Ratzinger corregge Wojtyla

25 maggio 2006 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Quando successe, nella quaresima del Duemila, mi permisi di porre, su questo giornale, “alcune domande al papa penitente“, come diceva il titolo. Domande, le mie, che infastidirono qualche “cattolico adulto“ ma non certo Joseph Ratzinger che, come Prefetto della Congregazione per la fede, aveva cercato di dissuadere Giovanni Paolo II. Alla fine, il Cardinale si era adoperato per limitare i danni. Così, la liturgia penitenziale in San Pietro con le richieste di perdono per le colpe cattoliche del passato fu accompagnata da un documento della Commissione Teologica presieduta dallo stessa Ratzinger, dove si precisava l’ambito della iniziativa e non mancavano parole come “sconcerto“, “disagio“, “mancanza di precedenti“, “insufficiente fondamento biblico“. La stessa presenza del Cardinal Prefetto alla liturgia -i cui testi erano stati da lui attentamente rivisti e in molti punti ritoccati- fu una sorta di garanzia che il rigore tedesco avrebbe sorvegliato la pur generosa passionalità slava che rischiava di “scuotere la fiducia di molti verso la Chiesa“, come ammoniva il Documento dell’ ex-Sant’Uffizio. Ma anche una certa opinione laica restò perplessa, come testimoniò un suo interprete quale Indro Montanelli che si disse “interdetto“ e profetizzò che un papa futuro avrebbe “chiesto perdono per i perdoni di papa Wojtyla“. Montanelli osservò che, a rigor di logica, la Chiesa avrebbe dovuto cominciare a de-canonizzare molti dei suoi santi dei secoli passati, giunti agli altari proprio per avere praticato come virtù ciò che ora era confessato come colpa.

Fu, quello di Giovanni Paolo II, un atto solo pastorale che non coinvolse, ovviamente, l’infallibilità pontificia e che rientrava in un “magistero ordinario“ che è riformabile nel tempo. Prevedevo io pure – e non ci voleva molto- che il papato successivo avrebbe preso le distanze da quella liturgia, non isolata ma punto di arrivo di oltre cento “richieste di perdono“ rivolte a tutti dal pontefice polacco, tanto da diventare oggetto di vignette e battute satiriche, come fosse una sorta di tic. Se era facile prevedere la riapertura di una simile pagina, non lo era di certo che le prime mosse sarebbero state compiute proprio a Varsavia, davanti al clero del Paese da cui venne colui che comunque – sia ben chiaro – è davvero per Ratzinger il suo “amato e venerato predecessore“, come non si stanca di ripetere e per il quale persegue fermamente la causa di beatificazione. Forse, anche questo rientra nella trasparenza di un uomo che, proprio in Polonia, ha voluto ricordare con franchezza il maggiore tra i temi di legittimo dissenso con il papa polacco cui lo lega un quarto di secolo di fecondo e concorde lavoro .

Benedetto XVI, nel discorso di ieri, ha innanzitutto ricondotto le richieste di perdono alla dottrina tradizionale: ogni ambiguità va superata, precisando che –come sempre il cattolico ha saputo– la Chiesa è santa e chi pecca e sbaglia non è essa, sono i suoi figli infedeli. Inoltre: sarebbe errato e ingiusto “impancarsi a giudici delle generazioni precedenti, vissute in altri tempi e in altre circostanze“. Dunque, pecca di anacronismo e di ingiustizia chi voglia giudicare la storia della Chiesa servendosi dell’attuale vulgata egemone, quella del liberal politicamente corretto. Ancora: chi pretende di giudicare la storia deve conoscerla bene e, pertanto, “non deve indulgere a facili accuse in assenza di prove reali o ignorando le precomprensioni di allora, diverse dalle nostre“. Infine, “chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della Grazia che, pur in vasi creta, ha portato frutti spesso eccellenti“.

Quella di Ratzinger non è stata, ovviamente, una sconfessione ma la riproposta di precisazioni già da lui chieste e ribadite ora con l’autorità pontificale. I cattolici, ricorda, non dimentichino che il peccato è stato sempre presente anche tra loro, che è doverosa umiltà confessarlo e proporre di ravvedersi. Ma la miseria che accomuna tutti gli uomini, credenti compresi, non tocca la veste candida che (per la fede, ovviamente), riveste quella Chiesa nella quale già san Paolo scorgeva la Persona stessa del Cristo che cammina nella storia.

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