Il film della vita. “Marilyn della Giungla è mia sorella più di tante madonnine”

20 agosto 2001 :: Il Giornale, di Stefano Zurlo

“Io sono una talpa metropolitana e, per me, la città è da sempre la metafora della vita della morte, il luogo in cui gli uomini s’incontrano e scontrano, diventano prede e cacciatori, si dannano e si salvano. Soffrono, uccidono, maledicono, come in Giungla d’asfalto: il grido disperato di una gang di malviventi che arriva direttamente il cielo. Quell’urlo mi ha impressionato sin dalla volta in cui, bambino, andai a vedere con i miei genitori il film di John Houston. Mi ha sempre colpito Marilyn Monroe: bellissima e luttuosa pure lei, un presagio struggente di morte, in una New York claustrofobica, notturna, livida come il peccato. La scena in cui due protagonisti ascoltano le sirene della polizia e commentano: “Sembrano le voci delle anime del purgatorio” é da brividi”.

Vittorio Messori non ama le mezze misure. Imbevuto di laicismo, scalò in solitaria, nell’estate del 1964, la parete del cattolicesimo, approdando alla fede. Da quando si è convertito è diventato se possibile, ancora più duro, intransigente, controcorrente. Un iconoclasta, che, anche sul versante cinematografico, non si smentisce: “al cinema, a Cinecittà come a Hollywood Gesù e Madonne se ne vanno per conto loro. Raccontano un’altra storia che a me non interessa. Io sto al vangelo, agli Atti, a San Paolo. Forse, fra tutti quelli che ho visto, il Gesù più fedele é quello di Zeffirelli, per quanto sia un Cristo barocco. Il Gesù di Pasolini é un demagogo, un capopopolo, un tribuno, un politico. Non è quello che cerco. Lo stesso discorso vale per i santi. La Cavani ha fatto uno sforzo enorme per il suo Francesco, ce l’ha messa tutta, ma il suo lavoro glielo stroncato, a suo tempo, sull’Avvenire. Io non cerco vie di fuga ecologiche, non cerco profili hollywoodiani, non cerco immagine o santini. La fede da copertina patinata non mi affascina”.

Che arriva nella sua casa di Desenzano, credendo di trovare un presepe tutto muschio, angioletti che svolazzano e arpe dalla melodia celestiale, rimarrà deluso Messori ama le città affollate, il gioco d’azzardo, inteso come scommessa esistenziale e intellettuale. E come personaggi dostoevskijani, si posa sulla contraddizione, costeggia l’abisso, sonda il mistero.

Ricordate protagonista delle Memorie del sottosuolo? “Ecco perché non riuscì a diventare nemmeno un insetto…”. Messori scende nelle viscere, sotto i tombini di un’umanità marginale e disastrata. “Dove la notte é più oscura, perché il giorno sarà più luminoso, dove il peccato abbonda perché lì sovrabbonderà la grazia, dove il disagio totale può solo lasciare il posto alla redenzione”. Naturalmente in Giungla d’asfalto non c’è alcun riscatto. Per quasi due ore i protagonisti provano un copione colmo di sangue e abiezione, prima rimanere impigliati, uno alla volta, nella rete della giustizia. E di uscire di scena fra sparatorie, ammazzamenti, suicidi. C’è il dottore, genio del crimine, dalla faccia elegante e indecifrabile; c’è l’avvocato, rispettabile e torbido, c’è la sua amante: “incantevole, deliziosa, fragilissima Marilyn…” la descrive Messori. Organizzarono un colpo che dovrebbe essere perfetto, ma poi il “fato”, lo chiamano così, si mette di traverso: l’allarme comincia a suonare senza motivo, una pistola spara quasi senza essere toccata, il dottore indugia un minuto di troppo in un bar, rapito dal suono del jukebox e dal ballo di una ragazza. Un’esitazione e la giungla divora quel branco di uomini feroci.

Messori, da lei ci si aspetterebbero toni più sommersi, colori pastello, parole edificanti… “Sono nato a Sassuolo, ma sono cresciuto anch’io in una giungla metropolitana: quella di Torino. Ho avuto, per mia scelta, un’infanzia e una giovinezza solitarie. E trascorrevo le mie vacanze vagabondando per le strade: osservavo la persone, le facce, i tram, le cupole, i porticati, camminavo per ore e ore, perché è Torino estesa, molto estesa, fino ad arrivare ai primi prati…”.

Anche il fuorilegge Hayden, il bello della gang, nell’ultima scena, è ormai fuori da questo inferno e muore dissanguato fra i cavalli, nel ranch dove aveva giocato da bambino. Forse solo in campagna è possibile trovare un attimo di requie? “Non credo fosse questo l’intento del regista. Non è possibile dimettersi dalla storia né, per dirlo con una battuta, scendere dal mondo; si può scappare dalla metropoli solo per regredire all’infanzia e cercare un posto, una cuccia, dove chiudere gli occhi. La giungla era il contenitore di Hayden, così com’è il mio. Fuori da lì non c’è nulla, salvezza può arrivare solo lì dentro. Quando, per l’evidenza che mi si era manifestata, sono stato costretto a diventare cattolico, ho scoperto che i primi cristiani furono chiamati tali in una città, ad Antiochia. E che, invece, pagani erano gli abitanti dei villaggi, delle campagne dove la storia non passa e dove il tempo è immutabile. E’ Parigi a fare la rivoluzione, la Vandea semmai prova restaurare. Occorre che io vada Gerusalemme, diceva Nostro Signore… “.

