Carnevale. La follia non abita più qui

27 febbraio 2001 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Non è aprile, come voleva Eliot. Febbraio è il più crudele tra i mesi. E il più lugubre, proprio perché, a partire dall’inizio -la Candelora- vi si incistano le “allegre” giornate del carnevale.

Rivado alla mia giovinezza torinese: a febbraio, la siccità invernale rendeva la città polverosa e ancora più oppressa uno smog alla Manchester di Engels. Fumo grasso, da comignoli di riscaldamento a carbone e da ciminiere d’industria pesante. Il sole impietoso, in giornate quasi sempre serene, rivelava tutte le magagne della capitale decaduta, a da cui il potere era fuggito per sempre nel 1864 e di cui solo misericordiose nebbie e cieli plumbei potevano velare il degrado. Al fondo di via Po -in quella immensa, tragica piazza Vittorio costruita per celebrare trionfi che non sarebbero mai venuti- si montavano quelli che, per i torinesi, erano i “baracconi” di un luna park, immutato dei tempi di De Amicis.

Una “festosa città dei divertimenti”, secondo la formula invariabile della cronaca de la Stampa. Ma dove si aggirava una folla taciturna di immigrati meridionali, di soldati in libera uscita, di pensionati FIAT sospettosi verso i napuli, di studenti con il cappello goliardico a punta, di domestiche con i figli dei borghesi. Tutti, sorvegliati dai civich, i vigili urbani che, a coppie, controllavano che quel “divertimento” a data fissa fosse ordinato e sottovoce.

Il vertice del lugubre era però raggiunto la domenica prima del mercoledì delle ceneri, a con la sfilata lungo via Po. A chiuderla Gianduja e Giacometta, preceduti dal trionfo del cartongesso che aveva trasformato dei camion FIAT e Lancia in “carri divertenti, ispirati modo sbarazzino all’attualità locale e nazionale”, per rifarsi ancora alla prosa della cronaca cittadina. Per la quale il tutto si svolgeva, naturalmente, in una “atmosfera allegra e spensierata”. Il massimo della trasgressione, oltre i coriandoli, il lancio di caramelle con piccole zuffe tra i bambini, travestiti da sommarie maschere con pezzi di stoffa cuciti in casa. Lo “sbarazzino” dei carri, poi, consisteva in rispettosissime caricature del sindaco Peyron, calvo e occhialuto, del chirurgo Dogliotti, col bisturi in mano, di Pininfarina dentro una Cisitalia. Una sola volta apparve -è passò un brivido di disagio tra la folla che applaudiva al passaggio, e disciplinatamente “festante”- il pupazzo di Valletta: piccolo, in doppiopetto, col famoso sorriso “feroce” (e proprio per questo, i comunisti chiamavano la FIAT la Feroce).
Queste, insomma, le mortuarie “follie del carnevale”. Solo a Torino? E solo allora? Ma no. Dappertutto, e più che mai in seguito, segno quella atmosfera di triste e, di artificioso, di sforzato. Per arrivare a questi nostri anni, in cui sono spariti “baracconi”, sfilate, manifesti in latino maccheronico di goliardi (e goliardi stessi). Restano le festicciole per bambini in oratorio o cose tipo Viareggio e Venezia, ma come occasione turistica, senza alcuna illusione di coinvolgere la gente. Naturalmente, è giusto che sia finita così. Proprio perché è finito ciò che dava una ragione e un senso al carnevale. Come tutti, o quasi, sanno la parola viene dal saluto -Vale!- dato alla carne prima dell’inizio dei 40 giorni di magro e di digiuno che precedono la Pasqua. Un impegno serio, in tempi di cristianità, tanto da far chiudere in quel periodo le botteghe del beccaio.

Travolto da quello che Paolo VI chiamò “un raptus di autodemolizione”, la Chiesa postconciliare è giunta ad abolire in ogni venerdì dell’anno l’obbligo del magro (che costituiva, tra l’altro, un forte segno di identità cattolica, contribuiva a far sentire parte di una comunità con le sue regole) e di penitenza non sembra più voler parlare.
Non solo non c’è più un Ramadan cattolico; ma suore e frati sono tra i più ricercati autori di libri e di ricette, di manuali per godere le gioie della gastronomia. Il digiuno l’hanno lasciato a buddhisti, a cultori del new age, a cliniche salutiste, dove si paga -e caro- perché non ti diano da mangiare. Sarebbe dunque incongruo un volere mollare moralizzare, da cattolico, sul “mondo”, che spesso, oggi, non sa neppure che significhi la parola Quaresima e non certo da congedarsi da carne, un martedì di febbraio, in vista di astinenze e privazioni edificanti. Il carnevale esisteva solo in funzione di quanto lo seguiva: sparita la Quaresima, doveva anch’esso sparire. E ma carnevale corrispondeva ad altri bisogni essi pure scomparsi. Il bisogno -semel in anno- di allentare i freni morali, di lasciar spazio ai richiami della gola, magari dell’erotismo.
Il bisogno di sospendere il ruoli sociali (e sessuali: quanti uomini travestiti da donne!) con le loro gerarchie e i loro doveri: da qui, maschere e mascherate. Il bisogno di infrangere le censure e di gridare a superiori e potenti quanto si era costretti tenere per undici mesi nella strozza: da qui canti carnascialeschi, le caricature, il fingersi pazzi per parlare senza conseguenze troppo gravi. Ebbene: basta guardarsi attorno per accorgersi che, oggi, tutto l’anno è carnevale. Siamo figli del ’68 e del suo “è vietato vietare”: che è -basta pensarci un poco- l’estensione universale della zona franca carnevalesca: dunque non c’è più necessità di quel salvacondotto che la società concedeva soltanto per alcuni giorni, chiusi poi dall’imposizione delle ceneri, che rimetteva tutto posto: nel “memento, homo, quia pulvis es…”.

Ne abbiamo tratto guadagno, proprio sul piano dell’edonismo, del piacere? C’è, forse, da dubitare: non c’è gioia vera che non sia tristezza superata; non c’è godimento pieno che non presupponga sofferenza; non c’è appagamento se non in unione con una rinuncia. E rifiutando la Quaresima che ci siamo preclusi i piaceri del carnevale, proprio quando ci illudevamo di moltiplicarli, facendo di ogni giorno un martedì grasso

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