Wojtila avrebbe capito, da vero padre

9 gennaio 2006 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

C’è un equivoco irritante in certo attuale buonismo cattolico. Quello che sta nel sottofondo anche dei telereporter che, a cadavere caldo, mettono un microfono davanti alla bocca dei parenti delle vittime dei delitti più efferati chiedendo, soavi: «Ha perdonato?». L’equivoco nasce da un vangelo non più letto ma orecchiato; o riletto secondo le categorie retoriche e irrealistiche (dunque, disumane) del «teologicamente corretto». Nel vangelo, quello vero, è annunciato che, nell’Ultimo Giudizio, Gesù riconoscerà ai predestinati al paradiso una buona opera fra le altre: «Ero carcerato e sei venuto a visitarmi». A «visitarmi», si badi. Non a «liberarmi». La liberazione che il cristiano può portare è morale, nasce dal rinnegamento del peccato da parte del colpevole, dal suo pentimento sincero e dal conseguente perdono. Il perdono del Cristo, però, non quello degli uomini, alla cui giustizia il pensiero cristiano non si è mai opposto, purché sia legittima ed equa. Nelle carceri la Chiesa ha inviato e invia cappellani per l’assistenza spirituale; non infiltra fabbri, per duplicare le chiavi che aprano cancelli e inferriate. Diffonde vangeli, non manuali per l’evasione.

In effetti, per venire al caso di oggi, la Santa Sede, pur Stato sovrano nel cui territorio era avvenuto il crimine di Ali Agca, non ha esitato a consegnare l’attentatore alla giustizia italiana. A essa ha dato fiducia e non è intervenuta in alcun modo, con buonismi sentimentali, appunto, per intralciarne il lavoro o per chiedere mitigazioni di pena. La vittima, dal suo letto al Gemelli, senza retoriche, ma con la sincerità e la spontaneità che le erano proprie, ha detto di avere, personalmente, perdonato. Ma non ha preteso che facessero altrettanto le altre persone ferite dalle pallottole del turco. Soprattutto, Giovanni Paolo II non ha auspicato che i giudici fossero clementi e che i giudici della Corte perdonassero anch’essi: dare a Cesare quel che è di Cesare significa pure lasciargli l’amministrazione della giustizia terrena. Quella finale, infallibile perché celeste, compete a un Altro.

Solo dopo che la sentenza del tribunale italiano era stata emanata, Papa Wojtyla si è recato nel carcere dove scontava la pena colui che aveva cercato di ucciderlo. Come da imperativo evangelico, ha visitato il detenuto, gli ha stretto affettuosamente le mani che avevano impugnato la pistola, ma non ha chiesto trattamenti di favore, sconti di pena o, addirittura, la pronta scarcerazione. Quando il governo italiano accettò la richiesta della Turchia di trasferire Agca in un suo carcere, molti temettero il peggio per lui. Le carceri ottomane, in effetti, hanno fama ancor peggiore di quelle italiane, in ogni caso non sono luoghi di soggiorno e cura e le autorità turche avevano vecchi conti da regolare con il killer. Eppure, neppure allora vi è stata alcuna interferenza vaticana, si lasciò che le cose del mondo seguissero le regole e i tempi del mondo.

Adesso la sorpresa che, in qualche modo, rovescia le previsioni: da quel che pare (anche se, da quelle parti, le sorprese sono sempre possibili), Ali Agca sarà scarcerato. Che avrebbe detto, come avrebbe reagito, mi si chiede, Giovanni Paolo II? Domanda, ovviamente, impossibile, comunque rischiosa: poveri uomini come siamo, come metterci nei panni di un Pontefice del quale le folle hanno chiesto la canonizzazione più spedita possibile? C’è comunque, nei santi, una logica che permette, forse, di azzardare una risposta. Crediamo, dunque, che Papa Wojtyla non solo avrebbe rispettato, ancora una volta, la decisione dei magistrati, ma ne sarebbe stato, sinceramente, felice. Felice perché c’era, in lui, una straordinaria fiducia nella vita, perché credeva sino in fondo, da cristiano vero, che cambiare in meglio è possibile, per tutti. Perché sapeva che occorre «purificare la memoria» (non lo ha chiesto anche alla Chiesa intera?) per liberarsi del passato, per poi «protendersi in avanti», come esorta san Paolo, senza carichi oppressivi sulle spalle. Ricominciare da capo, aprirsi al futuro, consapevoli che in ciascuno di noi si annida l’assassino ma anche il santo potenziale. Per fare emergere questo (si può essere «santi» anche seguendo la propria fede islamica), sospettiamo che (con discrezione, attraverso quella Nunziatura ad Ankara che fu retta da tal Angelo Roncalli) Giovanni Paolo II avrebbe offerto ad Agca il proprio sostegno concreto. Un aiuto nella ricerca di un lavoro, un po’ di denaro, un appoggio psicologico: tutte le cose di cui ha bisogno un reduce dalle galere, dopo un quarto di secolo nel buio di una cella. Nessuno ne avrebbe mai saputo nulla: e proprio per questo, crediamo, Papa Wojtyla lo avrebbe fatto. Per lui, quell’uomo al di sotto dei cinquant’anni, ancora sano e integro, era un figlio bisognoso di solidarietà, uno che aveva pagato il conto stabilito per lui dalla giustizia umana e che era pronto a vivere. Andava aiutato: a dimenticare, a riprendere il cammino, a lottare per non ricadere nel male, a credere in una vita terrena che si apre, alla fine, su quella eterna.

Credo, con umiltà, di non sbagliarmi. C’era, in Giovanni Paolo II, il Pontefice che, come ogni suo predecessore, sapeva che agli uomini tocca la giustizia umana e che questa va rispettata, nella doverosa divisione dei ruoli. Ma «Papa» vuol dire «padre»: e anche di questa paternità affettuosa, fattiva, larga quanto il mondo Karol Wojtyla era consapevole sino in fondo. Non è forse per questo che tanti, nel mondo, tanto lo hanno amato?

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