Un papa venuto da lontano

giugno 2003 :: Jesus, di Vittorio Messori

Mi si consenta di cominciare con un sorriso, con un piccolo ricordo personale. Mentre riflettevo sul tema assegnatomi -<< Un papa venuto da lontano>>- mi veniva in mente quella sera d’autunno del 1978 in cui fu annunciata l’elezione al trono pontificio di colui che volle chiamarsi Giovanni Paolo II. Ero nell’ufficio del mio editore del tempo e accendemmo la televisione perché ci fu detto che la fumata era stata bianca. Era in corso la diretta televisiva. Il cardinal…… dalla loggia della facciata di San Pietro pronunciò il nome così come dicono vada correttamente pronunciato. E, cioè, Karol Cardinal Wojtiua. Nel breve istante di silenzio che ne seguì, si sentì distintamente il grido di un collaboratore che era accanto al telecronista. Sconcertato dal suono esotico del nome e impressionato, certamente, da quella u, quel signore gridò eccitatissimo: “E’ un africano!”. La registrazione di quella diretta può farne fede.

No, Karol card. Wojtjla non era il primo papa di colore.

Non africano, dunque. Ma resta pur sempre il fatto che Giovanni Paolo II viene, geograficamente, da lontano. Ma, al contempo, ci è molto vicino. Così com’è vicino ad ogni figlio della Chiesa sparso nell’universo mondo. Voglio dire che, in lui, vive in modo straordinario il segreto della Catholica. La quale, cioè, preserva, come ricchezza preziosa, le diversità culturali ed etniche e, insieme, tutti trasforma in “romani “. Sono evidenti, nell’uomo Karol Wojtyla, i segni sia della cultura che del temperamento slavo. Ma sono altresì evidenti i segni di una romanità, di una latinità, assunta non come un’imposizione o una sovrapposizione, ma come una sorta di seconda natura che non ha però dissolto affatto quella originaria.

Se guardiamo a quei “cristiani ben riusciti“, a quei testimoni esemplari del cattolicesimo che sono i beati e i santi convenuti da ogni nazione, e che la Chiesa ha iscritto nei suoi canoni, abbiamo una continua conferma di una regola costante, misteriosa più ancora che sorprendente. Nessuno, cioè, di quegli uomini e di quelle donne ha represso la propria natura; nessuno ha censurato la sua cultura, ha violentato le sue origini nazionali ed etniche. No, sono stati “se stessi “, sino in fondo. Eppure, tutti e tutte, profondamente “romani“. “Diversi“ l’uno dall’altra non solo per temperamento, ma anche per provenienza. Eppure, coinvolti da quel meglio di Roma antica che la Chiesa ha provvidenzialmente ereditato: pluribus gentibus fecisti unam, di tutte le genti del mondo ne hai fatta una sola.

Questa “unità nella diversità” contrassegnava già il sacerdote, poi il vescovo, poi il cardinal Wojtyla . Lo mostrano chiaramente i suoi scritti anteriori al pontificato. Lo mostra la scioltezza, la naturalezza con cui il giovane vescovo non solo frequentò, ma arricchì con il suo lavoro le sedute del Concilio Vaticano II. Lui, così polacco e, al contempo, così pastore della Chiesa universale, fratello tra i fratelli di ogni stirpe. Divenuto successore di Pietro, vi ha portato sì un suo personalissimo stile, senza però alcuna frattura nella linea di dottrina e di governo della Sede romana. Ha saputo diventare vescovo di Roma senza che, neppure inizialmente, l’Urbe lo sentisse come venuto da lontano.

Tutti sanno che , per oltre quattro secoli e mezzo, dai tempi dell’olandese Adriano VI, il papato fu monopolio italiano. Tra le ragioni di questa preminenza vi fu, certamente , anche una motivazione di opportunità, potremmo dire politica: l’Italia, sia prima che dopo la sua unità statale, non rappresentava una potenza temibile, un suo figlio elevato al soglio di Pietro non poteva suscitare né gelosie né preoccupazioni tra Regni e Repubbliche con ben altra potenza ed ambizioni. Insomma, proprio la debolezza italiana era causa della sua forza nei Conclavi. Ma, a determinare le scelte dei cardinali nella cappella Sistina, contribuiva certamente un’altra motivazione. Circolava, cioè, la convinzione che il temperamento e la cultura italiana predisponessero a una sorta di “carisma papale”. Questa convinzione era basata su una intuizione che , lo confesso, non solo mi pare fondata ma illuminante. In effetti, come mi è capitato qualche volta di scrivere, sono infatti convinto che la legge fondamentale del cattolicesimo, la legge che deve ispirarne la vita e il pensiero, sia quella che potremmo chiamare dell’et–et, del “sia questo che quello“. Al contrario, legge di ciò che non è cattolico, che è “eretico” potrebbe essere chiamata una dinamica dell’aut-aut: <<o questo o quello>>.

