Il Papa, il Parkinson e la Croce

17 maggio 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Sospira, un po’ imbarazzato, l’autorevole geriatra cui leggo i testi d’agenzia. Mi dice: “Sono cattolico ma anche medico, sono uno specialista che ha a che fare ogni giorno con anziani affetti da morbo di Parkinson. E’ dunque con disagio che mi permetto di dire che sembra esserci qualche incongruenza nelle dichiarazioni di quei due cardinali”. Come si sa, Oscar Rodriguez Maradiaga, salesiano onduregno e arcivescovo di Tegucigalpa, ha risposto così, ieri, alla domanda di un giornalista: “Se Giovanni Paolo II dovesse rendersi conto di non potere continuare a svolgere il suo ministero, avrebbe il coraggio di dimettersi”. A richiesta di un altro cronista, il cardinal Joseph Ratzinger ha replicato: “Se il Papa vedrà che non ce la fa proprio, sicuramente rinuncerà”.

Commenta il mio interlocutore: “Spiace dirlo, ma i due ottimi porporati presuppongono che un malato di Parkinson, giunto a una fase avanzata, conservi intatte le facoltà di critica e di giudizio e, dunque, possa stabilire che è il momento del definitivo ritiro. Ma sono proprio quelle facoltà che, purtroppo, vengono tolte dal morbo. Non è mancare di rispetto il ricordare che le statistiche rilevano che almeno il 65 per cento dei parkinsoniani che hanno superato gli ottant’anni presentano sintomi gravi di deficit cognitivo. Nelle fasi successive, si giunge molto spesso a una quasi totale insufficienza mentale che è indicata con il termine crudele, ma tecnico, di “demenza“”.

Prosegue, manifestamente dispiaciuto ma implacabile, lo specialista: “Certamente, i colleghi che hanno in cura il Papa gli somministrano un farmaco, la levodopa, che –agendo sul blocco del sistema nervoso centrale– diminuisce la rigidità delle membra e aiuta il paziente a ritrovare una certa capacità di movimento. Ma questa sostanza ha effetti collaterali neurologici, portando talvolta ad allucinazioni. In ogni caso, rischia di aggravare il quadro psicologico, appannando ulteriormente la lucidità. Sul mero piano medico, dunque, sembra illogico attendere che sia il paziente a decidere sullo stato reale delle sue condizioni. Una simile decisione dovrà, semmai, essere delegata ai sanitari che seguono il decorso di un male come il Parkinson, ben prevedibile nelle sue fasi successive. A quei medici va tutta la mia solidarietà: sono certamente consapevoli delle responsabilità che incombe su di loro, visto che potrebbero essere chiamati a decidere quando sia giunto il momento davvero storico delle dimissioni di un Papa, per giunta straordinario come Giovanni Paolo II”.

Se questa è la voce delle medicina, quella della cronaca sembra invece parlare un linguaggio diverso. Tutti hanno visto come, durante il suo ultimo viaggio, a Ischia, Karol Wojtyla non solo abbia fatto fronte all’impegno, ma si sia addirittura concesso qualche battuta. La sua agenda non ha subito amputazioni, come sempre è fitta di impegni faticosi, dalla Bulgaria alla Giornata della gioventù in Canada, passando per il Messico e la Polonia. Chi gli è vicino assicura che anche il lavoro quotidiano di gestione della Chiesa universale non ha registrato rallentamenti. La sola differenza, rilevata da Ratzinger nell’intervista di cui si diceva, è il rarefarsi della parola: sintomo tipico, secondo lo specialista, dell’avanzare del morbo che, alla fine, rinchiude il malato in un totale mutismo. Ma è lo stesso Prefetto della Fede che aggiunge che il Papa, pur parlando poco, ascolta con attenzione, rivolgendo poi brevi ma lucidissime domande che confermano come la sua percezione dei problemi sia intatta. Come intatta è la volontà di continuare a portare la sua croce. Mercoledì, all’udienza generale, ha chiesto ai pellegrini preghiere “per proseguire con fedeltà nel ministero che il Signore mi ha assegnato”.

Sempre Ratzinger ha detto: “Se si tratterà solo di soffrire, sopporterà, così come da sempre è abituato a fare”. Ma di quale tipo sono le sue sofferenze? Stando ai medici –e stando a chi gli è vicino- non sono di carattere fisico ma, soprattutto, psicologico. E’ il dolore, prima di ogni altro, della perdita dell’autosufficienza. “In un caso come il suo” dice il medico “già da tempo non avrei avuto alcuna esitazione ad autorizzare la concessione dell’assegno di accompagnamento: il contributo pubblico, cioè, per avere accanto di continuo qualcuno che assista nelle funzioni quotidiane –dal cibarsi al vestirsi- che non si è più in grado di svolgere da soli”. Per l’atletico cinquantottenne divenuto il primo papa slavo della storia, questa perdita di autonomia personale è certamente una sofferenza crudele. Eppure, nella sua prospettiva di fede, deve sembrargli anche un misterioso, grandissimo privilegio, assimilandolo ancor più alla sorte di quel Pietro di cui è successore. Nell’ultimo capitolo dell’ultimo vangelo, quello di Giovanni, Gesù predice a colui che, in suo nome, dovrà pascere il gregge dei fedeli: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Drammatica –e insieme straordinaria– anticipazione di un calvario che sembra rinnovarsi, duemila anni dopo, nei palazzi fastosi sul colle vaticano.

Non occorre, comunque, essere profeti per prevedere che, un giorno, la Congregazione per le cause dei santi sarà chiamata a giudicare un dossier intestato come “Karol Wojtyla, Sommo Pontefice con il nome di Giovanni Paolo II”. Ed è altrettanto facile prevedere che proprio gli anni del tramonto –quelli del “quando sarai vecchio, un altro ti cingerà la veste”- saranno valutati con emozione particolare da quei giudici severi che, proprio in questa sofferenza così accettata, avvertiranno un sentore inconfondibile di evangelo.

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