Nessuna censura

5 dicembre 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

«Pochissime volte, se non proprio mai, c’è spazio per gli opinionisti cattolici sui grandi quotidiani. Sarebbe bene interpellare gli editori per vedere se c’è un’onesta rappresentazione di tutte le componenti del Paese». E, rincarando: <<Sui grandi quotidiani non c’è mai l’occasione, se non di rado, di leggere un’opinionista cattolico>>.

Così, stando alle agenzie, monsignor Claudio Giuliodori, direttore dell’Ufficio comunicazione sociali della Conferenza Episcopale, in una relazione al convegno dell’Ucsi, l’associazione dei giornalisti cattolici.

Mi pare che la denuncia di don Claudio possa trovare giustificazioni per alcune battaglie di idee, anche recenti, e per alcune testate: direi, peraltro, soprattutto televisive. Credo, comunque, che non sarebbe giusto generalizzare, denunciando al “popolo di Dio“ uno schieramento di censori laicisti, di imbavagliatori di intellettuali credenti. Favorendo così, tra l’altro, una certa tentazione cattolica alla lagna, al complesso di persecuzione, al sospetto del complotto. Per quasi un millennio e mezzo la cultura cristiana fu egemone, in Occidente. E’ comprensibile che, oggi, qualche credente ceda al lamento da “maggioranza decaduta“, da minoranza minacciata di marginalità.

Diceva qualcuno che parlare in prima persona non è, forse, elegante. Comunque sia, è però il modo per essere il più espliciti e diretti. Mi permetterò, dunque, di rifarmi alla mia ormai lunga e , proprio per questo, variegata esperienza. Ero redattore a La Stampa quando uscì il mio primo libro: e uscì stampato dalla casa editrice salesiana, con un imprimatur che io stesso (non fidandomi di me) avevo richiesto. Non potevano esserci “ipotesi“ più cattoliche di quelle alle quali approdavo alla fine di più di trecento pagine. Erano, tra l’altro, i cupi Settanta, ben lontani da quel nuovo interesse religioso che si sarebbe manifestato molti anni dopo. Malgrado questo, Arrigo Levi, ebreo e laico a viso aperto, direttore di quel quotidiano dalle tradizioni agnostiche, talvolta massoniche, non esitò –senza che nulla gli chiedessi– a sollecitarmi per ospitare le mie opinioni negli spazi più prestigiosi del giornale. Raccomandandomi, anzi, di esprimermi con ogni libertà, certo che il pluralismo di opinioni avrebbe giovato al suo quotidiano che era, allora, il secondo per diffusione .

Quanto a quello che era, ed è, il primo: non chiesi di collaborare al Corriere della Sera, malgrado fosse l’approdo più prestigioso per chi scriva in questo Paese. Dunque, anche per me. Fu il Corriere che mi propose di cominciare a firmare sulle sue pagine; e che non volle che la collaborazione fosse estemporanea e casuale bensì resa stabile da un contratto. Varie direzioni si sono succedute, ma la fiducia mi è stata sempre rinnovata. Anzi, ogni direttore mi ha mostrato, nei fatti, di concordare con la posizione di Levi: ciò che ci si attendeva da me era una prospettiva di un cattolicesimo non timido ed edulcorato ma che rispecchiasse un punto di vista fedele all’insegnamento ecclesiale. Anche se da affiancare -come doveroso e giusto per un giornale come questo- a pareri diversi dal mio. Il quale aveva sempre, comunque, un suo spazio in evidenza.

Qualcuno di quei dietrologi che, purtroppo, mai mancano ha pensato che il mio silenzio, su queste colonne, su tanti temi controversi venisse da censura della direzione o da mio timore di contraddire la linea di quella stessa direzione. A scorno –come sempre- dei complottards, quel silenzio veniva dal fatto che il lavoro per i libri mi sopraffaceva, impedendomi altri impegni. O veniva dal mio scarso interesse per i temi “ecclesiastici“, intesi come politica dell’istituzione Chiesa, a favore dell’attenzione –che è invece viva– per i temi “ecclesiali“, quelli che concernono la fede e la pastorale della Mater Ecclesia. Se non esitassi nel procedere nell’autobiografismo, aggiungerei che anche per quanto riguarda i libri –tutti esplicitamente, sin dal titolo, nella linea della Tradizione cattolica – sono stati i maggiori editori laici a chiedermi di entrare nel loro catalogo, senza alcuna mia richiesta. Quanto a presenze televisive, da molto tempo debbo spiegare a chi mi propone inviti quasi quotidiani che tempo, energie, estraneità al mezzo, rifiuto della tuttologia, non mi permettono di accettare se non in poche occasioni.

Se sto, dunque, alla mia esperienza –distesa ormai su molti decenni, molti giornali, molte case editrici– il media system attuale non nega diritto di cittadinanza alla prospettiva dei credenti. Questi, semmai, dovrebbero chiedersi perchè -in un’ industria culturale ben lieta di affiancare i “secondo me“ più discordanti– proprio il loro parere stenti talvolta a ottenere visibilità. Succede; e in questo senso comprendo monsignor Giuliodori. Non sarà, forse, che la giusta attenzione ai contenuti impedisce di comprendere che non vale soltanto quel che si dice ma anche come lo si dice? Il pensiero cristiano, oggi, sembra oscillare tra l’acquiescenza al “mondo“ e l’invettiva contro quel “mondo“. Forse, la scoperta di una via media (l’et-et cattolico) permetterebbe di penetrare, e senza difficoltà, in quelle che sembrano cittadelle ostili.

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