L’etimologia, si sa, è spesso chiarificatrice. Ebbene, la parola “eretico “deriva da un termine greco che significa <<colui che sceglie>>: colui, dunque, che pratica l’aut-aut. Pensiamo al protestantesimo, tutto basato su antitesi : o la Scrittura o la Tradizione, o Cristo o il Papa, o la fede o la ragione, o la fede o le opere, o Gesù o Maria o i Santi. O questo, o quello. La sintesi è bandita, ciò che domina è la contrapposizione. Il solus: Solus Christus, sola fides, sola Scriptura.

Per rifarci ancora all’etimologia, katholikòs è colui che si sforza di essere universale; anzi, l’esatta etimologia, ci avvertono i filologi, risale al greco katà hòlon. Cioè, letteralmente, “secondo il tutto” . In uno degli incontri che ebbi con lui, Jean Guitton, il filosofo, mi disse una frase che non ho dimenticato : <<Sono cattolico: dunque voglio tutto. Sono cattolico perché non voglio rinunciare a niente>>. Essere cattolico significa, in effetti, praticare il paradosso della unione degli opposti : l’et- et, l’uno e l’altro, la compositio oppositorum per dirla in latino; l’union de deux contraires, per dirla nel francese di Pascal che molto insiste su questo tema come metodo sicuro per conservare l’ortodossia.

Per farmi intendere, butto qui qualche esempio tra gli innumerevoli possibili. Nella prospettiva cattolica (e, oggettivamente, solo cattolica): Dio uno e trino; Gesù uomo e Dio; la Chiesa mistero e istituzione, visibile e invisibile; Papa e vescovi; clero e laici; Antico e Nuovo testamento, frutto al contempo di ispirazione divina e di redazione umana; Maria vergine e madre; Scrittura e Tradizione; anima e corpo; spirito e materia; fede e opere; ragione e rivelazione; filosofia e teologia; Gerusalemme e Atene; peccato e redenzione; morte e risurrezione; inferno e paradiso; canonisti e profeti; utopia e realismo; penitenza e festa; contemplazione e azione; verginità e matrimonio, fede come certezza e al contempo scommessa; giustizia e misericordia.

Si potrebbe continuare a lungo con queste compositiones oppositorum. Anzi, se mi è concessa una confidenza: da anni rifletto e raccolgo materiale per un libro, per mostrare come non ci sia aspetto della prospettiva autenticamente cattolica che non sia basato su realtà apparentemente contraddittorie che devono convivere e trovare una sintesi, spesso faticosa ma indispensabile. Con una battuta, direi che il modo cattolico per credere, pensare, vivere è quello dell’ossimoro. Che, leggo nel dizionario, consiste nel “riunire due termini apparentemente contraddittori in un stessa espressione”. Non a caso, comunque, il segno che sintetizza la nostra fede è la croce : cioè un et- et, questo e quello, l’unione di un braccio verticale e di uno orizzontale.
Ebbene, i padri dei conclavi che si succedettero per oltre 450 anni avevano consapevolezza di questa sorta di “principio fondamentale“ cattolico ed erano convinti che solo il temperamento italiano, con la sua duttilità, che solo la lunga tradizione che i figli della Penisola avevano accumulato nel governo della Chiesa universale, potesse assicurare la pratica di questa “sintesi degli opposti“, di questa ardua “unione dei contrari”. Che non è arte del compromesso, ma costruzione di una verità totale, che nulla rifiuta e tutto accoglie di quanto sia meritevole di essere salvato.
Ricordo che io stesso vidi lo scuotere di capo di alcuni, alla notizia dell’elezione papale non soltanto di un non italiano ma di un figlio di una Chiesa ardente, coraggiosa, illustre ma pur sempre periferica come quella polacca. Nessuno metteva in dubbio, ovviamente, le qualità del cardinal Wojtyla e la sua buonissima volontà, ma si temeva che la sua tradizione e il suo temperamento slavo non gli avrebbero reso facile, gli avrebbero anzi impedito, l’equilibrio dell’et-et.

