La Chiesa, l’Europa, la storia

9 aprile 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

“Facendo i primi bilanci, si può dire che sia stato il maggiore pellegrinaggio della storia”, titolava il servizio di un’agenzia americana, eccitata dal gusto statunitense per i primati. In effetti, in pochi giorni è convenuto su Roma un numero di persone quanto in un anno intero nel più frequentato santuario del mondo, quello di Lourdes. E non è affatto certo che i funerali di ieri significhino la fine dell’afflusso: a parte il pellegrinaggio non più al catafalco ma alla tomba nelle Grotte, corre voce che siano decine di migliaia coloro che intendono accamparsi attorno ai palazzi Vaticani quando inizierò il conclave, per vivere l’emozione di salutare per primi il nuovo papa.

Seppur laico senza esitazioni, l’autorevole sociologo francese Pierre Manent ha commentato, davanti all’assedio di San Pietro: “Sono spiacente per i politici e gli intellettuali secolarizzati del Vecchio Continente, ma questo impressionante accorre di masse, che nessuno ha convocato né organizzato, attorno alla salma di Giovanni Paolo II è la risposta più eloquente alla decisione grottesca e antistorica di rifiutare la menzione delle radici cristiane nella Costituzione europea”. Succede, però, che proprio in Francia, quella Magna Charta che Giscard d’Estaing esortava a non modificare, va verso una possibile bocciatura popolare, mentre quel Paese, il più laicista d’Europa (e, dunque, del mondo) “alla notizia della morte del papa si è messo in lutto con spontaneità e con molta naturalezza, a cominciare dalle reti televisive”, come osserva ancora Manent. Tanto che i politici hanno dovuto adeguarsi e si sono viste la alte cariche della République a messa in Notre Dame, essa pure assediata da una folla enorme, “cattolica, cioè universale, in senso forte: tutti sessi, le età, le classi, le condizioni”.

E’ una necessità cui ha dovuto piegarsi anche José Luis Rodríguez Zapatero, la cui ostilità verso tutto ciò che è cattolico ricorda quella delle sinistre iberiche, socialiste e anarchiche, degli anni Trenta, che anche per questo anticlericalismo persecutorio crearono le condizioni per l’alzamiento e la guerra civile. “La morte di questo papa è un nuovo tsunami: dobbiamo metterci al riparo, se volessimo stare fermi mentre si scatena saremmo travolti”, ha detto “Bambi“, come lo chiamano gli spagnoli, in Consiglio dei Ministri, mentre i madrileni accorrevano in massa, con lumi e torce, verso la cattedrale dell’Almudena. Così, “per mettersi al riparo”, anche Zapatero si è mostrato compunto, ieri, in san Pietro, capeggiando una delle oltre duecento delegazioni del mondo intero.

Al pari del pellegrinaggio che ha preceduto i funerali, mai si era vista una simile parata di potenti della Terra. E chissà che, dal suo angolo di paradiso, non abbia sorriso, benevolmente ironico, quel Pio IX di cui solo Giovanni Paolo II è riuscito a sbloccare la causa di beatificazione. Se pensiamo a papa Mastai è perchè, entrando a cannonate in Roma, la Nuova Italia proclamò che il papato era cosa tanto anacronistica che bastava aspettare qualche anno e la pianta sarebbe caduta da sé, tarlata e marcita com’era. Ci si attendeva che, morto Pio IX, il nuovo papa (ammesso che se ne trovasse uno) si sarebbe ritirato, come liquidatore dei resti di una Chiesa che la modernità aveva ormai condannato, nei due soli angoli del mondo disposti a dargli ospitalità: il principato del Liechtenstein o l’isola di Malta. Garibaldi, ossessionato in quegli anni dalle inondazioni del Tevere, al Parlamento, ancora accampato in un’aula provvisoria, proponeva un suo progetto visionario per la deviazione del fiume. Voleva farlo passare dietro San Pietro, previa –ovviamente– la demolizione della basilica, fornendo così una doppia utilità ai cittadini: la salvaguardia dalle alluvioni e la sparizione della chiesa che rappresentava un potere mefitico, indegno dei tempi nuovi.

La basilica non è stata distrutta: e, ieri, proprio sotto quella cupola che l’odio ideologico ottocentesco avrebbe voluto distruggere, lo schieramento delle autorità di tutti continenti ha mostrato come la Chiesa cattolica non abbia ancora intenzione di congedarsi dall’umanità.

