Gerusalemme. Lo scandalo del Sepolcro diviso

8 aprile 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Domenica prossima sarà Pasqua per tutti i cristiani, con la sola eccezione dei copti egiziani. È una notizia: di solito, in effetti, la commemorazione della risurrezione di Gesù avviene in date differenti, pur se sempre tra marzo e aprile. Sin dall’inizio le varie comunità ecclesiali seguirono computi diversi, fino a quando l’imperatore Costantino impose l’unità. Questa fu decisa dal Concilio di Nicea, nel 325. Dopo altri decenni di calcoli, di resistenze, di dispute, si giunse finalmente alla Pasqua del 387, la prima che vide unita l’intera cristianità. L’accordo voluto dal primo imperatore cristiano resse anche al grande scisma tra Occidente e Oriente, tra Roma e Costantinopoli. Non resse, però, alla decisione di Papa Gregorio XIII di far slittare il tempo in avanti di 11 giorni, nel 1582, per correggere le imprecisioni del calendario promulgato da Giulio Cesare 46 anni prima di Cristo. Il patriarca di Costantinopoli, guida, seppur solo onorifica, del mondo greco-slavo, respinse quella pur necessaria iniziativa «papista». Come la respinsero a lungo pure i protestanti: le ragioni della scienza astronomica valevano meno dell’odio teologico di luterani, calvinisti, anglicani verso Roma. L’unità, dunque, si ruppe di nuovo: e con il mondo ortodosso non è stata ancora ricostituita. La frattura fu poi aggravata dal desiderio delle Chiese d’Oriente di allontanarsi dal computo ebraico, non tollerando che la commemorazione della risurrezione del Cristo dipendesse da coloro che avevano indotto Pilato a crocifiggerlo. Malgrado tutto, il gioco delle fasi lunari e delle scadenze liturgiche riporta ogni tanto a una concordia, pur non intenzionalmente cercata. Accadrà, lo dicevamo, anche quest’anno. Ebbene, se certo buonismo ecumenico si commuove («Tutti insieme, che bello! Sarà più facile volerci bene!»), il realismo constata che le cose probabilmente peggioreranno, almeno a Gerusalemme. Proprio nel posto stesso della risurrezione, nella basilica del Santo Sepolcro, le feste pasquali in contemporanea renderanno nei prossimi giorni ancor più teso un condominio, da sempre sospettoso e rissoso, fra le varie comunità che si dividono quello che il Papa, nella sua recente visita, ha definito «il luogo più sacro del mondo». L’ostilità fra latini, greci, armeni, giacobiti, etiopi, copti indusse i musulmani, padroni della Terra Santa, a emanare l’editto del 1757, che è tuttora valido e che disciplina persino il tempo e i modi per il lavaggio dei vetri o i grammi d’incenso e il numero dei ceri che ogni confessione può bruciare nella basilica. La millenaria tensione fra i religiosi non porta più a scontri sanguinosi come quelli del passato, ma impedisce tuttora un piano completo di restauri del cadente edificio e persino l’apertura di un’uscita di sicurezza. I servizi liturgici sono regolati da un orario maniacalmente preciso, con l’indicazione dei luoghi e dei tempi concessi alle diverse confessioni. È chiaro che, quest’anno, la concomitanza delle complesse liturgie pasquali (e l’affollarsi di diversi pellegrinaggi: i russi e gli ucraini stanno, fra l’altro, tornando in massa) renderà ancora più precario l’equilibrio imposto dai turchi con il terrore, purtroppo giustificato dalle intemperanze dei cristiani. I quali, proprio nel centro della fede, non solo sottostanno ancor oggi al firmano di un antico sultano ma non sono, ufficialmente, che ospiti tollerati e talmente sospettati da non avere diritto neppure alle chiavi di casa. A ogni alba e a ogni tramonto si ripete il rito umiliante voluto nel 1187 da Salah ed-Din, il «feroce Saladino» della tradizione epica: i rappresentanti di due famiglie musulmane aprono