La causa e il segno del martirio: anche Benedetto XVI dovrà testimoniare

14 maggio 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Chi ha ascoltato l’annuncio di ieri, al Laterano, ha sentito vibrare l’emozione dell’uomo prima ancora che la decisione sovrana del Pontefice. E’ certo, infatti, che Joseph Ratzinger sarà il più importante testimone alla causa processuale per la beatificazione di Karol Wojtyla. Ventiquattro anni non solo di lavoro comune, ma di convivenza quotidiana e fraterna, fanno di Benedetto XVI la voce più attendibile sulle virtù del candidato alla glorificazione. Così, si aggiungerà un’altra singolarità all’avventura straordinaria dell’uomo giunto dalla Polonia: un Papa si incamminerà sulla via degli altari grazie soprattutto alla testimonianza del Papa che gli è succeduto. Una situazione che non ha precedenti. Comunque, occorreranno ai giudici molti giorni, sgombri da altri impegni, per raccogliere la deposizione del Pontefice regnante.

Parlo anche sulla base di una piccola esperienza personale. Avendo frequentato solo per una mattinata— il tempo di una lunga intervista — un celebre prelato morto in odore di santità, sono stato convocato dal tribunale che esamina la sua causa. Mi sono occorse parecchie ore — tra formule rituali e giuramenti in latino più volte ripetuti — per rispondere alla serie di minutissime domande preparate da quei giudici, anche su particolari che mi erano sembrati irrilevanti e che, lo scopersi, avevano invece una loro importanza. C’è da chiedersi quanto tempo occorrerà per passare al vaglio quasi un quarto di secolo vissuto al fianco di un «candidato» così attivo e poliedrico. Com’è stato ricordato, proprio Giovanni Paolo II aveva inaugurato la via straordinaria che ora è praticata anche per lui: la dispensa, per madre Teresa, dai cinque anni prima dell’inizio della causa. Bastarono sei anni in tutto per dichiarare beata la religiosa balcanica. E’ realistico pensare che per Karol Wojtyla non ne occorreranno di meno ma, se saranno rispettate le altre norme, probabilmente qualcuno in più.

In effetti, trattandosi di un Papa, saranno moltissimi i testimoni da convocare, anche se si procederà a selezionare un campione significativo. E c’è, soprattutto, la questione degli scritti. Per ogni candidato non è prescritto soltanto l’esame minuzioso della vita per accertare se, in lui, la pratica delle virtù cristiane sia stata davvero «eroica». Occorre vagliare anche quanto il defunto ha lasciato su carta, per verificare che non vi siano errori o equivoci in materia di fede e di morale. Questo esame è particolarmente rigoroso per un Papa, che è il Maestro supremo in simili materie. Nel caso di Wojtyla, poi, la prospettiva è tale da far tremare vene e polsi della commissione di teologi che sarà nominata per il vaglio: la lunghezza del pontificato e l’attività eccezionale ci hanno lasciato circa 80.000 pagine a stampa a firma di quest’uomo. Va osservato con sincerità che — al di là di una facciata di unanimismo commosso nei giorni della morte e delle esequie—il magistero di Giovanni Paolo II non è stato esente da perplessità se non addirittura da critiche all’interno della Chiesa stessa. Pur lasciando da parte le reazioni stizzose del mondo del tradizionalismo, non sono mancati vescovi e, in alcuni casi, cardinali, che hanno mostrato di non gradire certi documenti ed iniziative wojtiliane, soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo o le continue richieste di perdono.

Non si dimentichi che Ratzinger stesso non fu entusiasta per il raduno di tutte le religioni ad Assisi e quando, anni dopo, Wojtyla volle ripeterlo, intervenne direttamente per moderare, precisare, sopire; o che un altro cardinale, Giacomo Biffi, allora arcivescovo di Bologna, non esitò a criticare i mea culpa della Quaresima del Duemila. Per partecipare a quella inaudita liturgia penitenziale, Ratzinger volle farsi precedere da un documento —che spiegava e precisava— della Commissione Teologica da lui presieduta e che arrivava a un «si proceda» dopo perplessità ed esitazioni. Immagini come quelle di un Papa che, in pantofole, gira devotamente per una moschea o che, altrettanto devotamente, infila bigliettini nel Muro del Pianto a Gerusalemme o che indossa il copricapo di piume di stregoni animisti, hanno commosso molti, mahanno provocato sussurri pesanti in una parte non irrilevante dell’episcopato mondiale. Così come certe obiezioni hanno rallentato la causa di Pio XII, sarebbe possibile che altre obiezioni —e provenienti non solo, per intenderci, «da destra»ma anche «da sinistra»— rallentino pure il cammino verso gli altari di Giovanni Paolo II.

Non si dimentichi, sull’onda dell’entusiasmo, che ciò che Benedetto XVI ha annunciato ieri, non è una beatificazione, ma l’inizio di una causa di beatificazione, sulla cui durata non c’è certezza. L’epoca dei santi «per acclamazione » è terminata, nella Chiesa, da più di mille anni. E’ comunque significativo che per questo annuncio si sia scelto un 13 di maggio, ricorrenza della Vergine di Fatima e dell’attentato del 1981. «Una mano ha sparato, un’altra mano ha deviato il proiettile»: così Giovanni Paolo II, che non ha mai avuto dubbi sul fatto che soltanto un miracolo mariano lo ha salvato dagli spari di Alì Agca. Senza l’intervento della Madonna, sarebbe morto: questa la convinzione della vittima, suffragata dal parere dei medici, incapaci di spiegare una simile sopravvivenza. Dunque, Karol Wojtyla può, a ben vedere, essere considerato un «martire », cioè un credente ucciso in odium fidei. E’ possibile che questo non sia irrilevante per la causa: è previsto, infatti, che nel caso di martirio le procedure siano semplificate ed accelerate, a cominciare dal miracolo, che non è richiesto. E già questo costituisce un guadagno notevole di tempo, visto che i lavori della Commissione medica sono scrupolosi e, dunque, spesso lunghi. In ogni caso, la categoria del martirio permetterebbe a Benedetto XVI ulteriori abbreviazioni della causa. Se è lecita una previsione, non solo giungerà la beatificazione, ma essa sarà il preludio a una canonizzazione altrettanto sollecita. La Chiesa, però, ammonisce che simili riconoscimenti non equivalgono a ciò che, per il «mondo», è l’erezione di un monumento in piazza a un generale, un politico, un artista. I santi sono proclamati perché si guardi ad essi come esempi di come il Vangelo vada vissuto. «San» Giovanni Paolo II non avrà bisogno di ammiratori. Avrà bisogno, semmai, di imitatori.

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