Quella malattia in diretta, schiaffo a un mondo distratto

17 agosto 2004 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Di quelle ore a Lourdes –dove i misteri gaudiosi del Rosario si sono mescolati a quelli dolorosi- c’è un fotogramma che sembra significativo fra tutti. Nella grotta, il Vegliardo stringe i braccioli della poltrona a rotelle con un piglio ancora vigoroso, come impaziente di levarsi in piedi e gettarsi in ginocchio davanti alla statua bianca con la fascia azzurra. L’immagine, cioè, riprodotta sul maggior numero di cartoline al mondo , quella dove Joseph Fabisch –polacco di origini– servendosi del miglior marmo italiano ha cercato, purtroppo invano, di seguire le indicazioni di Bernadette e fermare l’attimo del Mistero. Alla forza delle mani del papa, però, il corpo piegato e tremolante non è più in grado di rispondere. L’energia superstite pare concentrarsi, più che nel viso dai tratti ormai deformati dal male, negli occhi. Questi guardano alla Vergine con un misto di sforzo e di abbandono, di dolore e di fiducia. Sembra passarvi la luce del ritorno dell’anziano all’infanzia, con la richiesta confidente di aiuto alla Madre.

Il prete atletico cui fu annunciato l’episcopato mentre faticava in rudi gare di canoa, il giovane papa per il quale le quotidiane nuotate in piscina erano una necessità primaria, sembra realizzare, anche in questa sua impotenza, la profezia di Gesù risorto a Pietro. “In verità ti dico: quando eri giovane, ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi. Ma, quando sarai vecchio, tenderai le mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove non vuoi“. (Gv 21,18).

L’uomo abituato a soccorrere chiunque fosse nel bisogno, il sacerdote che per tutta la vita, fedele al comando della Scrittura, si è fatto un punto di onore di “farsi tutto a tutti“, a Lourdes ha dovuto chiedere aiuto –ritrovando nell’affanno la lingua materna– per terminare il suo pur breve discorso. Il papa che per tanti anni ha spalancato al mondo prospettive di futuro, additando un avvenire da vivificare con il Vangelo, si è accasciato, esausto, sulle rive del Gave de Pau, mormorando di essere ormai giunto alla meta del suo pellegrinaggio. Frase ambigua, certamente, ma della quale –altrettanto certamente– è possibile anche la lettura che, d’istinto, ne hanno fatto i media di tutto il mondo.

Pur dopo l’ultima visita alla Grotta, comunque, continua il pellegrinaggio terreno di Karol Wojtyla, vescovo di Roma e successore di Simon Pietro. Il futuro è il segreto di Dio: ma, di esso, non faranno parte dimissioni e abbandoni del ministero. Come annunciato per primo, nel giugno del 2002, proprio da questo giornale, la decisione di Giovanni Paolo II è irrevocabile: “E’ Cristo stesso che ha voluto che gli fossi, pur nella mia indegnità, Vicario in terra. La forza per continuare non è un problema mio, bensì di Colui che, per misteriosi disegni, mi ha chiamato ad essere Servo dei Servi di Dio. “Possiamo, oggi, riconfermarlo. Comunque evolvano le cose, non ci sarà alcun ricorso all’articolo 332 del Codice di Diritto Canonico che prevede quella che chiama “la rinuncia del Sommo Pontefice al suo ufficio“.

Del resto, il tempo sta mostrando quanto fosse “manageriale“ –dunque, lontana dalla visione evangelica– la prospettiva di Chiesa di coloro che già anni fa auspicavano che il papa finisse i suoi giorni nell’infermeria di un monastero polacco. “ Per il bene della Chiesa“, assicuravano, “per tutelare la maggior comunità religiosa del mondo, che ha bisogno di una guida forte e sana“. In realtà, tutti i pur numerosi, spesso straordinari, documenti dottrinali di Giovanni Paolo II, non valgono forse il “discorso“ che sta portando avanti, giorno dopo giorno, sotto l’occhio implacabile dei media. O, meglio: quelle sue parole scritte, o pronunciate, ricevono conferma ed autorità dall’esempio concreto dato in questa sua estrema vecchiezza.

E’ un fatto che anche coloro che non condividono il suo insegnamento, sostano, ora -in silenzio rispettoso– davanti all’umiltà di un uomo che non esita a mostrare al mondo la sua miseria fisica. In un mondo di lifting di look, di fitness, ecco un vegliardo con Parkinson in fase avanzata che continua, con fedeltà puntuale, il suo ministero, esponendo alle telecamere, agli obiettivi elettronici, alle folle, lo sfacelo di un corpo tremante e ansimante, sospinto il più delle volte su una carrozzella. In un mondo che sembra sempre più carente di forza morale, che di tutto si lagna, di tutto fà tragedia, ecco un uomo che dimostra come lo spirito, indomito, possa padroneggiare sino all’estremo la carne ormai riluttante. In un mondo che, in uno spietato ritmo di lavoro e di consumo, considera ormai inutilizzabili persino i cinquantenni, ecco un uomo che mostra che si è chiamati al dovere sino alla fine e che, sino a quella fine, molto è possibile dare. Con la parola ricca di esperienza, certo; ma anche con l’esempio di un’operosità che riesce a far fronte ad impegni i più alti ed onerosi del mondo.

Lo dicevamo: crediamo che non ci sia persona di buona volontà, quale che sia la sua fede o la sua incredulità, che non guardi pensoso all’umiltà e al coraggio di un simile fratello in umanità. Ma, almeno al credente, può lampeggiare nelle memoria un’altra frase di Gesù, anch’essa riportata da Giovanni: “Quando sarò innalzato sulla croce, attirerò tutti a me“. Sull’esempio di Cristo, colui che –per la fede, s’intende– ne è il rappresentante in terra, ha accettato di farsi “innalzare“ sulla croce eretta sul palcoscenico di un mondo che tutto scruta, spia, commenta, eccitato da un media-system che non ha e non dà tregua. Una lunga, dolorosa vecchiaia di malato in diretta, sotto riflettori e microfoni implacabili. Un calvario, certo. Ma, come il Calvario vero, ha il suo frutto misterioso: tutti “attirare“, cioè, con la forza delle testimonianza; con il sospetto, insinuato nei cuori, che Qualcosa –o Qualcuno– si celi dietro la sofferenza accettata con una generosità che non esclude la gioia.

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