Perchè Messori crede

24 giugno 2009 :: Il Nostro Tempo, di Beppe Del Colle

Spiegare chi è Vittorio Messori ai nostri lettori può sembrare una perdita di tempo, e addirittura una mancanza di rispetto verso di loro e verso di lui. E invece va fatto, partendo dall’invito a leggere il suo ultimo libro: «Perché credo» (ed. Piemme, 430 pagine). Scritto in collaborazione con il vaticanista de «Il Giornale» Andrea Tornielli, e dunque organizzato in domande (in genere brevi, ma utili a tenere il discorrere coerente, senza divagazioni) e risposte (in genere lunghe e argomentate, con qualche non nascosta tendenza a spostare avanti e/o indietro i confini del racconto) si tratta in realtà di una autobiografia. Preziosa, perché senza di essa si continuerebbe a pensare Messori (anche da parte di chi ha letto molti suoi libri) come un roccioso defensor fidei, piovuto all’improvviso dal cielo, con caratteristiche ben nette e precise, adatte a un tempo come l’attuale, in cui il Cristianesimo è considerato, al più, una componente autorevole ma antiquata del relativismo logico (e ovviamente anche etico). E dunque più che mai bisognoso di un agiografo, rigido, inflessibile e implacabile. E invece «Perché credo» è, come abbiamo detto, un’autobiografia in cui il personaggio-autore è innanzitutto un uomo perfettamente normale, però con una dote particolare: è capace di non prendere troppo sul serio nulla, a cominciare da sé stesso, tranne la ragione della sua fede, Gesù Cristo. Messori si racconta senza nascondere nulla. È un peccatore, come tutti. È nato nel 1941 e ha trascorso la prima infanzia in una famiglia, in un luogo e in un tempo in cui la fede religiosa praticamente non c’era: l’Emilia (per la precisione Sassuolo, in provincia di Modena) degli anni Quaranta, durante e dopo la Seconda guerra mondiale, con una madre onesta e generosa ma anticlericale, e un padre che aveva fatto parte dell’esercito della Repubblica di Salò, e quindi si sentì costretto ad andarsene di là, per andare a lavorare a Torino. Qui il ragazzo Vittorio fece gli studi nelle scuole più laiche possibili, il liceo D’Azeglio e poi l’Università dei Bobbio e compagni illuministi e anticlericali, docenti di Scienze politiche; non frequentò nessuna chiesa, nessun oratorio. Ottenuta la maturità classica non volle pesare ulteriormente sui genitori e si trovò un lavoro inconsueto, quello dell’addetto alle telefonate notturne presso la Stipel (di giorno ci pensavano le donne, dalle dieci in poi fi no al primo mattino gli uomini). Quell’esercizio durò quattro anni, fino al 1965, cioè lungo il tempo degli studi universitari. Fin qui, tutto era più o meno noto, dai risvolti di copertina e dalle prefazioni dei suoi libri (il primo, «Ipotesi su Gesù», uscì nel 1976). Così come, grosso modo, resta noto il seguito del Messori che si guadagna da vivere: dopo tre anni alla Pro Civitate Christiana di Assisi di don Giovanni Rossi, la Sei (la Casa editrice salesiana) il quotidiano «La Stampa», i libri (ormai più di una ventina, tradotti in molte lingue) il mensile dei Paolini «Jesus», la collaborazione prima ad «Avvenire» (con la rubrica di successo «Vivaio») e poi, fino a oggi, al primo quotidiano italiano, il «Corriere della sera». Tre i luoghi di residenza: Torino, poi Milano, adesso in riva al Lago di Garda. Ma perché, quando e come Messori ha cominciato a credere? Lui stesso nel libro, prima di rispondere a questa domanda fi nora sostanzialmente inevasa, cita le tre condizioni che secondo la cultura laicista danno origine alla fede cristiana: essere nati in una famiglia di credenti; essere ignoranti oppure ingenui; «infine, a causa di traumi, di dolori che spingono a cercare nei Cieli una qualche consolazione negata in Terra». Nessuna delle tre ipotesi valeva per lui. E infatti è andata diversamente. Fra il luglio e l’agosto molto infuocati del 1964, quando Vittorio aveva 23 anni, lavorava di notte ai telefoni, studiava, faticando, Diritto civile (rimediando