Lettera a Il Foglio

3 gennaio 2006 :: Il Foglio, di Vittorio Messori

Caro Direttore, lasci che, approfittando del torpore semifestivo, Le racconti qualche piccolo aneddoto curioso.

Cominciando, ad esempio dal “Testamento morale“ di Henri Bergson, ebreo, premio Nobel, accademico di Francia, uno dei maggiori filosofi del Novecento. Approssimandosi alla morte , sopravvenuta nel 1941, nel 1938, a cinque anni dall’ascesa di Hitler, Bergson scriveva: «Le mie riflessioni mi hanno portato sempre di più verso il cattolicesimo, dove vedo la realizzazione completa del giudaismo. Mi sarei convertito, se non avessi visto prepararsi da anni (in gran parte, ahimè!, per colpa di un certo numero di ebrei interamente sprovvisti di senso morale) la formidabile ondata di antisemitismo che sta per scatenarsi sul mondo. Ho voluto restare tra coloro che saranno domani dei perseguitati. Ma spero che un prete cattolico vorrà, se il cardinale arcivescovo di Parigi lo autorizza, venire a dire delle preghiere alle mie esequie>>.

E’ un testo ben conosciuto in Francia ma quasi del tutto ignorato in Italia dove, le poche volte in cui è stato riprodotto, si è provveduto spesso a censurarlo, omettendo quanto Bergson ha messo tra parentesi su quella che egli, ebreo, chiama <<la colpa>> di <<un certo numero di ebrei>>. Mi è capitato, un paio di anni fa, di citarlo sul Corriere della Sera. Sono stato ricoperto da insulti, con il professor Giorgio Israel a capofila: non mi si contestava l’autenticità (inoppugnabile) della citazione, ma che l’avessi riprodotta nella sua interezza. Cose da non fare, e basta: pena accuse infamanti e contumelie. Tanto che, colpevolizzato da ogni parte, finii io stesso per chiedermi se la rivelazione di quelle parole “scandalose“ fosse davvero opportuna. Ma era forse colpa mia se Bergson le aveva vergate?

Qualche tempo dopo, pubblicavo da Mondadori una trouvaille non insignificante: in un archivio romano avevo rintracciato le memorie manoscritte e inedite di Edgardo Mortara, il bambino ebreo che fu sottratto da Pio IX alla sua famiglia perchè –battezzato segretamente in punto di morte dalla fantesca– secondo il diritto sia civile che canonico doveva essere allevato cristianamente sino alla maggiore età. Il “caso Mortara“ fu usato come un randello contro la Chiesa e ancora di recente lo si è tirato in campo per cercare di impedire la beatificazione di Pio IX. Quando Giovanni Paolo II si recò, ed era la prima volta per un papa, nella sinagoga di Roma, gli ebrei che lo accolsero gli ricordarono l’affaire come segno inespiabile dell’infamia cattolica. I molti che si sono occupati e si occupano di Mortara parlano di lui sempre e solo come il <<bambino strappato alle braccia della madre>> ma dimenticano gli 83 anni che sono seguiti: il “rapito“ volle farsi religioso, diventò un ardente missionario cristiano, morì novantenne, benedicendo per l’ennesima volta Pio IX e la serva che lo aveva battezzato, rammaricandosi soltanto che i suoi parenti non avessero voluto seguirlo sulla strada del Vangelo. Il manoscritto che ho ritrovato e che ho pubblicato per la prima volta, è un inno di gratitudine commossa al papa e alla Chiesa ed un duro atto di accusa verso coloro –Cavour, Napoleone III, massoni, protestanti, comunità ebraiche del Vecchio e Nuovo Mondo– che strumentalizzarono il caso di cui fu protagonista l’autore di quelle memorie.

Ancora una volta Giorgio Israel ed altri non vollero confrontarsi con un testo autentico ma mi copersero –prima ancora di leggere- di accuse infamanti e di contumelie. Dunque, uno storico che si imbatte in un importante documento inedito non dovrebbe pubblicarlo se i contenuti non sono secondo le attese di un gruppo?

