Ma la rivoluzione di Bertone è un ritorno alla tradizione

10 agosto 2006 :: Corriere della Sera Magazine, di Vittorio Messori

Nel denso ritratto del nuovo Segretario di Stato Vaticano (Corriere Magazine della settimana scorsa) ci sono due sole affermazioni virgolettate, dunque rilasciate dallo stesso cardinal Tarcisio Bertone. Prodigo di contatti con i media, sino ad improvvisarsi recensore di libri o radiocronista dallo stadio di Genova, dopo l’annuncio della promozione il Porporato si è fatto cauto e reticente. Ricomincerà a parlare, crediamo, quando sarà investito ufficialmente della sua funzione, il prossimo 15 settembre.

Le poche parole fatte filtrare a questo giornale sono dunque importanti per comprendere il suo programma (che è poi quello stesso di Joseph Ratzinger, cui l’accomuna la lunga milizia all’ex-Sant’Uffizio), ma sembrano espressioni un po’ enigmatiche, da spiegare a chi poco conosce il parlare vaticano, spesso cifrato.

Innanzitutto: “Il Vaticano non è uno Stato“. Detto così, è un controsenso : la Città del Vaticano, in realtà, è uno Stato, il più piccolo del mondo (meno di mezzo chilometro quadrato) ma con una sovranità piena, riconosciuta da tutti governi , con istituzioni in miniatura ma complete, dalla moneta alla polizia, dai francobolli, ai tribunali, alle ambasciate. Manca probabilmente un avverbio: “Il Vaticano non è soltanto uno Stato“. Ciò che Bertone vuole sottolineare è che la dimensione statuale –per la quale la Chiesa si è battuta, da Porta Pia sino al Concordato del 1929– non è che lo strumento per assicurare la libertà della Santa Sede. Del luogo, cioè, dove il successore di Pietro non solo, con le sue Congregazioni, amministra la grande macchina ecclesiale, ma custodisce, spiega, annuncia il messaggio del Vangelo. La Catholica esiste non per essere (o non per essere soltanto) un Stato tra gli Stati, ma per conservare e distribuire ai fedeli il depositum fidei. Insomma: politica e diplomazia sono necessarie -il realismo cattolico rifiuta uno spiritualismo disincarnato e utopistico- ma sono del tutto subordinate alla religione, alla evangelizzazione, alla predicazione della vita eterna.

Per venire alla seconda affermazione del futuro Segretario di Stato: “(Occorre) un ritorno dalla particolarità delle Chiese locali all’universalità della Chiesa cattolica “ .E questo “ ritorno“, il cardinale lo chiama “rivoluzione copernicana“.

Anche qui, probabilmente, manca qualcosa. O, almeno, per capire bisogna situare l’affermazione di Bertone sullo sfondo di quanto mi disse vent’anni fa (lo ripeté poi spesso) il cardinal Ratzinger, allora Prefetto del Sant’Uffizio, nel libro che redigemmo insieme , Rapporto sulla fede. Mi disse, dunque, il futuro Benedetto XVI che, tra gli effetti imprevisti e contraddittori del Vaticano II, c’era stata la diminuzione dell’importanza dei vescovi che, invece, il Concilio intendeva rilanciare. L’autonomia e la libertà stessa dei presuli a capo delle singole diocesi sono state infatti coartate, racchiudendole nella gabbia delle Conferenze Episcopali nazionali . Queste Conferenze, mi ricordò Ratzinger, non hanno una base teologica, non fanno parte della struttura della Chiesa come, invece, le parrocchie, le diocesi, il papato stesso . Sono semplicemente delle istituzioni, piuttosto recenti, formatesi per ragioni di praticità ma che, pian piano, hanno creato pesanti strutture, diventando una sorta di “piccoli Vaticani“. In esse, funzionano i meccanismi delle decisioni assunte a maggioranza , con gli inevitabili compromessi, i gruppi di pressione , magari le manovre di corridoio. Una “democrazia parlamentare“, insomma, che ha finito per soffocare l’autonomia del singolo vescovo che, da maestro della fede e pastore del suo gregge , è decaduto a membro di commissioni e parlamentini dove finiscono per dominare lobby organizzate e prepotenti. Da qui la necessità (se abbiamo ben compreso le parole del Cardinale) di una “rivoluzione“, che consiste poi nel ritorno alla Tradizione: la Chiesa universale, cioè, unione organica e concorde di vescovi, dunque di persone responsabili e autonome, invece di quella sorta di federazione di Stati costituita dalle Conferenze episcopali nazionali .

Un compito non facile: come mi ricordava, nei nostri colloqui, il cardinal Ratzinger, le resistenze dei gruppi clericali di potere saranno forti e si farà appello al “politicamente corretto“ che , ovunque, vuole elezioni, referendum, maggioranze.

Eppure, l’intervento è giudicato necessario da Joseph Ratzinger e, dunque, anche dal suo collaboratore fidato. Il quale, per il buon esito della battaglia, ha dalla sua alcune chances: un carattere al contempo cordiale e fermo, un dna da canavesano coriaceo, la tenacia suadente del salesiano, educato -se necessario- al pugno di ferro -ma in guanti di bonario velluto.

Poche e sibilline parole programmatiche, dunque, quelle del cardinale Bertone. Ma, ai veterani del vaticanismo, fanno prevedere odore e fumo di polvere.

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