Messori: nel Pontefice i ragazzi trovano il Mistero

4 febbraio 2002 :: La Stampa

Vittorio Messori, scrittore e persona molto vicina al Papa, non ha mai nascosto le sue perplessità sulle super-manifestazioni di fede. Ottocentomila giovani a Toronto, alla messa del Papa: che significato dare a questo evento? Che cosa vuole dire? «Ho sempre invitato i cattolici a non fare trionfalismi e cadere in facili entusiasmi. Perché una qualunque rockstar, in fondo, può radunare un numero eguale o superiore di giovani, e per di più paganti. Ad andare a sentire il Papa non si paga. E con circa cinquecentomila parrocchie in tutto il mondo, la Chiesa cattolica è la multinazionale più capillare dopo la Coca Cola. Possono anche mobilitare molti, molti giovani».
Vuol dire che c’è troppo trionfalismo, intorno a questi avvenimenti?

«Non dimentichiamoci ciò che accadde all’Azione Cattolica in Italia. Erano milioni, e in qualche mese nel ’68 si ridussero a qualche centinaio di migliaia. Mi infastidisce il trionfalismo. E se fossero stati anche di più, un milione, due milioni: questo vorrebbe dire molto poco. E soprattutto, soltanto il Padreterno sa che cosa li ha convocati lì. Perché molto spesso vanno e sono mossi dalle motivazioni più diverse, oppure sono inquadrati dai gruppi parrocchiali».

Non è una visione troppo negativa?

«Detto questo, e detto anche che il cattolicesimo alla chitarra non è il mio genere di cattolicesimo, devo dire che mi “convertii” nel 2000 quando vidi centinaia e centinaia di giovani in fila per confessarsi. Durante la Giornata mondiale della gioventù a Roma mi ricordo che dopo tutto il possibile trionfalismo, fu organizzata una giornata penitenziale. Vidi alla televisione quei ragazzi che aspettavano di confessarsi. Pensai che se anche soltanto uno di quei giovani avesse ritrovato la grazia, in virtù di quel baraccone, ebbene quel baraccone sarebbe stato positivo».

E’ indubbio che il Papa ha un rapporto molto particolare con i giovani…

«In tutte le tradizioni orientali si consiglia agli anziani di mescolarsi ai giovani, perché in quell’incontro passa una sorta di fluido, perché dicono che c’è una sorta di karma, di fluido che passando dai giovani alle persone anziane le rivitalizza. Questo ovviamente sarebbe cedere a una volgarità materialistica, se volessimo accettare solo questo tipi di spiegazione. Quello che io trovo straordinario nel rapporto di Giovanni Paolo II con i giovani è che spesso loro non capiscono, quello che dice. Materialmente non capiscono. Lo vedevo anche alla televisione: i sistemi di amplificazione provocano echi strani; il Papa poi vuole parlare in tutte le lingue, e spesso il suo accento è incomprensibile; anche perché la malattia gli ha deformato anche la voce. Per cui le folle dei giovani che si entusiasmano spesso ricevono solo dei gorgoglii, dei rumori; non riescono materialmente a capire quello che dice. Eppure si entusiasmano».

Questo in sé non è già un fatto positivo?

«La categoria dell’entusiasmo, secondo me, non è una categoria cristiana, perché di entusiasmi sono nutrite le folle sotto tutti i Palazzi Venezia della storia. E anche c’era entusiasmo intorno a un certo ingresso a Gerusalemme, il che dovrebbe metterci in guardia. Tutti i totalitarismi cercano di usare l’entusiasmo; che mi entusiasma poco. Ma è evidente che in questi giovani c’è anche qualche cosa di diverso. Che la categoria in cui rientra quel vecchio, di cui non riescono spesso neanche a capire le parole, rientra in un’altra dimensione, una dimensione a parte».

Bisogna forse anche dire che Giovanni Paolo II da giovane trasmetteva un messaggio di forza. Era «L’atleta di Dio», il «Trotamundo della Fé», il giramondo della fede. Adesso non si può certo dire la stessa cosa.

«Certamente. E non è che poi vadano lì a commuoversi e a dire: poveretto, come ci fa pena. Forse c’è anche questo, ma il sentimento prevalente è proprio l’entusiasmo, il bisogno di applaudirlo».

Come è possibile questo?

«Io credo che i giovani che partecipano a questi incontri si rendano conto in qualche modo di avere di fronte quello che in una prospettiva di fede è il Mistero».

Perché è il Papa?

«Sì, perché io credo che il servizio petrino, la figura del Papa, siano innanzitutto un enigma, prima ancora di essere un’istituzione».

Ma perché l’entusiasmo?

«Penso che l’entusiasmo di questi giovani sia in realtà un entusiasmo misterioso. Non è che si entusiasmino per i contenuti, che spesso non riescono fisicamente a sentire. E’ misterioso perché, con un gioco di parole, sentono di avere di fronte un mistero. Il mistero di un uomo che ti può dire delle parole che non ti deludono. Parole di speranza, parole di vita eterna, parole di una vita diversa. Quello che applaudono in fondo è questo simbolo, questa speranza: che qualcuno dica loro delle parole che finalmente non li fregano»

© La Stampa

4 commenti
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