Le parole di un padre

7 gennaio 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Leggendo il testo italiano della Lettera Apostolica di chiusura del Giubileo e non avendo avuto la possibilità, per un problema tecnico, di consultare la versione in latino, mi chiedevo come questo documento potesse suonare in quella che è pur sempre la lingua ufficiale della Santa Sede. Come rendere nel latino solenne, austero, conciso, della tradizione ecclesiale questa che sembra non una consueta Pontificalis Epistula, ma proprio la lettera di un padre che, con i suoi figli, fa il bilancio di un anno importante, tra successi, delusioni, problemi, e traccia con loro le strade da percorrere nel tempo che incomincia? Il documento, un’ottantina di pagine, trae il titolo, come da millenaria consuetudine, dalle parole iniziali che sono, per l’appunto, in latino: Novo Millennio Ineunte, all’inizio del nuovo millennio. Ma i suoi contenuti, più che di un Sommo Pontefice qui sibi nomen imposuit Johannes Paulus Secundus, sembrano di don Karol, parroco del mondo. O, se si vuole, di un nonno saggio, ricco di esperienza e di fede, che consegna a figli e nipoti le pagine del suo diario, al termine di una fatica impegnativa quanto esaltante vissuta insieme. Ci sono, addirittura, termini colloquiali, come quando l’autore confida di essere stato «spiazzato» dagli eventi: come suonerà, nel latino ciceroniano della Curia, questo verbo che è messo tra virgolette proprio per marcarne l’ uso disinvolto? Don Karol ci rivela persino di essersi «soffermato a guardare le lunghe file di pellegrini in attesa di varcare la Porta Santa», confermando così quanto avevamo sentito sussurrare: soprattutto in queste ultime settimane, ogni tanto, da dietro le tende del suo studio, «spiava», non visto, verso la piazza, commovendosi a tal punto da infrangere ancora una volta la tradizione, che lo voleva affacciarsi alla finestra solo durante le feste liturgiche. E invece, da qualche tempo, si affaccia quasi a ogni mezzogiorno: non per parlare, ma per recitare, assieme a quei suoi figli in coda, l’Angelus mariano. Comunque, al di là del tono, i contenuti della Lettera sono di festosa soddisfazione, di umile ma al contempo fiera consapevolezza che il Vangelo è stato riannunziato, che la Grazia è scorsa con l’ accorrere delle folle ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. Sin dall’ inizio del pontificato, ricorda, pensava con desiderio all’ opportunità pastorale offerta alla Chiesa dal duemillesimo «compleanno» di Gesù Cristo. Il traghettamento nel terzo millennio, con lui al timone (come ardentemente desiderava), è felicemente avvenuto. Ora, ricorda, si tratta di reagire a una tentazione: «Non è a un grigio quotidiano che dobbiamo tornare dopo l’entusiasmo giubilare. Al contrario il pellegrinaggio ci ha come sgranchito le gambe per il cammino che ci attende». Il lettore attento noterà in questo documento la riconferma – tanto discreta quanto ferma – di una ortodossia che, secondo certi superficiali, questo papa tenderebbe a scavalcare. Proprio come i vecchi curati, don Karol, in quanto parroco del mondo, è paterno e bonario nei toni, quanto roccioso in ciò che riguarda il deposito della fede. Ecco, allora, che il solo documento citato non nelle note ma nel testo stesso è il Dominus Jesus firmato da Ratzinger e da lui controfirmato: il richiamo a quelle pagine contestate è proprio al loro centro, alla affermazione che dialogo non significa sincretismo o abbandono della identità cattolica. L’ unicità di Cristo, ricorda il Papa in piena sintonia con il suo Prefetto della Fede, «non è un’opinione, ma una notizia certa che abbiamo il dovere di annunciare». Da qui, ribadisce, nessuna discussione sul mantenimento della rete missionaria. Sempre in esplicito accordo, poi, con un altro documento recente – esso pure contestato – dell’ ex Sant’ Ufficio, ecco l’attenta terminologia: quelle dei cristiani greco-slavi (scismatici, ma non eretici) sono chiamate Chiese. Con la maiuscola. Ma, nel fare l’elenco dei «cristiani separati», dopo queste «Chiese d’Oriente» si parla della «Comunione anglicana e delle comunità ecclesiali nate dalla Riforma». Abbracci per tutti, riconferma di una incrollabile volontà ecumenica. Eppure, nessuna confusione, a ciascuno il suo, come il teologo bavarese ha ricordato: una «comunione ecclesiale» (luterana, calvinista, pentecostale) non è una «Chiesa». Alla fine del Grande Giubileo, dunque, come un monito di questo padre ai cattolici: il doveroso spirito nuovo non pone in discussione le esigenze di una Verità di cui egli, come ogni Papa, non è padrone ma servo, non creatore ma custode.

© Corriere della Sera