L’ultimo colloquio che nessuno saprà

27 gennaio 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Al lungo elenco delle cose, torinesi svanite, prima o poi, se ne aggiungerà un’altra: la perdita del rango di “sede cardinalizia“ per l’arcidiocesi. Le megalopoli sudamericane, africane, asiatiche, con le loro folle di battezzati cattolici, pretendono che i loro pastori entrino tra gli elettori del papa, nel Sacro Collegio. Ma qui, i posti sono limitati. Ormai, solo per un retaggio anacronistico della storia, il vescovo di quella che fu la capitale dei Savoia riceve ipso facto la nomina a Principe della Chiesa. La porpora e il galero cardinalizi non sono più, con molta probabilità, nel futuro degli arcivescovi torinesi. Per ora, comunque, la città si tenga cara questa sua forse ultima Eminenza, questo monsignor Severino Poletto che non è piemontese (è nato nella diocesi di Treviso) ma che, per la lunga permanenza nelle sedi di Fossano e di Asti, sembra avere acquisito il meglio della tradizione locale. Ieri ne ha dato una convincente conferma. Asciutta, vigorosa, coraggiosa: sono aggettivi non impropri per definire la sua omelia alle esequie di Giovanni Agnelli. Non a caso un vecchio cattolico che se ne intende come Andreotti, uscendo dal duomo, ha subito definita “straordinaria“ la predica del porporato.

Straordinaria, innanzitutto, perché insolitamente fedele alle norme della Chiesa che –sino al Concilio– proibivano che l’omelia funebre si trasformasse in un’apologia del defunto. La chiesa è il luogo dove il trapassato è raccomandato alla misericordia divina, non è un famedio, una sala delle rimembranze, dove si esaltino le virtù del buon cittadino, imprenditore, padre di famiglia. Suffragi, non elogi; ammonimenti e conforti ai vivi, non biografie agiografiche dei morti, che Dio solo può giudicare. Nel bene e nel male. Questo l’autentico stile ecclesiale, che monsignor Poletto ha ritrovato. Non è mancato, come giusto, qualche cenno pieno di delicatezza e rispetto per colui per il quale si celebravano le esequie, qualche aggettivo doverosamente benevolo. Ma la sostanza delle sue parole è stata dedicata a ciò che accade di ascoltare sempre più di rado da quegli uomini di Chiesa che (lamentava, amaramente, Jean Guitton) “parlano oggi di tutto ma tacciono sull’essenziale”. Questo porporato venuto dal popolo ha parlato di vita eterna, ha riconfermato la sua tranquilla e al contempo tenace scommessa di credente in un mondo misterioso ma reale al di là delle apparenze della morte. Si è spinto, addirittura, sino ad ammonire gli autori del profluvio di parole scritte e dette in questi giorni: “Molti ci hanno detto chi è stato l’Avvocato. Ma nessuno ci ha detto chi, oggi, egli è”. Solo “lo stolto“ (per usare il termine del brano della Sapienza letto alla messa) può pensare che Giovanni Agnelli, alla pari di ogni altro defunto, non sia altro che un ricordo invece di una presenza, più viva che mai, in attesa della risurrezione finale. A che serve la fede se non a rammentarci questa speranza, che è anche un ammonimento severo a meritarci una Luce che potremmo mancare? A che servirebbe il vangelo, se non fosse che un vecchio manuale per esortarci all’impegno socio-politico nel mondo e unicamente a quello? Pur provenendo dalla militanza nel mondo operaio, il cardinal Poletto ha mostrato di non avere amputato la croce, riducendola al solo braccio orizzontale, come –purtroppo– troppi preti sembrano oggi fare.

Ma c’è un altro coraggio che abbiamo ammirato in questa sua omelia. Con sobrietà, senza trionfalismi, lontano dal sospetto di volersi appropriare di un cadavere illustre, l’arcivescovo di Torino ha ricordato che il torinese chiamato Giovanni Agnelli ha voluto, liberamente e consciamente, una fine cristiana. Anzi, una morte cattolica: e in modo esplicito. Non si è trattato di una conversione, di un clamoroso ritorno in extremis di un figliol prodigo, ché l’Avvocato cattolico lo fu sempre e sempre i “compaesani” di Villar Perosa lo videro ogni domenica, con la moglie, alla messa nella parrocchiale alla cui manutenzione e restauro provvedeva. E a qualche torinese è capitato, all’alba, di scoprire l’Avvocato inginocchiato in una delle cappelle un po’ tenebrose dell’amatissimo Santuario della Consolata. Non a caso proprio a Lei l’arcivescovo, al termine della messa, ha affidato il defunto; e per Lei ha fatto intonare il Salve Regina. Come ben sanno, tra l’altro, i salesiani, i Signori della Fiat non praticarono mai l’ anticlericalismo: anzi (con il consenso del giovane Gianni e per iniziativa di Vittorio Valletta, pur massone praticante ed esplicito), l’azienda favorì per molti anni il pellegrinaggio dei dipendenti a Lourdes. Iniziativa sospesa, paradossalmente, per volontà del cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo negli anni folli dell’eccitazione postconciliare. Tuttavia “per rendere onore al defunto e dare gloria a Dio”, come ha detto, monsignor Poletto ha ribadito nell’omelia quanto già aveva dichiarato alla radio Vaticana: negli ultimi mesi, l’Avvocato volle un suo costante accompagnamento spirituale, volle procedere a una confessione generale, accostandosi all’eucarestia nelle messe celebrate nella villa torinese. Non pensiate, ha suggerito l’arcivescovo, che questi grandi secondo il mondo non abbiano una loro dimensione spirituale, anche se spesso non esibita per pudore e riservatezza. Agnelli non era tra quei potenti “che coltivano l’illusione di bastare a se stessi”. Le esequie cristiane di ieri, il rosario recitato la notte precedente da donna Marella e dalla famiglia intera non sono stati l’omaggio formale e un po’ ipocrita alla tradizione cattolica italiana. L’Avvocato era un credente autentico: è una verità che, con umile asciuttezza, il “suo“ vescovo ha voluto ricordare. Sicuro, come ha fatto capire, di interpretare il desiderio di colui che, entrando nella morte, ha voluto dare anche così l’esempio estremo di uno stile di vita.

© Corriere della Sera

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