Tutti sappiamo che non è stato così. Un quarto di secolo, ormai , di pontificato parla in modo inequivocabile. Nel pomeriggio di domani, analizzerà il magistero di Giovanni Paolo II, nelle sua 14 encicliche, il cardinal Joseph Ratzinger cui mi lega –e ne sono grato e fiero– l’esperienza di un libro insieme in cui discorremmo anche di questi temi. Dall’analisi di S.E. Ratzinger apparirà chiaro, ne sono certo, come, in quel magistero, l’equilibrio e l’universalismo romani e, dunque, cattolici, vivano in profondo in un Papa dove l’ammirevole passione del suo popolo sempre convive con il lucido discernimento, dove le mille sfaccettature della prospettiva di fede sono composte in una sintesi dove nessuna è dimenticata e dove ciascuna convive con l’altra. Tra quelle 14 encicliche, una mi è particolarmente familiare, a causa del mio lavoro di scriba che tenta di “rendere conto delle ragioni della sua speranza”. Quel testo è la Fides et ratio: fede e ragione, l’et-et cattolico riconfermati senza esitazione, sin dal titolo, in uno dei documenti fondanti del pensiero papale.

Ma questo et-et può spiegare, io credo, anche tutta intera la “strategia“ globale di uno dei pontificati più lunghi della storia della Chiesa. Credo che il non avere talvolta compreso il principio cui Giovanni Paolo II si è costantemente ispirato sia stato, e sia, causa di fraintendimenti, anche gravi.

A me pare che questo, in estrema sintesi, sia il principio strategico dell’attuale pontificato: da una parte la massima apertura all’altro, a ogni altro. Un dialogo talvolta addirittura temerario con le altre religioni e con il mondo laico, non esclusi quello dell’agnosticismo e dell’ateismo. Un’apertura che, diciamolo, talvolta ha provocato la perplessità se non l’allarme di alcuni, nella Chiesa stessa , quasi che si esagerasse. Si pensi a certe reazioni alle visite in moschee, in sinagoghe, in templi buddisti ; o alla liturgia penitenziale per la richiesta di perdono a Dio per gli errori e le colpe degli uomini di Chiesa. O certi incontri con governanti anche persecutori dei credenti.

Le preoccupazioni per un eccesso di apertura potrebbero avere una loro giustificazione; se però non dimenticassero l’altro aspetto, altrettanto tenacemente praticato, della strategia wojtyliana. E, cioè, una riscoperta e una riproposta, tenace e sistematica, senza “se“ e senza “ma“, di ogni aspetto della fede, della tradizione, della devozione cattolica. Questo è il papato degli abbracci per tutti; ma è anche quello di un catechismo che, punto per punto, ha riaffermato senza sconti né esitazioni, per dirla con i tedeschi, la katholische Weltanschauung di sempre. E’ il papato della richiesta di scuse e di perdono per tutti, ma è anche quello che non ha esitato a glorificare Pio IX o Marco d’Aviano o i martiri della guerra civile spagnola. Pur nella prospettiva di quel Concilio di cui fu parte attiva e alla cui fedeltà si è sempre ispirato, Giovanni Paolo II ha rimesso vigorosamente in piedi le colonne di una fede che sembrava insidiata da certi sbandamenti teologici ed esegetici postconciliari. Ed è proprio grazie a queste basi di fede e di Tradizione, ritrovate, rinsaldate, riproposte, che ha potuto praticare quel suo apostolato del dialogo ad oltranza, con chiunque.

E’ perché, credo, non si è compreso il doppio binario di una simile strategia che alcuni hanno potuto sospettare questo pontificato di essere “conservatore“, “restauratore“. Mentre altri –al contrario– lo hanno sospettato di essere, come dire? , “progressista“ se non, addirittura “modernista“. Sospetti e accuse, da destra e da sinistra, che si sono paradossalmente incrociati e scontrati. E, alla fine reciprocamente annullati. Un papato non etichettabile, non rinchiudibile in schemi: ma , questo, proprio perché ne è stato protagonista un papa polacco che ha saputo comprendere e vivere sino in fondo quella costante romana che dicevo dell’et- et. Misericordia e fermezza; dialogo e dogma; modernità e tradizione ; ecumenismo ed identità.

Certo, dunque: un Papa venuto da lontano. Ma, al contempo, vicino, vicinissimo –per istinto, per carisma direi– al cuore due volte millenario di quella Chiesa “ onde Cristo è romano”, per dirla con il Poeta.

© Jesus