Per passare a un terzo aneddoto: in una rubrica che tengo su un mensile, mi capitò di ricordare, en passant, che l’emancipazione ottocentesca degli israeliti fu accolta da molti, ovviamente, con sollievo ma suscitò anche inquietudini in una larga fascia dell’ebraismo, preoccupato per assimilazioni, matrimoni misti, perdita di identità. La “nostalgia del ghetto“ è un fenomeno ben provato e ben noto agli storici. Del resto, sin dai tempi precristiani, gli ebrei della Diaspora scelsero di vivere tra loro, in quartieri separati dai “gentili“. In ogni caso, la Roma pontificia fu la sola capitale, in Europa, nella quale nel quale il ghetto non fu mai svuotato perché gli ebrei non furono mai espulsi e da Roma non emigrarono neanche quando i correligionari si rifugiavano nelle Americhe a navi intere. Ma cose simili sembrano far parte, essa pure, delle constatazioni che, pur oggettive, non si possono fare. Dunque, da Giorgio Israel, e altri (tra essi, Gad Lerner, addirittura sulla prima pagina de la Repubblica) ne ricavai il frutto consueto: accuse infamanti e contumelie .

Un quarto episodio: in un dibattito televisivo, avvertii che bisogna distinguere con cura, come esigono giustizia e verità: l’indubbio antigiudaismo cristiano fu cosa sola religiosa e nulla aveva a che fare con l’antisemitismo razziale, che è cosa tutta moderna, darwiniana (il nazismo fu una forma radicale di darwinismo, una ideologia della modernità atea e postcristiana, alla pari del comunismo). Insomma, i Padri della Chiesa non vanno messi nel mazzo di Adolf Hitler. Da Giorgio Israel e da altri, accuse infamanti e contumelie.

Per finire (a causa dello spazio, non della serie degli aneddoti, ben più numerosi) un quinto episodio. In un articolo ricordavo ciò che ogni storico aggiornato conosce: la ricerca moderna ha smontato buona parte della “leggenda nera“ sulla Inquisizione, ridimensionando drasticamente il numero delle vittime e riconoscendo che quei tribunali seguivano regole e concedevano garanzie ben superiori a quelle della contemporanea giustizia laica. In ogni caso, lo studioso degno del nome non deve cadere nell’anacronismo e deve cercare di comprendere le motivazioni dei protagonisti della storia, inquadrandoli nel loro tempo: humanas actiones intelligere! Altrimenti, che dire della inquisizione ebraica che scomunicò e perseguitò Baruch Spinoza, rammaricandosi che la legge dei Paesi Bassi le impedisse misure più radicali? Citavo anche il laicisssimo, l’anticlericale Luigi Firpo (mio maestro, tra l’altro, all’università di Torino) che scrisse, e mi ripetè più volte, che avrebbe preferito di gran lunga comparire davanti a un inquisitore domenicano che al giudice imparruccato di qualunque reame. Citazione insospettabile; ma, ancora una volta, da Israel e amici, accuse infamanti e contumelie.

Vedo ora (il Foglio di sabato scorso) che Israel sintetizza alcuni di questi temi per mettermi tra coloro che, come l’ebreo Harold Bloom, <<coltivano l’attrazione per l’odio e le divisioni insanabili>> e mi invita ironicamente a un pic nic con Fernando Savater (con il quale, però, ho avuto una dura polemica sulle colonne del Corriere, giusto su argomenti religiosi: in questo il mio interlocutore è distratto). Ora: è logico, è comprensibile che Israel abbia bisogno di sbozzarsi la sagoma di alcuni “cattivi“ per far risaltare le virtù dei “buoni“, i cristiani, cioè, che accettano senza discutere ogni vulgata corrente e rinunciano a ogni tentativo di capire, di spiegare, se necessario di replicare. Credenti che sembrano immemori del motto crociano: <<La storia non ha mai da essere giustiziera ma sempre giustificatrice>>. Se la ricerca di verità, anche difficili, è istigazione all’odio, se il confronto con testi autentici e con fatti provati è criminogeno, se il dire e scrivere quanto emerge dagli archivi è riprovevole: ebbene, se è così non intendo rammaricarmi degli insulti.

