Quei colloqui con il Patriarca

23 novembre 2009 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Il libro intervista con il cardinale (o, almeno, con l’arcivescovo) sembra divenuto uno dei generi editoriali più praticati. Contestati più che blanditi da buona parte dei media, spesso aggrediti per le loro posizioni etiche, gli uomini di Chiesa non sono comunque ignorati. Anzi, i giornalisti corteggiano i più autorevoli, proponendo il libro insieme; con, a quel che pare, buoni risultati, che inducono gli editori ad alimentare il settore. E’ un ulteriore conferma di quanto la società italiana sia scissa tra una minoranza, che vorrebbe recidere le radici con il cattolicesimo (almeno a livello sociale e morale) e una maggioranza, consapevole che quelle radici due volte millenarie sono parte profonda non solo della nostra storia, ma anche del nostro presente. Del Vangelo, almeno da noi, non ci si libera. L’ideologia egemone degli anni Settanta, nutrita di marxismo più o meno immaginario, si rifaceva, spesso esplicitamente, all’esigenza cristiana di giustizia. L’attuale ideologia egemone, il “politicamente corretto“ liberal, dietro le sue insopportabili ipocrisie, dietro i suoi eufemismi grotteschi per nascondere il male del mondo, tradisce una aspirazione all’eguaglianza che è essa pure del tutto evangelica. Nel deforme e nel demente divenuti “diversamente dotati“, nel paralitico “altrimenti abile“, nel sordomuto camuffato in “non udente preverbale“, c’è l’aspirazione a una società di eguali non solo nelle condizioni economiche. Cristianesimi amputati e stravolti, questi schematismi sedicenti “laici”, In ogni caso impensabili, senza una nostalgia incoercibile di Vangelo.

Naturale, dunque, il bisogno –magari istintivo- di molti di andare a interrogare chi, quel vangelo, lo annuncia nella sua pienezza. Dai surrogati all’originale, dagli ideologi politici agli uomini di Chiesa. Aldo Cazzullo, come suo interlocutore ha puntato alto: l’unico Cardinal Patriarca europeo, assieme a quello di Lisbona, e storicamente il primo, come titolare in origine di Aquileia e poi di Venezia. Sua Eminenza Angelo Scola è pastore di una diocesi modesta, con i suoi poco più che 300.000 abitanti, ma di straordinario prestigio non solo per la storia remota ma anche per aver dato come papi, in poco più di un secolo, ben tre dei suoi patriarchi. Con questi suoi colloqui appena usciti (La vita buona, pp. 91, Edizioni Messaggero, Padova) Cazzullo conferma quale sia lo spessore teologico, oltre che umano, di questo successore di san Pio X, del Beato Giovanni XXIII, del venerabile Giovanni Paolo I. Monsignor Scola ha preso dal suo carismatico maestro, don Luigi Giussani, l’assenza di complessi nei confronti della modernità, in cui si muove come nel suo habitat: pienamente prete e al contempo cittadino a titolo intero. Non lancia anatemi, non si straccia le vesti, non scivola nell’apocalittico ma prende dai tempi suoi -e nostri- quanto è buono, proponendo quella integrazione, quel supplemento d’anima che viene da una prospettiva cattolica del tutto ortodossa e al contempo capace di comprensione e di mediazione. Rispetto ad altri intervistatori, Cazzullo ha scelto un metodo inedito ed efficace: dal luglio del 2005 sino a quello di quest’anno, si è recato ogni estate a Venezia, provocando il Patriarca sui temi del messaggio indirizzato al suo gregge per la festa più popolare, quella del Redentore. Una formula di cui il cronista si è servito con abilità per affrontare il presente più scottante, sottoponendolo al filtro avveduto dell’eminente interlocutore. Colloqui che non sono passati inosservati quando sono apparsi su questo giornale, provocando non solo dibattiti ma mettendo in circolo termini che hanno fatto fortuna -“nuova laicità“, “meticciato culturale“– o rilanciandone altri.

C’è, in Cazzullo, una singolare capacità di mediare –pur con confondendo ruoli e prospettive– tra cultura laica e cattolica. Ne aveva già dato altre prove e la conferma in pieno in queste pagine nervose e dense dove si ha prova ulteriore di una verità spesso dimenticata. Nelle interviste, cioè, contano sì le risposte ma, ancor prima, valgono le domande. Quelle di Aldo sono di chi unisce la curiosità del giornalista alla sensibilità di chi non è certo ignaro della dinamica del fatto religioso. Non a caso, le sue primissime prove giornalistiche furono sul settimanale diocesano di quella sua Alba rocciosamente “bianca“.

©Corriere della Sera