La mia Torino e lo spettro del silenzio

23 ottobre 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Dai cinque anni sino ai trentotto ho vissuto a Torino. Lì, ho fatto tutte le scuole, dalle elementari accanto alla drogheria che fu della famiglia di Gobetti; al liceo d’Azeglio, dove nacquero la Juventus e la Giulio Einaudi Editore; sino a Palazzo Campana, con i corsi universitari dei grandi della Scuola, tutta torinese, di Giustizia e Libertà. Il mio primo lavoro fu all’ufficio stampa della già allora centenaria Società Editrice Internazionale, fondata da don Bosco stesso. Seguirono dieci anni a La Stampa, sulle rive del Po, sul terreno della prima officina Fiat di corso Dante. Per farla corta: credo che pochi torinesi di antica generazione possano esibire un curriculum più subalpino di me, emiliano di Sassuolo. «Una città puoi amarla davvero solo se non ti è stata madre, ma ti è diventata amante», diceva il langarolo Cesare Pavese, cercando di spiegare a se stesso la passione gelosa e ombrosa per Torino. Riconosciuta ogni ovvia distanza, è stata anche la mia esperienza: ho molto amato ed amo la vecchia, malinconica, eppur splendida città «lontana e sola», che tra quattro fiumi, ai piedi della collina, spalanca corsi interminabili ed enormi piazze in attesa di cortei trionfali che non sono mai sfilati e mai sfileranno. E dove, invece, sempre più numerose, sembrano passare processioni di fantasmi. Gli spettri, cioè, di quel che qui è nato, qui è cresciuto vigoroso e poi se ne è andato o è morto. La mia generazione è l’ultima che abbia ancora il ricordo della capitale dell’eleganza e dell’Ente Moda; la capitale dello spettacolo e dell’informazione, con l’indirizzo più famoso d’Italia, «Rai, via Arsenale 21»; dell’editoria colta, che forniva al Paese la maggior quantità di libri per gli studi; degli scintillanti Saloni dell’auto, della tecnica, dell’abbigliamento.

Era la capitale della telefonia e, ancor prima, della cinematografia; dello sport, con due club calcistici leggendari; delle squisitezze di un’industria di dolci e di liquori raffinata; della medicina stessa, con quei primari universitari -Achille Mario Dogliotti in testa- dai quali pellegrinavano infermi da tutta Europa. Capitale persino religiosa, con le Case generalizie della maggiore delle multinazionali cattoliche, la Società Salesiana, e dei Missionari della Consolata, presenti in ogni continente. Non ci mancava proprio niente, a noi di Torino: se cercavamo un numero telefonico, lo facevamo sugli elenchi composti e stampati da noi; per prendere un treno, sfogliavamo l’orario Pozzo, il solo ufficiale e, naturalmente, anch’esso cosa nostra; per cambiare casa, avevamo tra noi la maggiore agenzia immobiliare del Paese; sotto la Mole stava anche la più grande e famosa agenzia pubblicitaria.

Di tutto questo, nulla, o quasi, rimane: Milano, Roma (o la Morte) si sono spartite le spoglie della capitale che conquistò un regno per esserne subito declassata a periferica provincia; che, caparbia, cercò e raggiunse altri primati che, ancora una volta, non seppe o non poté trattenere. Ora, però – impensabile fra tutto – ora è la stessa Fiat che periclita.

Nessuno, se non un torinese che abbia i miei anni, nessuno può comprendere quali risonanze, quale massa di emozioni aggrovigliate risvegli il semplice suono di quelle quattro lettere dal sapore biblico. E nessuno come noi, torinesi ormai stagionati, arretra – sgomento prima ancora che dolente – davanti alla prospettiva inaudita che scenda il silenzio su Mirafiori. O anche solo che dei signori venuti da Detroit, Michigan, si siedano da padroni sotto l’orgogliosa tela di Lorenzo Delleani I Fondatori della Fiat. Non a caso, in A che punto è la notte , con l’intuizione degli artisti, Fruttero & Lucentini trasformarono in realtà metafisica quella che per noi non fu un’azienda pur grande, ma un dato di fatto naturale, ineluttabile, fatale, della nostra vita. Noi, per i quali la scritta del gigantesco portale che sovrastava l’imbocco dell’autostrada per Milano («Fiat: Terra, Mare, Cielo») non era arroganza aziendale, ma l’ovvia constatazione di un destino chiamato a sfidare il tempo e gli uomini.

Noi, che crescemmo all’interno del cerchio di ferro e di fuoco disegnato da Lingotto, Mirafiori, Avio, Ricambi, Autocarri, Fonderie, Grandi motori, con al centro i due palazzoni bianchi dello stato maggiore sul corso Marconi, noi, dunque, potevamo anche chiamare -come tutti- La Feroce l’azienda, La Busiarda il suo giornale, ‘l Cit e Gram, il piccolo e cattivo, il suo presidente, Valletta professor Vittorio. Ma eravamo come chi, nel malumore, si lasci andare a una imprecazione contro il Cielo: ne afferma l’esistenza e il potere nello stesso tempo in cui lo offende. Comunque, sapevamo che dall’Olimpo, paternamente, compativano, mentre preparavano bilanci impressionanti, che sembravano volere dare la scalata al mondo. L’Urss stessa non era forse venuta, cappello in mano, a chiedere che i torinesi si degnassero di costruire le loro auto anche sul Volga? E l’autostrada per Savona non fu costruita per caricare di Fiat i convogli di navi che salpavano per l’America?

Da vent’anni e più, ormai, faccio parte della troppo folta schiera di chi ha lasciato la vista protettiva della Collina a Est e delle Alpi a Ovest, al fondo delle «dritte vie corrusche di rotaie», per dirla con Gozzano. Sapevo, pur da lontano, che le cose cambiavano, che la Torino monarchia della ex Feroce era sempre più soltanto un ricordo della mia giovinezza. Ora, però, ciò che per alcuni pessimisti potrebbe incombere è, addirittura, lo spalancarsi di un Buco nero. Che Dio non voglia: dentro, assieme a molto della città che resta, precipiterebbe anche gran parte di noi. Noi che avevamo vent’anni quando, sulle rive del Po, si aprì la grande esposizione universale «Italia 61», giusto mentre si celebrava l’ingresso tra le «metropoli» con il superamento del milione di abitanti. Ebbene, proprio in quel lontano mattino di festa, vedemmo il presidente della Repubblica, Gronchi, inchinarsi ossequioso davanti al presidente della Fiat, Valletta. Sic transit, con quel che segue? Il cuore, forse sbagliando (gli dèi non puniscono i superbi?) vorrebbe che almeno per una volta non fosse vero.

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