Lo dico con rammarico: Giorgio Israel ed io non ci conosciamo personalmente, mai ci è stato dato di incontrarci. Amici comuni mi parlano di lui con simpatia: e non ho difficoltà alcuna a credere loro. Se questo incontro ci sarà, come mi auguro, forse questo eccellente docente -cui, tra l’altro, va la mia stima per le sue cose, che ho letto con interesse e frutto, a metà come sono tra umanesimo e scienza, scritte con competenza e al contempo con una passione che mi è simpatetica– potrà rendersi conto che, da un cattolico come me (e siamo la maggioranza: creda a me, che conosco il milieu), un ebreo ha da temere una cosa soltanto. Ciò che lo minaccia non sarà mai altro che l’invito a confrontarsi, con franchezza fraterna, su quel tema del messianismo che per Israel –e in questo concordo in pieno con lui- è il tema cruciale: è Gesù il Cristo annunciato dai Profeti o occorre attendere un altro? Non è questo, parola di vangelo, il dovere primario di ogni cristiano? Eppure, Israel mi ha diagnosticato -anche sull’ultimo numero di Shalom, la rivista ebraica- una <<ossessione>> nevrotica e pericolosa perchè cercherei di <<convertire gli ebrei>>. Le auspicate discussioni a tu per tu con Israel saranno innaffiate, per quanto mi riguarda, da bottiglie di buon vino rosso, di cui sono estimatore e consumatore: la sola cosa che mi riesca difficile perdonare a Israel è che mi sospetti di essere persino un tristo astemio! Bacco, Tabacco e (a suo tempo) Venere ridurranno pure l’uomo “in cenere” ma mi sono cari e familiari: come dice il cardinal Biffi, la fede non significa rinunciare a nessun tortellino della vita ma gustarlo ancor di più, pensando a quelli che mangeremo in eterno.

In ogni caso, un auspicio. Che il confronto, se ha da esserci, avvenga sui fatti e sugli argomenti e non sul pregiudizio che sia un pericoloso avversario chi cerca una verità che non appare in linea con quella stabilita e autorizzata una volta per tutte. Tanto per dire: nessuno tra coloro che mi hanno aggredito con epiteti pesanti si è confrontato con l’autobiografia di Mortara, che volle divenire Padre Pio Maria in onore di Pio IX e della Madonna. Gli insulti erano motivati solo dalla decisione di pubblicarla, per giunta presso un editore come Mondadori che le ha assicurato una vasta diffusione. Attenzione –lo dico con affetto preoccupato- a non dare il sospetto di una “polizia del pensiero“: conoscendo le traversie troppo spesso tragiche del giudaismo, comprendo e rispetto una suscettibilità che non può però spingersi a considerare come nemica, e dunque da tacitare, ogni voce dialettica. Penso, ad esempio, a quanto avvenuto con un amico di Israele (al pari, almeno, di me) come Sergio Romano. Penso a certe leggi di un’Europa, libera in tutto, ma non nella possibilità per gli storici -fossero pure irritanti e persino faziosi- di indagare su momenti essenziali della storia del Continente. Per tornare a un caso specifico, è davvero giustificato che Giorgio Israel si sia liberato del memoriale Mortara, che imporrebbe di riconsiderare tutta la vicenda, con un aggettivo e un sostantivo: <<squallido libello>>? Un po’ poco, mi pare, come dialogo con l’esperienza di un uomo generoso che, nato ebreo, morì come Canonico Regolare Lateranense in odore di santità e che scrisse perchè fosse ascoltata anche la sua voce, dopo che tanti avevano parlato di lui solo per usarlo, rifiutando di rispettare le libere scelte cui era stato fedele per una lunghissima vita.

Grazie, caro Direttore, dell’ospitalità. E buon anno.

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