ad esempio un bombardamento, che inevitabilmente coinvolgerebbe anche chi non c’entra nulla con il terrorismo- andrebbe a ricompattare tutto il mondo musulmano, un mondo di cui ben conosco le potenzialità di odio e di violenza. E in quel caso si potrebbero aprire scenari apocalittici. Tenete presente che i musulmani sono più di un miliardo, e secondo le proiezioni demografiche tra cinquant’anni saranno più dei cristiani. L’Africa nera, ad esempio, una terra già cristianizzata da eroici missionari, sta passando in massa all’Islam. Si rende conto, Bush, di cosa vuol dire andare a sfruculiare una così enorme massa di persone?”.

Ma la necessità di combattere il terrorismo c’è, è reale.

“Certo, ma è una battaglia da condurre con altri mezzi. Altrimenti, si rischia di incappare nella famosa ‘eterogenesi dei fini’, cioè di ottenere il contrario di ciò che ci si prefiggeva. Un attacco militare americano avrebbe l’effetto di provocare in tutto l’Occidente la più grande offensiva terroristica della storia. Pensa che solo in Francia vivono cinque milioni di musulmani. A Berlino ce ne sono 400.000. Chi ci garantisce che nessuno di loro aderirà alla guerra santa? E da questi pericoli chi ci difenderà, le portaerei di Bush? Contro i terroristi, che per definizione vivono in clandestinità, la geometrica potenza americana non può nulla. Ricordiamoci che quelli dell’Eta, che in confronto ai guerriglieri islamici sono quattro scalzacani, negli ultimi venticinque anni hanno già fatto ottocento morti”.

Insomma, non si fida proprio di Bush?

“Dico solo che c’è il rischio che dia fuoco alle polveri dell’Apocalisse. E aggiungo che a Bush dobbiamo presentare un altro conticino. La Cia, i famosi servizi segreti cui è destinato gran parte del bilancio degli Stati Uniti, che garanzie ci offre? I terroristi che hanno colpito New York e Washington hanno impiegato mesi, forse anni per preparare gli attentati, coinvolgendo chissà quante persone. Credo che sarebbe bastata una qualsiasi portinaia per captare qualche voce. Ma la mitica intelligence americana non si è accorta di niente. Spero tanto di sbagliarmi, ma per adesso sono preoccupatissimo”.

© Corriere della Sera