Due anime e un Papa

12 ottobre 2002 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Una tentazione, talvolta, insidia: quella, cioè, di azzardarsi nello spazio virtuale della ucronia. Che è poi, spiega il dizionario, «la ricostruzione della storia fatta sulla base di eventi ipotetici». Insomma, «la storia fatta con i se». Nel nostro caso, a quarant’anni dal Concilio, «che cosa ne sarebbe stato della Chiesa, se non ci fosse stato il Vaticano II?». Ma la domanda è improponibile. In effetti, un credente si riconosce nelle parole estreme del «curato di campagna» di Bernanos: «Tutto è Grazia». Dunque, tutto è Provvidenza: malgrado gli errori dei cristiani, il Cristo guida la sua Chiesa lungo i giusti sentieri. E lo Spirito Santo suggerisce le parole appropriate ai Pastori, specialmente se uniti in solenne assemblea conciliare, presieduti dal Successore di Pietro. In una simile prospettiva, non è solo inutile ma (forse) vagamente blasfemo trastullarsi con i «se»: alla pari degli altri che l’ hanno preceduto, il ventunesimo Concilio generale della Catholica rientra, non può non rientrare, in un disegno provvidenziale. Sta qui, in fondo, la maggiore contraddizione della Fraternità San Pio X, la comunità fondata da monsignor Lefebvre, che vorrebbe rimuovere il Vaticano II e ricominciare dalla fine del per altro grande pontificato di Pio XII. Ma, a meno di ipotizzare un Dio sadicamente burlone, è pensabile che così a lungo e così gravemente sia stato condotto fuori strada il Popolo cui il Cristo ha promesso diuturna assistenza? Ancor più: i lefebvriani denunciano soprattutto la «protestantizzazione» della Chiesa di Roma, sia nella dottrina del Vaticano II sia nella sua applicazione concreta. Ma è una denuncia, la loro, che rischia di rifarsi proprio alle categorie di Lutero, di Calvino, di Zwingli: il tradimento, cioè, dell’ortodossia da parte del Magistero, l’allontanamento dalla lettera del Vangelo e dall’insegnamento dei Padri, l’inquinamento liturgico e pastorale. Da qui, la necessità di un ritorno alla Tradizione autentica, scrostandola da sovrastrutture recenti. Ma è un appello, questo, che sembra creare paradossali sintonie tra i Riformatori del Cinquecento e i Tradizionalisti del Duemila. E, invece – per il cattolico che sia consapevole della logica del cattolicesimo – la sola «vera» Chiesa è quella effettivamente esistente; il solo Magistero «autentico» è quello dei Pastori del momento; la sola Tradizione è quella che vive nel Papa regnante. Cattolico è riconoscersi nella Chiesa «così come sta» (pur non rinunciando, s’intende, alla sforzo per sempre migliorarne il volto umano); è il viverne la vita concreta senza inseguire schemi illusori di una «purezza» ideale; è l’essere fedeli al Credo di sempre, accettandone però l’ approfondimento, l’attualizzazione, per i quali la Gerarchia ha un misterioso carisma, garantito dallo Spirito Santo. Non vi è scisma od eresia che non nascano dall’ insofferenza della realtà ecclesiale concreta e dalla ricerca di un vangelo «puro», dalla richiesta di pastori davvero «fedeli» al progetto di Cristo, dalla nostalgia di una Tradizione «autentica»: ma questa è la strada che porta alla setta, al gruppuscolo, alla chiesuola. Il cattolico, invece, tra polvere e sudore, cammina tra la folla del grande popolo, dove grano e zizzania, santità e infamia sono mescolati in modo inestricabile ma dove la Gerarchia – designata, crede la fede, dallo Spirito stesso – può incappare in incertezze, arresti e magari equivoci ma non può condurre fuori strada il gregge affidatole. Dunque, quel che è stato, è stato. E va bene così. Perché nulla, nella prospettiva del credente, è casuale, tutto s’ inscrive in un progetto provvidenziale, pur nella consapevolezza che l’ impegno è in ogni tempo doveroso: Ecclesia semper reformanda. Tuttavia, se proprio volessimo contraddirci e, ponendoci in una visuale solo umana, accettassimo di giocare con il «se»? Ebbene, giusto a partire da quegli anni Sessanta in cui iniziava quella che, per mancanza di un termine migliore, chiamiamo «post-modernità», è probabile che una Chiesa senza Concilio avrebbe cominciato a dividersi irrimediabilmente nelle due «anime» che vi convivevano. Davanti agli assalti alla fede da parte della incredulità, e alla morale da parte della secolarizzazione, l’ala «conservatrice» si sarebbe sempre più irrigidita, sino a barricarsi in una sorta di ultima riserva, da cui lanciare anatemi e deprecazioni. L’anima «progressista», anche per reazione, sarebbe corsa incontro al mondo nuovo, «aprendosi» sempre più, sino a perdere la specificità cristiana e divenendo una sorta di umanesimo, una political correctness adeguata alla mode culturali, con l’ hobby, ogni tanto, di una citazione biblica e di un innocuo appello ai «valori». Quando gli storici tenteranno una valutazione complessiva del pontificato di Giovanni Paolo II (il solo svoltosi interamente dopo il Concilio), si vedrà quale è stato il suo Grande Progetto. Da un lato, cioè, un recupero forte, ostinato, della specificità cattolica, dai grandi dogmi sino alle devozioni della religiosità popolare. Dall’altro lato, e proprio in base a questa identità ritrovata e difesa, la massima apertura agli altri, a ogni altro: dalle diverse confessioni e religioni alle ideologie più laiche. Un grande sforzo, quello wojtyliano, non solo per tenere insieme le due «anime» della Chiesa che avrebbero potuto andare ciascuna per la sua strada, ma per superare le antinomie, per giungere a una nuova sintesi cattolica che interagisse con la cultura a lei esterna. È però indubbio che un simile progetto, perseguito tenacemente ormai da 25 anni, sarebbe stato impensabile senza quel Concilio di cui il giovane vescovo fu parte talmente attiva da essere stato (spesso lo si ignora) il solo presule polacco presente a tutte le sessioni e tra gli autori decisivi della sintesi conclusiva del Vaticano II, la Gaudium et spes.

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