Messori cancella il paradiso laico

26 luglio 2001 :: Brescia Oggi, di Antonio Sabatucci

Il cattolicesimo di Vittorio Messori scorre su due filoni essenziali: l’affermazione orgogliosa della verità della fede e lo scrupolo investigativo del giornalista d’inchiesta, dell’inviato tra i testi e le testimonianze che hanno scritto la storia di duemila anni di cristianesimo. Nella sua ormai lunga ricerca Messori ha incontrato laici e mistici, guaritori e miracolati, teologi e agnostici incalliti. Ha incontrato un papa, Giovanni Paolo II, che, per la prima volta nella storia del papato, ha voluto confessarsi in pubblico, scegliendo proprio lui come intervistatore. Da quell’incontro è nato il libro Varcare la soglia della speranza, tradotto in 53 lingue, così come in tutto il mondo contiuna a essere letto il primo libro messoriano, Ipotesi su Gesù, che solo in Italia ha venduto quasi due milioni di copie, con una edizione addirittura in braille, per non vedenti. Nei giorni scorsi lo scrittore emiliano (con studi a Torino e residenza attuale a Desenzano) ha mandato in libreria, Uomini, Storia, Fede, edito dalla rizzoliana Bur, una ricca antologia dei tre volumi, pubblicati dalla San Paolo, ancora in catalogo (Pensare la storia, La sfida della fede, Le cose della vita). Quei libri raccoglievano gran parte dei testi della rubrica Vivaio che Messori aveva tenuto per anni sul quotidiano cattolico Avvenire. Vivaio era una rubrica assai seguita, tanto che quando Messori decise di chiuderla, gli arrivarono oltre seicento lettere di protesta, per rispondere alle quali dovette ricorrere all’aiuto della moglie, la signora Rosanna. Spiegò che nulla era eterno, meno che mai una rubrica su un giornale. Ancora oggi lo scrittore riceve continue espressioni di rammarico per l’interruzione di quell’appuntamento bisettimanale, che era diventato così popolare che molti parroci lo prendevano come spunto per l’omelia domenicale: per approvare o per polemizzare.

Uomini, Storia, Fede parla dei personaggi più rappresentativi del Novecento, da Freud a Solzenicyn, da Martin Luther King a Hans Küng, da Sciascia a Umberto Eco, ma getta anche uno sguardo lucido, e talvolta provocatorio, sui temi emergenti della nostra contemporaneità, sui conflitti che si porta dentro l’incontro del cristianesimo con l’Islam, dopo l’arrivo nelle nostre città di milioni di individui provenienti dai paesi musulmani. E in questo senso è assai significativo che il libro porti una prefazione del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, che sui rischi che la diffusione dell’Islamismo potrà comportare per la fede cattolica è stato assai esplicito.

Messori, si riconosce nel cattolicesimo guerriero del cardinale Biffi?

«Il cardinale Biffi volle fare la prefazione al primo libro -Pensare la Storia- dei tre da cui è tratta questa antologia. Chi legga quelle pagine che, generosamente, il cardinale ha voluto dedicarmi si accorge che non c’è nessuno “spirito guerriero”: c’è solo, semmai, un grande amore per la verità e la consapevolezza della serietà con cui va accettato il Vangelo. Bisogna reagire alla deformazione secondo la quale chi cerca di vivere il cristianesimo così com’è e non come piacerebbe che fosse al nostro attuale conformismo, sarebbe un “pericoloso integralista”. Biffi è un vescovo della Chiesa cattolica, dunque un maestro della fede: fa il suo dovere cercando di annunciare, appunto, la fede, e non un buonismo che strappi applausi nel salotto televisivo di Maurizio Costanzo».

Biffi smonta la retorica del dialogo a tutti i costi, che definisce una strana specie di masochismo ecclesiale. Lei cosa ne pensa?

«Perché il dialogo sia autentico e proficuo, bisogna che ciascuno degli interlocutori dichiari chiaramente la sua prospettiva e sia disposto a confrontarla con rispetto ma anche con fermezza. Altrimenti, se uno dei due si scusa di esistere ancora, magari diffamando i fratelli nella fede che lo hanno preceduto (come avviene, purtroppo, per tanti uomini di Chiesa “dialoganti”) non c’è più dialogo ma solo un monologo. Coloro che non la pensano come i cattolici hanno il diritto di sapere quale è la fede dei cattolici. Annunciarla con chiarezza non è un’offesa ma un dono per i fratelli, che devono conoscerla nella sua interezza per liberamente accettarla o, altrettanto liberamente, rifiutarla».

