E Papini parlò di un “maligno influsso” di Torino sugli scrittori

9 agosto 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Proprio qui, sul Corriere, Giovanni Papini terminava così una delle sue «schegge»: «Sarebbe facile trovare altri esempi, ma difficile scoprire la ragione del maligno influsso dell’aria di Torino sugli scrittori e, in genere, sugli intellettuali. Città attiva e positiva, vuol forse manifestare la sua avversione per gli agrimensori della caligine?». Tra gli esempi papiniani di «maligno influsso» subalpino: Jean Jacques Rousseau, che rischiò di essere ucciso a sciabolate; Pietro Giannone, che morì prigioniero nella cittadella dei Savoia; Vincenzo Gioberti, arrestato, imprigionato e infine esiliato; Joseph Arthur Gobineau, colto da infarto mortale alla stazione di Porta Nuova; Friederich Nietzsche, avvolto in piazza Carlo Alberto da una follia furiosa e senza ritorno. Ma altri nomi si sono aggiunti all’ inquietante elenco dello scrittore toscano. E nomi, tutti, di suicidi. Emilio Salgàri, nel 1911, si apre il ventre con un rasoio in un bosco sulla collina. Cesare Pavese, nel 1950, inghiotte due flaconi di barbiturici all’ Albergo Roma, in piazza Carlo Felice; Primo Levi, nel 1987, si getta dalla tromba delle scale della sua casa alla Crocetta. E, ora, il salto mortale di Franco Lucentini, in quella piazza Vittorio che diede a Giorgio de Chirico l’ ispirazione per la sua pittura metafisica. Ma il suicidio toccò da presso anche l’ icona per eccellenza della Torino ottocentesca: nel 1898 l’inspiegabile, imprevedibile colpo di pistola alla tempia, su una panchina del Valentino, di Furio De Amicis, 22 anni, figlio primogenito di Edmondo che, da allora, non fu che l’ ombra di se stesso. Per chi conosce davvero Torino (e noi, per casualità biografiche, siamo tra quelli) non regge affatto l’ipotesi del fiorentino Papini. L’enigmatica città distesa su ben quattro fiumi -Po, Dora, Stura, Sangone- non è né «attiva» né «positiva»: ne è, anzi, il contrario. Per mettersi all’ opera ha sempre avuto bisogno della sferza di dure dinastie regali: i Savoia, gli Agnelli. E tutti sanno come una vena di follia stia dietro quella maniacale, interminabile scacchiera urbana; dietro quell’ allineamento, a perdita d’ occhio, di edifici tutti eguali, abitati da geometri e ragionieri sotto le cui apparenze «positive» (per dirla con l’ ingenuo Papini) si celano realtà insospettate e inquietanti. La Torino nera, il borghese benpensante di giorno e (per usare un eufemismo) «imprevedibile» di notte non appartengono interamente alla leggenda: parola del vecchio cronista de La Stampa che qui scrive. Il maggior merito letterario di Fruttero & Lucentini è proprio l’averci ricordato questa ambiguità torinese, l’averci fatto intuire -con leggerezza non esente da qualche brivido elegante- la differenza tra il volto vero e la maschera crepuscolare gozzaniana o quella modernista gramsciana. Ma gli autori di quel finto giallo che è La donna della domenica (in realtà, uno dei saggi di maggiore profondità degli ultimi decenni) hanno soltanto indicato una traccia, una pista, l’accesso a una caverna. Le potenzialità letterarie di Torino sono smisurate e intatte. C’è un gran lavoro, per chi volesse esplorare il labirinto carsico che si cela sotto la città che ospita nel Duomo il ritratto del Cristo, nella Biblioteca reale l’autoritratto di Leonardo, nel Museo egizio il Libro dei Morti. Un gran lavoro, per uno scrittore dotato di adeguati strumenti da rabdomante. Ma anche un gran rischio, a dar retta a elenchi come quello di Papini.

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