Meno penitenza e più sms: ecco le nuove leve di Cielle

19 agosto 2002 :: La Stampa, di Giacomo Galeazzi

Per andare al Meeting Sara, 25 anni di Milano, ha interrotto le vacanze in Sardegna. «Mezz’ora fa ho ricevuto un sms dalle mie amiche rimaste là- sorride- mi chiedono notizie dei “Papa boys”…». Francesco, 36 anni, è appena arrivato dall´Umbria con la fidanzata e la station wagon carica di valigie. «Resto tre giorni a Rimini- spiega senza imbarazzi- poi cambio spiaggia e proseguo per la Croazia». Tra le nuove leve cielline niente languori penitenziali né velleità pauperistiche. Diversi dai “duri e puri” del gruppo storico di Comunione e Liberazione? Quel tanto che basta per adattarsi al cambio di millennio. I liceali che per primi accolsero la chiamata di don Giussani oggi hanno cinquant’anni o più. Si riconoscono dall’aria pragmatica e dalla poca consuetudine con la nostalgia. Non rievocano volentieri le sprangate prese negli anni di piombo e considerano i giovani del movimento alla stregua di reclute da addestrare. «Me li ricordo a Torino nelle facoltà occupate- ricorda lo scrittore Vittorio Messori, profondo conoscitore della “galassia Cl”- in un diluvio di pugni chiusi, bandiere rosse e slogan incendiari, alzavano cartelli con frasi del Vangelo». Identici nel look da contestatori ai loro coetanei di Lotta Continua e Servire il popolo. Capelloni e jeans a zampa d’elefante. Modi spicci e per nulla curiali, lessico politicamente scorretto e scarsa attitudine a porgere l’altra guancia. Mille volte più disinvolti dei pensosi intellettuali dell’Azione Cattolica, sempre ben pettinati, in giacca e cravatta. A guidarli erano preti alla don Camillo, andavano contro corrente mentre per poco Marx non finiva tra i padri della Chiesa. Non si curavano troppo di essere bollati come fascisti. Nel “nucleo storico” dei ciellini la percentuale dei convertiti era altissima. Zero prudenze da sagrestia, quindi, e linguaggio spiccatamente laico. Negli anni Settanta, Cl divenne un´oasi di strenua, virile difesa dell’identità cattolica, mentre il mondo ecclesiale diventava pallido, decadente, preda di sociologismi e terzomondismi sessantottini, quaresimale, un po’ ipocrita, senza ormoni, così costellato di buone maniere insinuanti da produrre un “effetto respingente” su Umberto Eco, ex dirigente nazionale dell’Azione Cattolica. Ancora oggi quando in una riunione dei Focolarini o dell’Opus Dei scappa una parolaccia pesante, cala il silenzio e c´è sempre qualcuno che tossisce imbarazzato. Se la stessa cosa accade a Cl, non ci fa caso nessuno o magari rispondono con un´altra parolaccia. Degni eredi del cantautore Claudio Chieffo e dei primi ciellini che nelle università rispondevano coi canti religiosi agli inni a Che Guevara. Un cristianesimo tosto, battagliero, disposto a difendere a spada tratta la dottrina sociale della Chiesa da chi la riteneva un trucco dei padroni per ingannare gli operai. Spirito libero, curiosità, fede che si fa cultura. «Non parlavano di San Tommaso ma erano degli autentici anticonformisti perché interpretavano tutto alla luce dell’incontro con Cristo- evidenzia Messori- adesso che la religione è in voga, i loro figli e nipoti diventano a rischio di omologazione». I seguaci originari di Giussani erano considerati fuori dal tempo, una scheggia curiosamente anacronistica nell’arcipelago ecclesiale scosso dal post-Concilio. Ora, in epoca di “Papa-boys” e congressi eucaristici trasformati in concerti rock, essere ciellino può apparire meno caratterizzante. Marco, 30 anni, siciliano, il logo del Meeting accanto alla griffe della polo, confronta il suo nuovo modello di cellulare con quello pubblicizzato su una rivista. «Sono un patito delle nuove tecnologie-racconta-che c’è di male se cambio telefonino con una certa frequenza? Non è su simili dettagli che si misura il valore di una persona. Diffido istintivamente di chi non ha qualche passione o debolezza: è come se mi stesse nascondendo qualcosa». I “vecchi” di Cl, a chi li accusava di risultare troppo dialettici e aggressivi, replicavano con le parole del loro fondatore: per essere se stessi bisogna imporsi. Negli anni eroici del movimento per restare cristiani i ciellini si sono fatti largo a spallate. Mentre l’Azione Cattolica passava da tre milioni a trecentomila iscritti, loro crescevano ininterrottamente. Nel numero e, man mano, nelle entrature in Vaticano. Intanto diminuivano i vescovi che nelle diocesi li confinavano ai margini dell’attività pastorale. Negli anni Ottanta a don Giussani cominciarono a riconoscere la funzione di catalizzare le energie dei giovani. Forse l’eco che ha avuto è al di là di quello che egli stesso si aspettasse. Ha capito tempestivamente che c´erano da rilanciare le verità cristiane che erano state dimenticate. Ha fatto una rivoluzione con le armi della tradizione. Ha detto cose scontate, si è limitato a fare il prete normale quando le gerarchie sbandavano a sinistra. Ha prodotto un mix esplosivo, sconvolgente, senza proclamare sostanzialmente nulla di nuovo. Il Vangelo è una storia ed essere cristiani equivale a riconoscere l´incontro personale con Gesù Cristo. Prima viene la fede, poi l´etica. Le nuove leve che accorrono al Meeting con i telefonini cool e, in tasca, i biglietti per le vacanze non sono poi così lontani dai pionieri del movimento che cantavano Gesù negli atenei di Potere Operaio. E´solo che adesso la fede va di moda, loro appaiono meno originali e il pericolo-omologazione scaccia un po’ d’eroismo.

© La Stampa