Lei, nel libro, pur dicendo di accettare la tolleranza, ironizza sui cattolici praticanti che fanno collette per aiutare i mussulmani a costruire moschee.

«Io non “dico di accettare” la tolleranza : non solo l’accetto, ma la pratico sino in fondo. Non ho alcuna nostalgia di una società clericale, dove il parroco faccia anche la parte del sindaco e del maresciallo dei carabinieri . E sono convinto che il Dio cristiano stesso ha voluto, misteriosamente, che accanto alla fede in Lui coesistessero diverse religioni. Rispettandole, dunque, rispetto il piano di Dio. Quanto all’Islam sono pronto a confrontarmi: ma è l’Islam che, come si sa, rifiuta il dialogo e disprezza chi lo pratica come segno di debolezza. Inoltre non si dimentichi che mentre nei Paesi islamici i cristiani sono spesso perseguitati ed è vietato il loro culto, a Roma (col consenso del Vaticano) hanno costruito la maggiore moschea d’Europa. Mi va benissimo, ma mi andrebbe ancor meglio la reciprocità: che ciascuno sia libero di praticare la sua fede, sia qui che tra i musulmani».

Lei affronta il tema dell’ateismo attraverso alcuni personaggi che lo praticarono, come Prezzolini. Tra l’ateismo tormentato di Sciascia e l’agnosticismo spietato di Moravia, lei sembra non avere dubbi su chi meriti più rispetto. E’ così?

«Quello di Moravia non era un “agnosticismo spietato” ma, con tutto il rispetto, solo sciocco, disinformato, superficiale. Come tutto, sia detto con rispetto, in quello scrittore, di una banalità e di una monotonia singolari: la sua era una sorta di monomania sessuale, talmente grigia da sembrare da ragioniere dell’eros. Non a caso, fino a quando Moravia è stato in vita era considerato una star di un certa cultura laica: il giorno dopo la morte è stato dimenticato e credo che i giovani non sappiano neanche chi sia. Parlando sempre con il dovuto rispetto, anche Leonardo Sciascia, che ho conosciuto, è stato sopravvalutato e non credo che valesse granché, né come scrittore né come pensatore. Se non altro, in lui, l’agnosticismo conviveva con il rispetto per le posizioni del credente e con un certo tormento che l’ha portato, in morte, a chiedere i sacramenti e a volere che nella bara gli fosse messo un rosario tra le mani. Come, del resto, ha fatto -e fa- la maggior parte dei cosiddetti miscredenti: non hanno bisogno, dicono, della religione. Fino a quando, però, non si trovano a tu per tu con il mistero della morte».

Un altro laico, Umberto Eco, invece, si dichiara convinto di andare in Paradiso e avanza qualche dubbio che lo stesso accada a lei, Messori, nonostante le cose che scrive e la sua aperta professione di fede. La cosa la preoccupa?

«Ogni credente deve essere umilmente consapevole delle sue colpe e dei suoi peccati e prendere sul serio gli avvertimenti di chiunque. Eco, comunque, dicendomi questo, voleva solo fare un’ironica battuta, per ricordare che non basta scrivere libri “religiosi” per esserlo davvero. In questo ha perfettamente ragione. Comunque, a differenza di Moravia, stimo molto l’intelligenza di Umberto Eco. Proprio per questo, come mi è capitato di dirgli, mi fa un po’ arrabbiare: sino all’università è stato un credente impegnato, tanto da essere addirittura un dirigente nazionale dei giovani di Azione Cattolica. Poi, ha scoperto la cultura “laica” e mi pare che abbia disperso la sue doti certamente singolari per fare cose “eleganti”, liberal, che suscitassero ammirazione e applauso fra i lettori dell’Espresso e di altri giornali di quella che i francesi chiamano “la sinistra al caviale”. Poteva essere uno straordinario pensatore cristiano e invece ha perso tempo a fare giochi di parole, enigmistica, sfizi raffinati, libri godibili ed eruditissimi ma, tutto sommato, piuttosto superflui. Ma non è mai troppo tardi, anche se a gennaio il Nostro compirà 70 anni: la speranza è che ritrovi la prospettiva della sua giovinezza. Per la cultura cristiana, un Eco ritornato sarebbe una grande ricchezza, pochi hanno la sua verve, la sua cultura, il suo senso del pubblico».

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