Messori: a Colonia Ratzinger soffre

19 agosto 2005 :: La Stampa, di Giacomo Galeazzi

«La Giornata mondiale della gioventù è una creatura di Karol Wojtyla. Benedetto XVI non l’avrebbe mai convocata e se avesse potuto non vi avrebbe partecipato. Ora è a Colonia per senso del dovere, ma, conoscendolo, so che sta soffrendo: bagni di folla e fede da stadio non sono per lui». Vittorio Messori, lo scrittore cattolico italiano più letto nel mondo (unico ad avere scritto un libro con gli ultimi due Papi) legge nel volto di Joseph Ratzinger la «difficoltà di chi deve adeguarsi a una kermesse lontana dalla sua sensibilità».

Perché, secondo lei, Benedetto XVI soffre a Colonia?

«Per Wojtyla la Gmg era una festa, per Ratzinger una sofferenza, un impegno gravoso da onorare con grande senso di responsabilità. Giovanni Paolo II era prete da campeggio in montagna, il suo successore vive da sempre nella penombra delle biblioteche. Per questo funzionava l’accoppiata, erano complementari. Uno popolare, estroverso, carismatico abituato alle gite parrocchiali, con la vocazione d’attore. L’altro riflessivo, aristocratico, dai ragionamenti taglienti. Opposti persino nel modo di stare a tavola».

Prego?

«Sì, Giovanni Paolo II era rimasto uomo del popolo, a fine pasto buttava le posate così come capitava invece di riporle parallele nel piatto come detta il galateo. Ratzinger, invece, è impeccabile. L’episcopio di Cracovia era un porto di mare di giorno e di notte, Wojtyla non chiudeva mai le porte. Benedetto XVI è tutt’uno con le quiete stanze delle accademie e la sua vocazione sono gli studi».

E’ solo questione di stili diversi?

«Wojtyla era pragmatico, un uomo d’azione, un ex seminarista-operaio, più portato a fare che a spaccare il capello in quattro, filosofo e non teologo,poco appassionato a San Tommaso. Da giovane era incerto se recitare o fare il prete. Il professor Ratzinger, invece, i giovani li conosce solo come studenti da ricevere per colloqui vis-a-vis».

Nella Spianata di Marienfeld Benedetto XVI rischia una sconfitta mediatica?

«Il suo linguaggio e poco adatto ai raduni stile Woodstock. Lui lo sa e fa bene a non tentare un’impossibile imitazione di Giovanni Paolo II. Ne uscirebbe a pezzi se affrontasse un milione di ragazzi con le stesse comunicative di Wojtyla, che era attore, mimo, cantante».

Se non fosse una decisione del suo predecessore, crede che Benedetto XVI avrebbe voluto Colonia 2005?

«No, perché alle acclamazioni preferisce i toni pacati. A Wojtyla bastava una battuta, un passo di danza per entrare in sintonia con i giovani. A Ratzinger serve un contesto più intimo per far crescere la riflessione. Wojtyla non aveva bisogno di credere, la sua fede era istintiva, mistica: la fede non gli serviva, per lui Cristo era evidente. Pregava tutta la notte sdraiato sul pavimento alla slava, con le braccia in croce. Ratzinger è l’intellettuale postmoderno che crede fino in fondo nonostante i dubbi. La fede è una continua vittoria della ragione sulle domande che l’assediano. Che Dio esiste e Gesù è suo figlio te lo dimostra con il ragionamento».

In uno stadio il ragionamento conta meno dell’emozione?

«Giovanni Paolo II è stato uno degli ultimi figli della cultura popolare cattolica. E la forza del suo messaggio derivava anche da questo. Ratzinger era l’eminenza grigia del precedente pontificato, riequilibrava gli slanci di Wojtyla, se invece che cattolico fosse stato un agnostico o un ateo sarebbe stato molto pericoloso. Avrebbe colto le difficoltà logiche del cristianesimo. Da giovane faceva fatica a credere. La biografia di Wojtyla era al centro della sua missione, Ratzinger è teologia pura. Gli consiglio solo di trovarsi una “spalla” che bilanci il suo essere così introverso».

Lei che li ha conosciuti da vicino entrambi, chi sente più vicino alle sue corde?

«Senza dubbio Benedetto XVI. Vengo dall’azionismo torinese, sono stato il discepolo prediletto di Galante Garrone. Anche per me, come per Ratzinger, la fede non è un dato di fatto ma una scommessa senza fine».

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