Una ricchezza per il cattolico

12 ottobre 2009 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Santi patroni ? Ci sono, certo, quelli delle Nazioni, dei Continenti interi, come magnificamente illustra la Mostra aperta a Roma, demonstratio esemplare che chi vuol disconoscere per l’Europa le “radici cristiane“ non pecca contro la religione, bensì contro la storia, la cultura, l’arte. Ma ci sono anche i santi protettori delle città, anzi di ogni comune: tutti gli anni, la “festa patronale“ è ancora, spesso, il maggior momento di aggregazione, di confluenza su valori condivisi , di superamento delle divisioni politiche. Ma anche delle fratture territoriali, da Nord a Sud: per stare a quattro soli esempi (tra gli oltre 8.100 possibili, ché tanti sono i comuni italiani), malgrado ogni secolarizzazione, non sono ancora divenuti giorni come gli altri quelli di sant’Ambrogio per i milanesi e di san Petronio per i bolognesi o quelli di santa Rosalia per i palermitani e di san Nicola per i baresi. Non avevano torto i cattolici del Risorgimento che ammonivano coloro che volevano “sbattezzare“ la nuova Italia: il cattolicesimo popolare, quello della “sagre“, era l’unico collante tra zone tanto diverse, talora agli antipodi.

Ma, accanto a quelli comunitari, ci sono anche i patroni individuali: e sono tanti quanto i battezzati. Pochi lo notano, ma tra le distorsioni della tradizione italiana operate dall’ “imperialismo culturale“ americano, c’è il successo della festa per il compleanno, sino a prevalere su quella per l’onomastico. Nella cultura cattolica , sino all’inizio del secolo scorso, erano sconosciuti i coretti melensi da happy birthday to you intonati dai colleghi di lavoro.

L’unico, vero dies natalis del cristiano era quello della “nascita alla vita eterna“. Dunque, il giorno della morte che, per i santi, era segnata sul calendario e, per i credenti usuali, era l’occasione annuale per messe, preghiere di suffragio, visite alla tombe. Prima delle moderne anagrafi, molti addirittura ignoravano il giorno preciso della loro venuta alla luce, ma nessuno se ne preoccupava. Ciò che contava era l’onomastico, cioè il giorno in cui ricorreva la memoria del santo il cui nome si era ricevuto al battesimo. Il parroco non accettava nomi che non venissero dalla tradizione cristiana e poiché non c’era nessuno di quei santi o beati che non avesse un posto nella liturgia, non c’era uomo o donna che fosse senza “festa“. Il protestantesimo soppresse, tra molte altre cose (“un cristianesimo amputato“, lo chiamava Newman il grande convertito dall’anglicanesimo) anche il culto dei santi e con essi sparì l’onomastico ma comparve, per compensazione, un inedito birthday che ha finito per imporsi anche da noi. Oggi molti, del resto, anche volendo non potrebbero festeggiare alcun patrono, avendo ricevuto un nome estraneo al calendario cristiano e derivato magari da soap opera americani.

In una prospettiva di fede, l’eclisse del patrono personale non è cosa irrilevante . Nella chistianitas nessuno era mai solo: sotto la luce della Trinità, accanto a ciascuno, per miserabile e abbandonato che fosse, vegliavano, oltre la Vergine Maria, l’angelo custode e, appunto, il santo di cui si portava il nome. A lui ci si rivolgeva perché intercedesse presso il Cristo e a lui si guardava come esempio di vita. I parenti potevano morire, gli amici tradire, la fortuna abbandonare: ma un santo, assieme all’angelo, erano pur sempre vicini e attenti.

Ciò non toglie che, accanto a quello –anzi, a quelli– imposti dal nome scelto dai genitori, la libertà cattolica permetta di affiancare altri patroni. Per intenderci, e se è lecito un riferimento personale: battezzato come Vittorio Giorgio scoprii che, vista la grande diffusione in epoca romana, i Vittore, Vittorino, Vittorio sono, al martirologio, almeno una trentina. Tutti morti per la fede, ma di cui tutto si ignora. Quale scegliere tra loro? Quanto a Giorgio, è noto il declassamento subìto, per opera della riforma liturgica, di questa figura di guerriero, dichiarata “leggendaria“ dai nuovi chierici. Da qui, per me, l’uso di venerare i patroni battesimali, ma di unire ad essi anche altri. I favoriti sono, in particolare, il beato Francesco Faà di Bruno, contemporaneo di don Bosco, il cui campanile – da lui stesso progettato e secondo per altezza solo alla Mole Antonelliana – domina il quartiere di Torino in cui sono cresciuto. Accanto a questo scienziato, uno tra i più eclettici e geniali dell’Ottocento (gli americani chiamano the Bruno’s formula un suo algoritmo che, un secolo dopo, si rivelò essenziale per il software elettronico), ecco Bernadette Soubirous, l’analfabeta miserabile che Maria scelse per affidarle il messaggio di Lourdes. Il dies natalis di questa santa corrisponde a quello del mio compleanno: una coincidenza che ha contribuito ad alimentare verso di lei fiducia e amore. Joseph Raztinger è nato in quello stesso giorno e non a caso ha confermato più volte di avere anch’egli quella piccola tra i patroni più influenti in Cielo e, grazie a lei, di avere Lourdes tra i luoghi più cari.

I tanti santi Vittorio e il Giorgio declassato, seppur ancora patrono di Genova e della Gran Bretagna, non me ne vorranno: la ricchezza cristiana concede simili libertà.

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