Messori: sono pronto a morire per la fede

18 dicembre 2008 :: Oggi, di Vincenzo Sansonetti

Un vecchio amico lo si raggiunge anche in capo al mondo. Andarlo a trovare nel suo buen retiro sul lago di Garda non è perciò difficile.

Ma perché Vittorio Messori ha scelto questo rifugio?

«Pur amando Milano, mia moglie Rosanna e io abbiamo pensato che computer, fax e cellulare ci avrebbero permesso di vivere in un posto più tranquillo e gradevole. Non siamo pentiti della scelta anche perché, a pochi chilometri mi sono costruito un secondo studio, in alcune salette dell’abbazia di Maguzzano, dedicata all’Assunta. Un monastero millenario, affascinante, in un luogo magnifico circondato dal verde. Con alcuni amici, compreso il cantatutore Roberto Vecchioni, abbiamo fondato un comitato per la difesa della zona contro la speculazione edilizia. La cosa non è piaciuta, ho cominciato a ricevere lettere anonime con minacce di morte, ed è stato predisposto un servizio di controllo e di protezione».

Messori ecologista, chi l’avrebbe detto?

«Ma la difesa del paesaggio è un modo per rendere grazie a Dio e alla sua creazione».

Ecco, Dio. Il protagonista della tua vita. Vogliamo parlarne? La conversione è di moda?

«Per dirla con la Bibbia, Dio solo “scruta il cuore e le reni”. Nessuno sa ciò che accade al fratello. Ma la moda, in Occidente, è sì la conversione, però al contrario: all’agnosticismo, se non all’ateismo. O a qualche culto orientale.Più che al cristianesimo…».

Cosa affascina della fede?

«Qualcuno ha detto che c’è una parola del Vangelo scritta per ciascuno, nel senso che ciascuno è chiamato per nome, secondo la sua storia e i suoi bisogni, in un segreto che nessuno può scoprire. Il Dio cristiano sa contare solo fino a uno, per tutti ha un richiamo diverso perché tutti sono Suoi figli, che Egli solo conosce. La risposta alla domanda è molteplice quanti sono gli uomini. In Perché credo ho dato la mia, ciascuno ha da raccontare la sua».

Quando ti sei convertito?

«Ben 44 anni fa. Era la caldissima estate del 1964 quando caddi nella “botola”. Ventitreenne, avevo terminato il terzo anno di Scienze politiche a Torino. Uno studentello laicista, che non credeva in nulla, un po’ arrogante. Per mantenermi agli studi lavoravo di notte come telefonista, dalle 22 alle 7. In quel periodo ero solo in casa, i miei erano in vacanza. Non avevo problemi particolari; gli studi mi appassionavano e andavano bene, a parte l’infortunio di un esame di diritto fallito due volte. Sta di fatto che, in quei giorni, mi trovai immerso di colpo in una dimensione “altra”, dove vedevo tutta la mia vita e quella degli altri, la realtà intera, da un punto di vista nuovo. Con sbalordimento e disagio mi scopersi di colpo ”cristiano”. Anzi, “ cattolico “. In pochissimo tempo ci fu (non l’avevo cercata!) una completa conversione della mente. A cui ho cercato di far seguire, a fatica, anche la conversione del cuore. Oggi non esiterei a farmi uccidere piuttosto che rinnegare la fede. Certo, non sono un santino con l’aureola. Sono un peccatore come tutti, ma mi è stato dato di distinguere tra il bene e il male».

Avevi avuto dei segnali?

«Non ho un temperamento mistico. La mia educazione è tutta torinese, ma le mie origini emiliane hanno sempre contato molto, non predisponendomi a fare l’asceta o il visionario. Posso dirti, però, che quando ero al liceo, una notte squillò il telefono: era mio zio materno Aldo che, tutto affannato, mi gridò di “stare bene “ là dove si trovava; il collegamento fu poi subito interrotto. Il fatto è che, al momento della telefonata, ricorreva esattamente un anno, preciso al minuto, della sua scomparsa. Ne rimasi impressionato, ma rinunciai a farmi domande troppo impegnative».

