E’ risorto. Ma per tutti?

aprile 2001 :: Cittànuova, di Paolo Lòriga

La notizia non è proprio dell’ultima ora. Eppure, anche nei nostri tecnologici orizzonti quotidiani, continua a suscitare, secondo i casi, ammirazione, inquietudine, polemiche. Quella piccola stanza mortuaria di meno di tre metri per due, divenuta improvvisamente vuota a Gerusalemme in quel primo giorno dopo il sabato, desta sempre un grande interesse. “Questo è il luogo più sacro del mondo -ebbe a dire il papa nel marzo dello scorso anno, proprio lì nella basilica del Santo Sepolcro-. Questa tomba vuota è la testimone silenziosa dell’evento centrale della storia umana”.

Ne derivano domande inquietanti, che l’imminenza della Pasqua rende più incalzanti, per chi vuole prestare ascolto. Ma anche sulla resurrezione di Gesù, fondamento della fede cristiana, si è voluto gettare il dubbio di una salvezza non spalancata all’umanità di ogni tempo.

Ad agosto scorso, intorno alla dichiarazione Dominus Iesus, scoppiò la polemica. Secondo affrettate (e forse strumentali) letture delle agenzie d’informazione, si ricavava che solo chi appartiene alla Chiesa cattolica beneficia del premio eterno.
Eppure il testo specificava in modo inequivocabile: “Per coloro i quali non sono formalmente e visibilmente membri della chiesa, la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che (…) li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale”.

Nessuno è perciò escluso, ma resta un arcano per la chiesa stessa. Prosegue, infatti, la dichiarazione: “Circa il modo in cui la grazia salvifica di Dio (…) arriva ai singoli non cristiani, il Concilio Vaticano II si limitò ad affermare che Dio la dona “attraverso vie a lui note””.

Insomma, la morte e la resurrezione di Gesù riguardano proprio tutti, e le porte della salvezza sono aperte a tutti. Al Paradiso hanno accesso l’onesto buddista, l’ateo di buona volontà, l’osservante musulmano con tre o quattro mogli.

Se proprio si vuole sottilizzare su chi rischia di più in fatto di salvezza, la Dominus Iesus è lapidaria: “Occorre ricordare a tutti i figli della chiesa che la loro particolare condizione non va ascritta ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; se non vi corrispondono con il pensiero, con le parole e con le opere, non soltanto non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati”.

Il dono della Pasqua comporta, dunque, un’assunzione di responsabilità, ma non fa differenze. Tuttavia, i giornali italiani più laici hanno continuato a parlare di esclusioni immotivate, cosicché più recentemente è intervenuto il papa in persona a ribadire che anche chi non crede può salvarsi: “Tutti i giusti della Terra, anche quelli che ignorano Cristo e la sua chiesa e che, sotto l’influsso della grazia, cercano Dio con cuore sincero, sono chiamati ad edificare il Regno di Dio, collaborando con il Signore che è l’artefice primo e decisivo”.

“Fuori dalla chiesa non c’è salvezza”, ammoniva un antico principio. Con la resurrezione di Gesù, però, viene da chiedersi quali siano gli effettivi confini della chiesa e, soprattutto, della grazia. Con l’affresco del giudizio universale, Gesù aveva precisato che per l’accesso al Paradiso non basta il certificato di battesimo.

Annota lo scrittore Vittorio Messori: “Il giudizio universale riserverà sorprese a tanti “praticanti”, a tanti che pensavano che potessero salvarsi solo coloro che avevano detto: “Signore! Signore!”. In realtà, entreranno nel Regno quelli che hanno dato cibo agli affamati, acqua agli assetati, abiti ai laceri, assistenza ai malati, visite ai carcerati”. E commenta: “Molti di questi salvati si stupiranno perché di Gesù neanche avevano mai udito il nome. Sono costoro che, con le loro opere buone, contribuiscono già ora a costruire il Regno di Dio e nell’aldilà avranno la felicità eterna. È parola di vangelo”.

Se dunque il titolo per l’ingresso certo in Paradiso è quello di artefici di pace e di giustizia, perché non anticipare l’incontro e la collaborazione già di qua? Si pregusterebbe il piacere di scoprirsi quell’unica famiglia accomunata dal servizio agli altri.

La fede non risulterà un fattore discriminante. Anzi. Perché il vero crinale non è tra credenti e non credenti. Dentro ciascuno, infatti, convivono tanto spesso la persona di fede e il senza Dio, il fiducioso e lo scettico, l’altruista e l’egoista.

Avverte, con il suo fine acume, il card. Martini che la questione di fondo “non è domandarsi se si è credenti o no, ma se si è pensanti o non pensanti”. “L’importante è essere pensanti. Quando si è pensanti si dialoga, e si dialoga su qualcosa che ci sta a cuore, e questo è un grande valore, un elemento di crescita di civiltà, di progresso umano e sociale”.

Gli fa eco il giornalista e scrittore Arrigo Levi, con la sua “fede laica nell’uomo”: “Oggi si ha paura della solitudine e dell’impotenza di fronte alle incognite e minacce del nostro tempo, e il dialogo dà conforto e tiene viva la speranza”.

© Cittànuova

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