e chiudono la sola porta che dà accesso alla basilica. Le altre undici furono murate otto secoli fa, quando fu anche mozzato il campanile perché non desse ombra ai minareti e vennero distrutte le campane di quella e di tutte le altre chiese. Nella Gerusalemme islamica doveva risuonare soltanto la voce del muezzin. Il governo israeliano, in nome dello statu quo religioso, ha confermato quelle disposizioni. Ed è difficile dargli torto, ben conoscendo l’aggressiva suscettibilità musulmana in materia religiosa. Tutta la fede si basa sull’evento della risurrezione; il cristianesimo intero poggia su quel sepolcro trovato vuoto all’alba della prima domenica della storia. Ebbene, come ci ricorda in particolare ogni Pasqua, proprio lì i credenti più sono discordi tra loro. E, proprio lì, quei litiganti sono uniti nel disprezzo e nella sottomissione da parte di un’altra fede, che sbucò dai deserti d’Arabia distruggendo le cristianità dell’Oriente e uscendo vittoriosa anche da due secoli di tentativi di riconquista europea. «Deus vult!», gridavano i crociati. In realtà, come gli eventi poi dimostrarono e come i mistici riconobbero, «Deus non volebat». C’è, forse, da trarne conclusioni sconfortanti, comunque negative, sulla «qualità» di una fede che, invece di pacificare, induce a risse intestine i suoi seguaci? Su una religione che, invece del trionfo, conosce l’umiliazione proprio là dove nacque e dove più dovrebbe risplendere? In realtà, per la prospettiva cristiana, proprio simili eventi sono segni di conferma, non di smentita, della verità evangelica. Il Dio di Gesù, pur essendo l’Onnipotenza stessa, ha scelto di non avere, nel mondo, altre braccia, altre menti, altri cuori che quelli degli uomini. E uomini i cui limiti non sempre sono vinti né, tantomeno, annullati da una Grazia che vuole fare i conti con la libertà conservata alle creature. Proprio nella mediocrità, se non nell’indegnità dei cristiani (le risse deplorevoli al Sepolcro non ne sono che un segno) splende la magnanimità di un Dio che non ha voluto fare da solo, che ha affidato il suo messaggio e la sua Chiesa a chi, come ben prevedeva, sarebbe stato spesso motivo d’indignazione più che di edificazione. Se i cristiani, poi, sono stati per un tempo breve, e sempre travagliato, padroni della città della risurrezione stessa; se sono stati per secoli minoranza oppressa e oggi quasi in via di estinzione, stretti fra la mezzaluna e la stella di David; ebbene, se questo è avvenuto e avviene, non è causa di scandalo per chi crede in Gesù. Per Colui, cioè, che volle che il suo scacco vergognoso sulla croce avvenisse di giorno, nel luogo più affollato; e che il suo trionfo fosse di notte, senza testimoni, apparendo poi non ai potenti che lo avevano inviato a morte ma solo ai pavidi, impotenti, scalcinati discepoli che si era scelto. Proprio la Pasqua, fondamento e base della fede, è occasione privilegiata per riflettere sulla «follia» del Vangelo, rovesciamento delle categorie umane della potenza e della gloria. Come ricorda Paolo scrivendo agli abitanti di Corinto. È opportuno ricordarlo, come antidoto alle sempre ricorrenti tentazioni di trionfalismo ecclesiale: se base della fede è il sepolcro glorioso, lì accanto, sotto il tetto della stessa basilica, sta la roccia del Golgotha dove fu innalzata la croce, patibolo per i condannati più ignobili. Sei confessioni in lotta per un angolo della Tomba. Sei confessioni cristiane posseggono almeno un angolo della Basilica: gli armeni, i greco-ortodossi, i francescani cattolici, i siro-giacobiti, i copti egiziani, gli etiopi (questi ultimi confinati sul tetto). Pur rissosi fra loro, tutti i gruppi sono unanimi nell’escludere i culti protestanti.

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