Come sei cambiato?

«Dalla famiglia avevo preso il tipico anticlericalismo dell’Emilia, dalla scuola un agnosticismo rigoroso. Non ero ateo: l’ateismo è una fede al rovescio, esige impegno e passione e io non vedevo perché dovessi scaldarmi per qualcosa di irrilevante. Credendo solo nella ragione sapevo che l’esistenza di Dio, la divinità di Cristo, l’autorità della Chiesa, non possono essere decisi col ragionamento. Volevo vivere la vita concreta, che si tocca e si vede sulla terra, non m’interessava un Cielo che non si sa se esista.

«Mi preparavo a fare ciò per cui ho sempre avuto una vocazione precisa: scrivere, nelle forme del giornalismo e dell’editoria. Tutto avrei immaginato tranne che un giorno sarei diventato noto, non solo in Italia, come scrittore “cattolico”. Mi sono trovato, inaspettatamente, a cominciare con il milione di copie di un libro intitolato Ipotesi su Gesù, e a continuare con cose tipo la prima intervista della storia a un Prefetto del Sant’Uffizio, divenuto poi Papa col nome di Benedetto XVI, o la prima intervista, sempre della storia, a un pontefice regnante, tal Giovanni Paolo II».

Niente “cretinismo”

Sulla copertina dell’ultimo libro è scritto: «Un cristiano non è un cretino». Che vuol dire?

«Sai che oggi è di moda una lettura dei fatti violentemente antireligiosa, in modo particolare anticristiana, in modo particolarissimo anticattolica. C’è addirittura il solito ex-seminarista, divenuto professore di matematica, che scrive libri per dimostrare che non si può essere persone intelligenti, moderne, raziocinanti e prendere al contempo sul serio la fede e ascoltare con fiducia la Chiesa. Per questo, sull’ultima pagina della copertina del mio libro l’editore ha voluto scrivere “Un cristiano non è un cretino”. Non sono per niente un credente modello. Anzi, non ho mai fatto né mai farò prediche ad alcuno. Ma quanto al cretinismo, beh, non ci sto!

Ho studiato e riflettuto tutta la vita sulla spinta di quella “trappola“ iniziale: ed è sulla base di una simile ricerca che sto con Blaise Pascal, il grande scienziato e convertito (lui pure) del ‘600, che diceva: “Se uno usa la ragione davvero sino in fondo, finisce necessariamente per andare al di là e accettare il mistero della fede”».

Raccontaci il rapporto con tua moglie Rosanna: che ruolo ha avuto nella tua vita?

«La mia esistenza è stata segnata, e resa dolorosa, da un procedimento canonico per il riconoscimento della nullità di un primo matrimonio. Sono occorsi ben 22 anni (sì, 22!) per giungere a un giudizio positivo della Sacra Rota. Se qualcuno pensa che la mia posizione ha facilitato le cose, sbaglia. Proprio perché ero io, perché si temeva che si dicesse che ero privilegiato, questa via crucis è stata così lunga. Se avessi voluto, avrei saputo come abbreviare le cose: ma il mio era un caso di coscienza, volevo fare verità sulla mia vita così come ho cercato di fare verità su tante questioni storiche. Se non ho figli è anche perché quando Rosanna e io ci siamo sposati l’età giusta era passata.

Eppure, il nostro era stato un colpo di fulmine. Eravamo giovani e, convertiti tutti e due di fresco, stavamo finendo l’università: lei a Milano, io a Torino. Poi la vita ci ha divisi, le cose si sono complicate. Insomma, solo dopo aver raggiunto e superato la maturità, abbiamo potuto convolare a quelle nozze che ci sarebbe piaciuto celebrare assai prima. Mentre io ho un atteggiamento da storico di fronte alla fede, Rosanna coltiva molto di più la spiritualità. Scrive anche lei sui giornali e pubblica libri. Poter vivere e lavorare insieme è un dono della Provvidenza. A cui sono grato».

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