Cossiga critica Martini: “Un equivoco per la Chiesa”

21 maggio 2002 :: Corriere della Sera, di Paolo Foscolini

«Una presa di posizione assurda anche da un punto di vista ecclesiastico», dice lo scrittore Vittorio Messori. «Una critica senza un perché», aggiunge lo storico Giorgio Rumi. «Picconatore sino alla fine», chiosa il sindaco Albertini. Sono queste alcune delle reazioni al giudizio espresso ieri da Francesco Cossiga sul cardinale Carlo Maria Martini: il cui prossimo addio alla diocesi di Milano viene salutato dall’ex capo dello Stato come «la fine di un imbarazzante equivoco per la Chiesa e per la società politica italiana».

L’esternazione di Cossiga, unica voce finora dissonante dopo gli attestati di ammirazione tributati da ogni parte al cardinale e culminati due giorni fa in una lettera del papa, riguarda in particolare le posizioni martiniane in materia di «ecumenismo» e «dottrina sociale». Posizioni troppo progressiste? Cossiga non lo dice, si limita a lasciarlo intendere: tali comunque, è la sola precisazione del senatore a vita, da aver ingenerato se non altro, appunto, un «imbarazzante equivoco». Non che Cossiga metta completamente in discussione la figura di Martini. Anzi, in parte rivendica persino il merito della sua nomina: «Nel ’79 fui io, da presidente del Consiglio, a concedere il nulla osta previsto allora dal Concordato. E da presidente della Repubblica fui ancora io a concedergli la Gran Croce di Cavaliere». Detto questo, pur essendo «grande ammiratore del cardinal Martini quale studioso e scrittore impareggiabile di opere di pietà», Cossiga precisa di aver lo ammirato «molto meno quale maestro di teologia politica e di ecumenismo»: per cui «con tutto il rispetto dico che con la cessazione della sua titolarità della cattedra di Sant’Ambrogio viene meno un imbarazzante equivoco per la Chiesa cattolica e per la società politica italiana».

Almeno Cossiga motivasse quel che dice», replica lo storico cattolico Rumi: «E poi, se veramente la posizione di Martini fosse stata così “equivoca”, come si spiega la lettera di elogio inviatagli dal pontefice?». Vittorio Messori, lo scrittore cattolico più letto al mondo, va oltre: «Martini arcivescovo è stata una creatura di Giovanni Paolo II, che lo ha lasciato a Milano per 23 anni, e questo non sarebbe successo se egli avesse riscontrato in Martini anche solo il rischio di una sua “diversità sostanziale” rispetto agli insegnamenti della Chiesa. Ma il punto è un altro, ed è che il sacro collegio della Chiesa non è affatto il politburo di Stalin: il pluralismo vi è sempre esistito. Di più, è la sua ricchezza: domenicani e francescani si sono metaforicamente randellati per secoli, eppure gli uni e gli altri erano parte della Chiesa. Oggi esistono posizioni “tradizionali” come quelle di Biffi, alle quali potrei anche considerarmi più vicino, e posizioni più progressiste come quelle di Martini: ma in questo non c’ è nessun “equivoco”, questa è semplicemente la Chiesa. Grazie a Dio, aggiungo. E mi stupisce che un liberale come Cossiga non lo abbia compreso». «Anche in questo frangente -è il commento di Albertini- quella del picconatore Cossiga è stata l’unica voce di dissenso: e in quanto tale la rispetto, anche se non sono d’accordo».

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