La città di John Houston non ha nulla di consolatorio. Semmai è rassicurante l’uniforme (pur con qualche smagliatura) della polizia. “Quei disgraziati sono miei fratelli, li sento vicini, vicinissimi, mi ascolterebbero se portasse loro l’annuncio del Vangelo. Non si girerebbero dall’altra parte, indifferenti come il vecchio Ponzio Pilato di Anatoile France che davanti alla domanda più importante della sua vita, risponde “Gesù di Nazareth? Non me lo ricordo”. Invece, quei banditi sono nudi con i loro bisogni che non riconoscono e credono coincidere con i propri vizi. “Tutti noi lottiamo per i nostri vizi”, viene detto a un certo punto. Per questo io non sopporto, anzi detesto l’epoca della cosiddetta cristianità: le foglie di fico, il perbenismo, i mutandoni in TV, i parroci che passavano informazioni ai dirigenti FIAT di Mirafiori e decidevano l’assunzione dei ragazzi. Che orrore! Io cerco solo di stare davanti alla realtà e alla verità”.

Facile scagliare l’invettiva protetti da una parete foderata da migliaia di volumi, al tepore del Garda. La New York di Houston é un susseguirsi di interni bui, sottoscala, angoli desolati, volti dai chiaroscuri caravaggeschi e perfino ciglia finte che cadono miseramente, terminato lo spettacolo al cabaret. “Io amo la libertà, la città in cui si può scegliere di salvarsi o di dannarsi, una fede cercata e non imposta. Se no, che merito c’è’? Da questo punto di vista, l’America di John Houston è straordinaria. E’ un’America libera, miracolosamente sospesa fra un passato e un futuro opprimenti, un’America sfuggita all’abbraccio falso del moralismo di marca protestante e non ancora imprigionata sotto la cappa del politicamente corretto. L’America in cui si fuma, si può andare con una prostituta e si sale sulla macchina senza doversi allacciare le cinture. Oggi invece la capacità di rischio è rattrappita da mille divieti, da mille raccomandazioni, da mille sondaggi. E le persone nuotano in un alone d’irrealtà. Molto meglio le fogne, i tombini, il sangue “.

Capisco grattare via il cerume dell’ipocrisia, ma l’elogio del tombino e del sangue non è troppo? “Giungla d’asfalto mi ha sempre fatto sognare fin dal titolo, così evocativo. E i sogni sono rigorosamente in bianco e nero, come i film degli anni cinquanta. L’incarnazione del sogno è Marilyn. E’ più viva lei, che nel film mette il costume succinto, immagina sul dépliant la vacanza a Cuba e un bikini verde, di tante madonne compunte. E’ la ragazza dell’avvocato, dello squalo che alla fine si tirerà un colpo di pistola. Apparentemente così solare, così aperta, così gioviale. Quando capisce, scoppia a piangere e domanda: “Che ne sarà del mio viaggio?”. Ma, secondo me, osservando con attenzione si può già intuire la tragedia che s’addensa, la conclusione impietosa di una parabola esistenziale drammatica. Marilyn aveva cercato l’amore di Arthur Miller, lo scrittore, l’intellettuale, il saggio. Credeva, poveretta, che la forza della cultura le potesse dare quelle risposte che invece stanno altrove. La Marilyn di Houston, la Monroe in carne e ossa, è mia sorella, una persona sfortunata e umanamente simpatica. Una che deve aver cercato tutta la vita, senza trovare risposte e alla fine, delusa e disperata, l’ha fatta finita. Non si acquietata, come Ponzio Pilato, dietro una maschera di cinismo. E poi è morta giovane, come è normale che sia: si sa che la bellezza è invidiata dagli dei, le dee non tolleravano lo splendore delle donne mortali, le odiavano. Il mito, il mito greco, coglie sempre degli archetipi… Giungla l’asfalto è una tragedia religiosa. L’ho visto la prima volta nel ’52-53, due o tre anni dopo che era uscito, perché allora il film ci mettevano un po’ ad arrivare in Italia. Poi tante altre volte. Quando è annunciato in TV, anche alle due di notte, non me lo lascio scappare “.

Lei sogna in bianco nero, decanta i simbolismi della città, ma vive in riva al lago, tra i cipressi e gli ulivi… “Milano, dopo Torino, mi ha deluso. Speravo fosse la metropoli italiana, la mia New York, ho capito che non sarebbe stato così. Me ne sono andato negli anni Ottanta dalla città bloccata, paralizzata di Pillitteri. Milano aveva il peso specifico per diventare la mia New York. Ma sono rimasto ad un’ora di treno, ho mille contatti, mille agganci. Sono in esilio, ma il mio acquario é quello. Sa qual è il mio svago preferito? Il poker che è azzardo, rischio, scommessa. Ecco, devo dirle altri film e per me importanti: Metropolis di Fritz Lang e basta il titolo per capire il perché, e Regalo di Natale di Pupi Avati che è la cronaca di una vigilia in cui si gioca a poker, una sorta di apologo sull’amicizia e la vocazione. Ho in mente di scrivere un libro per raccontare mio modo di guardare la città e il mondo. Il titolo? Ipotesi su Torino. Non riuscirò mai a farlo. Ma rimane amore smisurato per la metropoli, per quei posti fantastici che sono le stazioni ferroviarie, la gente s’incontra e si scontra. La giungla d’asfalto è luogo della bestemmia e della preghiera. Infine, anche John Houston non lo dice esplicitamente, della misericordia. La misericordia è di casa dove più spietata è la lotta”.

Senta, Messori, abbiamo parlato del peccato della redenzione, di un’America tormentata ma autentica, del sangue e della lotta per vivere. Guardandola da qui, l’Italia di oggi che cosa le sembra. Anzi, se fosse un film, che film sarebbe? “L’Italia bipolare mi fa venire in mente la sfida memorabile di Mezzogiorno di fuoco. Ma Gary Cooper e Ian MacDonald hanno lasciato il posto a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia “.

© Il Giornale