due bocciature, uniche di tutta la sua carriera universitaria, dal professor Allara) si trovò fra le mani, dalla polvere di un armadio, un libretto che non sapeva come fosse fi nito lì, forse acquistato una volta da una bancarella: il Vangelo. «Un incontro nudo e crudo, nella mia piccola stanza al piano rialzato del 27 di via Medail, dalla quale non vedevo strade né persone ma un cortiletto sempre deserto. Fu un andare a sbattere, senza intermediari, con una parola che divenne carne». Di lì in avanti, Messori parla della Luce che si impadronì della sua vita e la cambiò radicalmente. Ebbe incontri e conversazioni con un sacerdote francescano del convento di Sant’Antonio da Padova, che aveva conosciuto negli anni del liceo come insegnante di religione; lesse altri libri, anche molto semplici, come una vita di Santi. In pochi mesi, anzi poche settimane, capì che il suo compito, misteriosamente ma anche miracolosamente ricevuto dall’alto, sarebbe stato quello di passare il resto della vita a cercare l’unica verità piena, quella evangelica, trasmessa agli uomini attraverso la Chiesa cattolica. «Insomma: il “credo ut intelligam”, la ricerca, sì, ma non della fede – quella era un dono previo – bensì delle ragioni che rendono quella fede credibile e vivibile e dei luoghi dove essa è insegnata, in modo tale da armonizzare, salvandole, tutte le ricchezze, spesso apparentemente così contraddittorie, della Scrittura». Di lì, i tre anni ad Assisi, contro la volontà dei suoi genitori, con i quali, dice amaramente a Tornielli, «non c’era confidenza. Gli affetti erano incerti e repressi, mescolati talvolta a repulsioni, eppure non ero un fi glio ribelle o ingrato. Mi facevo, quando potevo, i fatti miei: ma questa indipendenza era accettata, anzi – credo – gradita». Un rapporto in famiglia difficile, che doveva replicarsi qualche anno dopo con un primo matrimonio finito con l’annullamento (di cui nel libro non c’è più di un cenno, mentre si parla molto del secondo matrimonio, con Rosanna, nato sulla spinta di un’eguale passione per la fede in Gesù). Quello che finora non si sapeva della sua vita, se non superficialmente, è l’intensità della sua passione per la storia della Chiesa, a partire da quella di Cristo, e materializzata in migliaia e migliaia di pagine, in libri, giornali e riviste, sulla base di precisi riferimenti culturali, primo fra tutti Blaise Pascal, spirituali e teologici, fino ai due volumi-intervista con l’allora prefetto della Congregazione della fede Joseph Ratzinger e con papa Giovanni Paolo II. In prima linea, sempre, grazie a una documentazione infaticabile su testi di ogni genere e di ogni età storica, la difesa coerente e implacabile dell’istituzione ecclesiale, di cui si accetta di discutere tutto il male (umanamente parlando: fino allo scandalo ultimo dei preti pedofili), ma anche il bene (frutto dell’ispirazione di un Fondatore che ha promesso di essere sempre con lei, fino alla fi ne del mondo). Messori non fa sconti a nessuno. Non ama la politica, ma non disdegna la polemica, anche interna al mondo cattolico, ancorata al principio, ripetuto spessissimo, che la Chiesa abbia come segno distintivo l’et-et, in cui umano e divino si incrociano continuamente, nella promessa della vita dopo la morte sull’esempio della Resurrezione di Gesù, contro l’aut aut che è all’origine di tutti i conflitti terreni, compresi quelli religiosi. «Perché credo» si conclude con un richiamo al Vangelo di Giovanni e con la confessione ultima: «Per quanto conta, io pure non saprei da chi altro andare per trovare “parole di vita eterna” che non siano auspici impotenti né illusioni, bensì promesse fondate tali da reggere al vaglio di scienza ed esperienza». Sull’esempio di papa Benedetto XVI, che si impegna a ricordare agli uomini, ogni giorno, che la fede non è in conflitto con la ragione. Anzi. Come vuol dimostrare in ogni pagina il libro di Vittorio Messori.

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