Il Vangelo colorato

12 agosto 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Per un laico, è sin troppo facile distrarsi dalle preoccupazioni per vertici e tute bianco-nere, divertendosi con l’imprevista pochade dell’arcivescovo nero che, ormai settuagenario, sveste talare, fascia rossa, croce dorata, per indossare un frac e così impalmare una formosa odontotecnica coreana, sceltagli da un santone tra i più pittoreschi. Divertente, certo, per un laico. Né si saprebbe come dargli torto. Si può, invece, cercare di sapere quali siano i pensieri di un credente, di un cattolico, davanti a questa vicenda. Non c’è soltanto, qui, la tristezza per un sacerdote -anzi, per un membro della Gerarchia- che sceglie una strada di rottura con la Chiesa. C’è ben di più : il rammarico, cioè, per una possibilità fallita, per una speranza brutalmente delusa. Parlo per diretta esperienza: fui a tavola con Emmanuel Milingo, in un incontro ristretto che durò ore; lo osservai mentre, in una basilica strapiena, celebrava una delle sue sconvolgenti liturgie di guarigione; mi accadde persino di difendere in pubblico il suo diritto di cittadinanza nella Chiesa contro i «professori», i teologi professionisti. Perché proprio qui è il punto: questo presule giunto dall’Africa Nera sembrava confermare che il futuro del cristianesimo nel Terzo Mondo non è per niente affidato alla vulgata clerico-marxista, esportata tra i poveri -con un atto di colonialismo culturale- da teologi europei e nordamericani, eccitati da anacronistiche ideologie occidentali. Le teologie della liberazione (tuttora attive, malgrado la fine miseranda delle illusioni comuniste) sembrano parlare in spagnolo, in portoghese, in swahili ma vengono in realtà da testi accademici elaborati nelle facoltà tedesche, francesi e, non di rado, romane. Per chi voglia vedere, il risultato è tanto chiaro quanto drammatico: c’è una ragione prioritaria se oggi l’America Latina si avvia a diventare un continente ex-cattolico, se in Africa Islam e sètte cristiane sgretolano il lavoro di generazioni di missionari eroici. E la ragione è proprio questa: a popoli affamati di «religione», di sacro, di trascendenza, di miracoli, di santi, di presenza materna mariana, di penitenza e di festa, ecco che dei preti trasformati in agitatori politici, in leader sindacali, hanno imposto i comizi di un vangelo trasformato in un manuale dell’impegno socio-economico. Così, proprio quel «popolo» che si voleva conquistare si è congedato dalla Chiesa ed è andato a cercare altrove ciò di cui aveva bisogno. Passando magari, per reazione, da un estremo all’altro: le sètte che arruolano più seguaci sono quelle apocalittiche, quelle per le quali l’impegno politico nel mondo non è solo inutile ma sacrilego. Ebbene: l’arcivescovo emerito di Lusaka sembrava realizzare un’altra strada, quella di una «inculturazione» rispettosa della storia e della psicologia delle masse terzomondiali (e non di quelle soltanto, se si guarda al seguito di cui godeva tra la gente anche in Occidente). La strada di Milingo pareva quella della ricerca di una religiosità popolare che desse spazio alla fisicità della fede, alla gioia che suscita, ai carismi, al bisogno di esternare il sentimento religioso. Anche con quel canto, con quella danza, con quella gestualità, con quell’annuncio gridato che la fede non salva solo l’anima ma anche il corpo, che il nero arcivescovo non esitava a praticare in prima persona. Strada ortodossa, quella milinghiana. Tanto da suscitare, anche per questo, la reazione di certi teologi, per i quali il peccato imperdonabile è essere «troppo cattolici»: e, dunque, credere ancora in cose «indegne di una fede adulta» come miracoli, diavoli, angeli, paradisi, inferni. I risultati non sono mancati: in molti luoghi, alle chiese semivuote perché trasformate in disadorne sale da dibattito, con una liturgia legnosa e una fede tutta orizzontale, dedita al confronto sull’ultimo telegiornale, facevano contrasto -in Africa ma anche da noi- folle talmente vaste ed entusiaste da richiedere spesso l’intervento della forza pubblica. Quasi un insperato ritorno al Medio Evo (e questo, per noi, è un complimento tra i maggiori), con quelle sue piazze strapiene, attorno a qualche frate carismatico. Alla san Bernardino da Siena, per intenderci. E invece, un giorno, una notizia d’agenzia ci ha colti di sorpresa: questa strada cattolica -così moderna proprio perché così antica- era stata abbandonata da monsignor Emmanuel Milingo. Ci sono in questa vicenda aspetti enigmatici; c’è qualcosa di misterioso, che sembra sfuggire alle categorie solo umane, nella decisione dell’arcivescovo africano. Può darsi che una qualche pezza per coprire alla meglio lo strappo sia trovata. Ma è inutile illudersi: comunque vada, la sua avventura, all’interno della Catholica, è terminata; la sua persona, e il suo personaggio, sono ormai compromessi. Ma la Chiesa è paziente e sa rispettare l’enigma di una Provvidenza che, ai nostri occhi limitati, sembra talvolta crudele. Se Milingo se ne va per la sua strada, con la sua coreana messagli al fianco dal Messia di Seul, qualcun altro sarà chiamato a prenderne il posto. Qualche altro credente dal volto nero saprà donare al suo popolo un vangelo fedele e al contempo «colorato»; saprà ricordare a tutti i cristiani, quale che sia la loro pelle, che ciò che davvero conta non è affidato alle teorie degli intellettuali ma all’istinto di quel popolo che ha sempre avvertito che la fede è vita, è passione, è gesto, è carisma. Non è solo schematismo teologico.

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