La traccia sul Pontefice ripete gli errori della tv

21 giugno 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Anche i professori guardano la televisione. Persino quelli convocati poi come esperti dal Ministero dell’Istruzione per stabilire i temi alla maturità. Così, quei severi pedagogisti, devono essersi concesso lo svago di vedere le due puntate del recente sceneggiato su quello che, con melensa e insopportabile espressione, è chiamato «il Papa Buono». Quasi a sottendere che erano «cattivi» quelli che l’hanno preceduto e seguìto.

Poiché nessuno è onnisciente, i valentuomini ministeriali non debbono essersi accorti che quelle immagini televisive erano fiction. “Finzione”, cioè: ottimo, colorato spettacolo ma senza quasi agganci con la realtà. Il regista aveva dato forma e immagine al Giovanni XXIII del mito che poco o nulla ha a che fare con quello della storia. Il Papa dell’enciclica che intimava il ritorno al latino, il patriarca di Venezia in dura polemica con i social-comunisti, il vescovo di Roma che impose ai suoi preti di rindossare la tonaca, l’uomo giunto al pontificato solo grazie al suo grande elettore, il «carabiniere della fede» Ottaviani, insomma quel conservatore coriaceo che fu l’Angelo Roncalli autentico, era trasfigurato, nel film televisivo, in un progressista in lotta solitaria con i vecchiùmi della Curia. E il «suo» Concilio (in realtà, postogli come condizione, in Conclave stesso, proprio dal Prefetto del Sant’Uffizio, il presunto «oscurantista» Ottaviani), il «suo» Vaticano II dunque, avrebbe dovuto rappresentare una rottura con la Tradizione. Uno schiaffo liberatore sui volto mummificato di un Tardini che, in realtà, fu proprio il nuovo papa a scegliere come Segretario di Stato.

Il segno lasciato sui professori da quel film è evidente nel tema proposto ai liceali. E ha ragione il collaboratore dell’Osservatore Romano (che, peraltro, non va confuso con la Santa Sede), a denunciare l’identificazione tra modernità e modernismo. Per cui, condannando duramente questo, la Chiesa avrebbe condannato pure quella. Giusta anche la polemica su una lettura della storia della Chiesa secondo la quale il Vaticano II avrebbe rappresentato non una continuità, come fu, ma una rottura. Io stesso ieri (pur ancora all’oscuro delle reazioni dell’Osservatore) esprimevo qui le medesime impressioni. Ma mi sia però concesso di ricordare -per quanto conta- che rimase isolata la mia protesta per l’operazione fuorviante praticata dalla tv sulla figura autentica di quel grande, fedelissimo papa che fu Giovanni XXIII. Dalla stampa cattolica si levò invece un coro unanime e compiaciuto di lodi per quella fiction. Quasi che anche per i credenti il papa «del mito» fosse più accetto di quello «della storia». Perché, dunque, lagnarsi ora quando si tacque (anzi, si elogiò) allorché alla sterminata platea televisiva fu ammannita come una fedele ricostruzione storica un’ideologia buonista e politicamente corretta?

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