L’equivoco sul Sillabo e la scelta conformista

20 giugno 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Il buon vino delle colline del Garda, i glutei prosperosi delle lavandaie chine sul lago, il sole raggiante che scaccia nebbie e fantasmi. Tutto questo -a contrasto con mestizia e ascetismo cristiani- cantava a Desenzano, da dove scrivo, Giosuè Carducci, per anni commissario agli esami di maturità al liceo Bagatta. Erano gli anni del Sillabo con il quale, per quel corrusco Venerabile del Grande Oriente, la Chiesa vergava l’epitaffio per la propria tomba: il secolo Ventesimo avrebbe visto la fine della decrepita istituzione, l’edera sarebbe cresciuta sulle rovine di San Pietro. Ben più di un secolo è passato da quando Carducci veniva qui a vagliare liceali, il cui futuro sarebbe stato libero da preti. Ed ecco che il tema proposto alla maturità chiede ai giovani di «illustrare una importante fase della storia» di una Chiesa che non è solo sopravvissuta ma ha giocato e gioca, con la sua svolta, un altrettanto «importante ruolo nel contesto italiano e internazionale». Così i pedagoghi ministeriali che, in verità, non sembrano esenti da un certo schematismo benpensante. Quello che ignora, ad esempio, che intenzione di Giovanni XXIII era di concludere il Concilio con la canonizzazione per acclamazione proprio di Pio IX, il papa del Sillabo da lui veneratissimo. E che ignora che i documenti del Vaticano II sono in continuità con quelli di tutti i venti Concili precedenti e che il «modernismo» è tuttora condannato. E’ per questo sospetto di conformismo alla vulgata edificante del «papa buono» perché aperto (e non era affatto così) alla modernità, che riteniamo giusto abbassare il voto agli autori della traccia. Non scendiamo però all’insufficienza, apprezzando la buona volontà. Ed apprezzando anche che si sia sottolineato come ciò che succede nella Chiesa riguardi -e, paradossalmente, oggi più che mai- la società tutta intera, non soltanto devoti e vaticanisti.

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