Ma, al di là di questa “replica della Storia“ per quanto attiene alla grande politica del mondo, i funerali –con le folle che li hanno preceduti– hanno investito anche il piano direttamente religioso. Osserva don Nicola Bux, autorevole teologo ecumenico: “Stiamo assistendo alla più esplicita, inequivocabile manifestazione del Primato Romano. Sia il popolo che i governanti, con questo loro accorrere, riconoscono la figura universale del Vescovo di Roma: la loro presenza mostra che il Papa è percepito come il punto di riferimento, senza paragone possibile, non solo della Chiesa cattolica ma di tutto il cristianesimo”. In effetti, ricorda il professor Bux, in un certo mondo ecumenico si vivono con disagio se non fastidio queste giornate: dopo tanto sforzo per mostrare come il Primato del Successore di Pietro vada ridimensionato, demitizzato, facendo al massimo del Papa un primus inter pares, ecco che grandi e piccoli ne sentono a tal punto l’importanza e il fascino da dar luogo a una simile veglia funebre e a simili funerali. “Significativo” continua il teologo “il silenzio delle Chiese ortodosse, greche e slave, silenzio rotto solo da comunicati di condoglianze di fredda e calcolata diplomazia”. Si sa come l’avversione a un primato del vescovo di Roma contrassegni i patriarcati orientali, sino al rifiuto di un invito in Russia e sino a quella visita in Grecia che ebbe persino aspetti sgarbati. Delegazioni di quelle Chiese sono erano anch’esse presenti ieri in San Pietro ma, si direbbe, per obbligo formale e a ranghi ridotti. C’è in questo, un segno di ciò che –malgrado ogni sforzo– non è riuscito a Giovanni Paolo II: attenuare, almeno, la millenaria ostilità dell‘Oriente cristiano verso l’idea stessa di un primato romano. Un’ostilità ancor più dolorosa perchè, al di là di questo rifiuto, cattolici e ortodossi non sono divisi (a differenza di quanto avviene con i protestanti) da insanabili divergenze teologiche.

In ogni caso, lasciando le grandezze e le miserie della politica ecclesiale, il funerale di ieri avrebbe dovuto essere seguito e interpretato secondo la prospettiva con cui si apre il documento che ne stabilisce lo svolgimento liturgico: <<Nel rito delle esequie, la Chiesa manifesta la sua fede nella vittoria di Cristo risorto sul peccato e sulla morte. Tale fede è espressa in modo particolare nelle esequie del Romano Pontefice, che a motivo del ministero da lui svolto nella Chiesa, ha confermato nella fede tutti i pastori e i fedeli».

“Avrebbe dovuto“, dico, perchè anche qui il media system, soprattutto televisivo, ha inevitabilmente trasformato in spettacolo gli antichi rituali, sfrondati ed ammodernati dalla riforma liturgica ma pur sempre provenienti dalla profondità dei secoli. La liturgia cattolica è l’erede di quella ebraica: in molte delle cose che si sono viste e sentite in San Pietro, l’esperto riconosce l’eco delle cerimonie nell’antico tempio di Gerusalemme, la cui distruzione Israele piange oggi ancora.

C’era un tocco di rituale ebraico anche in quello che nel rituale è, forse, il momento più emozionante e riservato agli intimi: prima della chiusura della cassa, il volto del pontefice defunto viene sottratto per sempre alla vista degli uomini coprendolo con un velo di seta bianca. E’ la reminiscenza del sudario in cui gli ebrei avvolgevano i loro morti e in cui fu avvolto anche Gesù stesso. Di grande profondità e suggestione le parole che accompagnano il distacco straziante. Vale la pena di riprenderle dall’Ordo che le prescrive: «Dio onnipotente ed eterno,Signore della vita e della morte,noi speriamo e crediamo che la vita del Santo Padre Giovanni Paolo è ora nascosta in te. Il suo volto,a cui è venuta meno la luce di questo mondo, sia illuminato per sempre dalla vera luce che ha in te la sorgente inesauribile. Il suo volto,che ha scrutato le tue vie per mostrarle alla Chiesa,veda ora il tuo volto paterno. Il suo volto,che viene sottratto alla nostra vista,contempli la tua bellezza e raccomandi il gregge a te, eterno Pastore, che vivi e regni nei secoli dei secoli».

Per la fede che questa invocazione esprime, il viaggio di Karol Wojtyla, pontefice romano con il nome di Giovanni Paolo II, è giunto alla meta. Che non è, però, un buio sepolcro, ma una dimensione di luce senza tramonto.

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