Vaticano, così cambia il potere. Un pastore sostituisce un diplomatico

2 settembre 2006 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Il giorno dopo il rientro dalla Germania, Benedetto XVI, presiederà -nella discrezione delle stanze vaticane- ad un evento che non si verificava da ormai quindici anni e a cui ha voluto giungere in modo insolito, contrario alla tradizione ecclesiale. In effetti, il 15 settembre il cardinal Angelo Sodano, Segretario di Stato dal 1991, ottant’anni l’anno prossimo, piemontese di Asti, passerà le consegne al cardinal Tarcisio Bertone, anni 72, piemontese del Canavese. Prassi insolita, si diceva, tanto da avere provocato un mare di bisbigli nei corridoi della Curia Romana. Qui è tradizione che il dimissionario (o dimissionato che sia) lasci il suo posto e che solo in seguito si proceda a designare ufficialmente il successore. Così avviene anche nell’avvicendamento tra vescovi residenziali e tra cardinali a capo di Congregazioni.

Papa Ratzinger ha invece sparigliato i tempi: sull’Osservatore romano del 24 giugno ha fatto pubblicare il nome del nuovo Segretario di Stato, annunciando che il cambio con Sodano sarebbe avvenuto, appunto, il 15 settembre. Insomma, un “avviso di licenziamento“ e una “investitura“ tre mesi prima e sui quali corrono varie interpretazioni. Quella più benigna ipotizza che il papa, di cui è ben nota la premura umana, abbia voluto lasciare ai due porporati tempo sufficiente per sistemare le loro faccende. Bertone deve, tra l’altro, congedarsi da una diocesi complessa come Genova. C’è, invece, una punta di malizia di alcuni nei riguardi di Sodano: non è un mistero (vi sono state anche sgradevoli campagne giornalistiche) che il cardinale astigiano è sospettato di avere in qualche modo rinverdito un’antica pecca clericale. Quella del nepotismo. Proprio un suo nipote è stato accusato da qualche media di aver coltivato affari grazie anche alla benevolenza del potente zio. Da qui, commenti felpati ma malevoli, rafforzati poi da una mossa che potrebbe suscitare l’interesse di un Dan Brown, per qualche altro pastiche di fantavaticanologia: prima di andarsene, cioè, Sua Eminenza ha sistemato il segretario privato in un ruolo insolito, ma che potrebbe rivelarsi molto utile. Il ruolo, cioè, di assistente spirituale, di “cappellano“ dello IOR, dunque di quell’ Istituto per le Opere di Religione che, in quanto riservata e impenetrabile banca vaticana, ossessiona i professionisti dell’anticlericalismo, che vi vedono la fonte di intrighi finanziari e rievocano le ombre di Sindona, Calvi, Marcinkus. Oltre, naturalmente, alla solita Opus Dei…

Giustizia, peraltro, impone di riconoscere che –al di là di voci che in ogni nomenklatura non risparmiano alcuno- l’ormai lunga vita di Angelo Sodano è stata spesa interamente al servizio della Chiesa. E’ doverosa per il credente la gratitudine per una fedeltà praticata per tanti decenni e attraverso tante prove drammatiche affrontate dalla Catholica, soprattutto nella tempesta seguita al Concilio. Con Joseph Ratzinger le difficoltà (che lo hanno indotto a non attendere, per il congedo, gli 80 anni del suo “Capo del Governo“) nascono da temperamenti e storie diverse. Da un lato, il diplomatico abile, pragmatico, realista, che colpì Giovanni Paolo II al punto di chiamarlo a Roma come suo massimo collaboratore, quando ne saggiò di persona le doti al momento della delicatissima visita nel Cile di Pinochet. Forse, fu proprio questa duttilità del diplomatico sempre pronto al compromesso che non convinse il confratello nel cardinalato, il Prefetto, allora, dell’ex-Sant’Uffizio. Particolarmente duro il confronto, quando Ratzinger impose l’uscita dei rappresentanti cattolici dai consultori tedeschi che valutano le domande di aborto. Mentre il teologo bavarese esigeva la fine di una presenza ecclesiale che, nei fatti, non limitava la “strage degli innocenti“, Sodano era più possibilista, sembrava appellarsi alla categoria, che fu di san Tommaso stesso, del male minore. Una categoria che, dicono, voleva applicare ad altri temi morali incandescenti. Non piaceva, poi, nel palazzo della Congregazione per la Fede, un modo di gestire la Chiesa -a Roma e nella rete delle nunziature, dipendenti dal Segretario di Stato, che è anche ministro degli esteri– secondo prospettive e valori più diplomatici e politici che religiosi e spirituali. Una gestione che sembrò accentuarsi quando Giovanni Paolo II, ormai invalido, fu costretto a dipendere dai collaboratori più vicini, tra i quali si erano create lobby egemoni.

Sta di fatto che, all’elezione di Benedetto XVI, gli esperti dei Sacri Palazzi previdero un cambio in questo che è il posto di maggior potere della Chiesa universale . Forse –anche se solo sul piano pragmatico, ovviamente– superiore persino a quello del papa che, in molte occasioni, è più ossequiato che obbedito, più acclamato che ascoltato. Se non poco tempo è passato prima dell’avvicendamento, il ritardo è dovuto certamente alla scarsa propensione del Segretario di Stato al pensionamento. Ma anche al temperamento rispettoso, talvolta persino timido di quel Bavarese mite e paziente che molti –troppi- senza affatto conoscerlo credevano un “carabiniere delle fede“ o un “bull dog dell’ortodossia“. Forse anche per queste esitazioni per timore di offendere un anziano e in ogni caso meritevole principe della Chiesa, il papa è ricorso alla prassi insolita che dicevamo: convocare il fidato Bertone, stabilire una data per la successione, quasi dicendogli “abbiamo tempo, pensaci tu a convincerlo, io sono un po’ a disagio“.

Così, dalla metà del mese, alla mitica “Terza Loggia“ del palazzo apostolico si installerà un salesiano cordiale e loquace, un prelato di solida forza e preparazione, sotto le apparenze bonarie. In agenda, c’è l’accento da porre sulla dimensione spirituale, direttamente religiosa della Chiesa (“Il Vaticano non è innanzitutto uno Stato“) ; poi, il ritorno alla responsabilità personale dei singoli vescovi, con il ridimensionamento di quei “piccoli Vaticani“ che sono ormai le Conferenze episcopali nazionali. Ancora: il rapporto con i musulmani, rivitalizzando il ruolo e l’esperienza di quei milioni di cristiani, spesso di etnia araba o comunque orientale, che da 15 secoli vivono tra gli islamici, non sempre e non dovunque in modo conflittuale. L’impegno, comunque, per la libertà religiosa non si limiterà soltanto ai seguaci del Corano. Il papa, e con lui il suo Segretario, sono ben consapevoli che anche tra gli ortodossi, soprattutto russi e greci, chi non aderisce alla Chiesa di Stato non è un cittadino a titolo pieno e i cattolici patiscono diffidenze se non oppressioni. In Occidente, poi, finito – per decesso dell’interlocutore– il confronto con il marxismo, c’è da portare avanti il progetto caro da sempre a Joseph Ratzinger: il dialogo con i laici, con i non credenti “amanti della ragione”, con agnostici o magari atei ma consapevoli che il cristianesimo non è un avversario ma un amico sapiente, con venti secoli di esperienza, nella ricerca di una società più umana.

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