Il vento balcanico può scuotere la Spagna

29 aprile 2006 :: Corriere della Sera – Versione originale, di Vittorio Messori

L’accordo tra la catalana Abertis e Autostrade ha provocato la consueta serie di articoli sulla Spagna ruggente, sul presente e il futuro radiosi della penisola iberica. Una realtà strepitosa, naturalmente esaltata dal contrasto con un declino italiano che si starebbe traducendo in una nostra inferiorità ormai consolidata. Per consolarci delle nostre miserie non avremo più dietro di noi le consuete Spagna, Grecia, Portogallo, visto che Madrid ci ha stabilmente superati. Le cose, però, non stanno affatto così. Lo dico, naturalmente, lontano sia da un anacronistico nazionalismo italiano sia da sentimenti avversi nei confronti spagnoli. Al contrario. Per stornare ogni sospetto mi sia concesso ricordare, con qualche disagio, che Juan Carlos, dopo avere letto la traduzione di alcuni miei libri a difesa di una hispanidad diffamata, decise di concedermi la più antica decorazione spagnola. E credo non siano casuali i riconoscimenti di un paio di università come quella di Alcalà de Henares e di Valencia.

E’ dunque con preoccupazione per un Paese che conosco e che amo –peraltro generosamente ricambiato- che constato come la situazione evolva sempre più , al di là dei Pirenei, in una direzione pericolosa. C’è una costante tentazione iberica alla guerra civile: fautori della dinastia degli Asburgo contro quella dei Borboni, legittimisti contro afrancesados, isabellini contro carlisti, cattolici contro socialisti, comunisti contro anarchici, repubblicani contro franchisti. Una tentazione che trova le sue radici in quell’altra guerra civile, durata secoli, che fu quella dei cristiani “purosangue“ contro marranos e moriscos . E che altro fu, se non una guerra civile, quella tra truppe inviate dalla Metropoli e insorti creoli, che portò alle repubbliche sudamericane? In due secoli, le forze armate spagnole non hanno condotto che due guerre con altre potenze , finite entrambe in disastri clamorosi: contro gli Stati Uniti per Cuba e Filippine e contro il Marocco, con i 15mila morti di Annual, la maggiore sconfitta coloniale europea, assieme a quella italiana ad Adua. In mancanza di conflitti esterni, i militari si sono impegnati in una serie interminabile di golpes, alzamientos, levantamientos.

A questa sorta di bisogno di aggredirsi per questioni religiose, politiche, ideologiche, dinastiche, si è sempre aggiunto il conflitto territoriale. La Spagna è, in questo, il contrario dell’Italia. E’, cioè, uno degli Stati più antichi di Europa, ma non è mai riuscita a diventare davvero un Nazione. Mentre, da noi, l’unità statuale è tra le più recenti, ma il sentimento nazionale è tra i più antichi, risalendo addirittura all’epoca imperiale romana e non essendosi mai dissolto, grazie soprattutto al fatto che le elite culturali e politiche, dalla Lombardia alla Sicilia, scelsero di adottare il toscano come lingua comune. Il matrimonio tra Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, nel 1469, portò all’unione di gran parte della penisola iberica ma soltanto nella fedeltà ai sovrani, non nella costruzione di istituzioni comuni. Lingue, tradizioni, parlamenti, dazi, gendarmi restarono sempre separati e neppure gli sforzi disperati di Olivares, il Conte-Duca di manzoniana memoria, riuscì a creare almeno un esercito comune. Non pervennero all’amalgama neppure le misure draconiane dei Borboni, nel Settecento, dei governi borghesi nell’Ottocento e, nel Novecento, di Franco. Questi, al contrario -per la consueta “ eterogenesi dei fini“ che affligge i regimi autoritari– ha provocato l’effetto contrario. Alla sua morte, la Spagna si è divisa in una serie di autonomias , secondo le regioni storiche (ma anche secondo tradizioni più o meno inventate), ciascuna delle quali si è impegnata nel differenziarsi il più possibile dalle altre. A cominciare , s’intende , dalla lingua, ottenendo che almeno tre fossero dichiarate co-ufficiali accanto al castigliano: catalano, basco, galiziano. In realtà, ci sarebbe anche il valenciano, che è una variante del catalano, ma che lotta duramente contro Barcellona per affermare la sua specificità. Una ostilità contro Madrid delle periferie ma anche di queste tra di loro: le autonomias sono in contrasto non solo per ragioni linguistiche ma anche per la difesa dei loro interessi particolari e, talvolta, proclamano il boicottaggio delle merci provenienti da regioni “avversarie“. Oppure, ricorrono al blocco dei provvedimenti del governo centrale, com’è avvenuto per il Piano Idrologico Nazionale: approvato dal Parlamento per contrastare la desertificazione di varie zone a causa della crescente siccità, il Piano è stato reso inattuabile dal “sacro egoismo“ di autonomias che non volevano privarsi di parte delle loro acque. L‘ostilità diventa violenza omicida nel Paese Basco, dove l’eterna guerra civile è in pieno corso, malgrado tregue strumentali e provvisorie: in trent’anni, il terrorismo dell’Eta ha provocato un migliaio di morti e il problema non sembra avere soluzione se non concedendo un’indipendenza peraltro impossibile.

Comunque, grazie all’individualismo spagnolo –simile e al contempo diverso da quello italiano– il fermento autonomista ha dato nei primi decenni una scossa salutare all’economia. Vanno peraltro demitizzati, al proposito, certi trionfalismi: gran parte della crescita è dovuta all’esplosione del settore immobiliare che ha distrutto le coste riempiendole di un’edilizia allucinante, a servizio di un turismo balneare che mostra ormai segni di cdimento. Incapace da sempre di crearsi una sua industria automobilistica (la Seat fu una filiale Fiat e poi Volkswagen) la Spagna, a causa del basso costo del lavoro, era divenuta uno dei luoghi di montaggio di molte case europee. Ora, però, la delocazione verso l’Est o l’Asia è cominciata, assieme a quella di altri settori. Il ruolo delle banche -assai ricche per la propensione al risparmio– non può nascondere che lo sviluppo della media e piccola industria, con le sue capacità di creatività e di gusto, è assai inferiore a quello italiano. Simile al nostro è invece il divario economico, che sembra irrimediabile, tra le varie zone.

In questi mesi, la deriva autonomista è giunta a un punto cruciale. Con la complicità del governo Zapatero, debole nei numeri in Parlamento e dunque ricattato dagli indipendentisti, la Catalogna (dove già il castigliano è emarginato e dalle elementari alla laurea si deve studiare solo in catalano ), ha approvato un nuovo Statuto in cui si dichiara “nazione“. Una nazione, per ora, senza Stato perchè “occupata“ dall’odiata Castiglia ma che si riconosce il diritto di patteggiare da pari a pari. I Baschi, dal canto loro, già da tempo si dicono “nazione“ e uccidono, ricattano, tramano per l’indipendenza. La Galizia ha seguito l’esempio e, proprio in queste settimane, le altre autonomias hanno dichiarato di non volere restare indietro: persino l’Andalusia si è definita una “nazionalità“, distinta da quella spagnola. La frammentazione avanza, a Madrid restano sempre meno poteri, nessuno vuol più pagare tasse che non restino a casa propria ed è inquietante che un alto ufficiale dell’esercito si sia dovuto dimettere per avere dato voce al sentimento di tanti colleghi: le forze armate non permetteranno la distruzione della Patria. Voci già sentite, nella storia di questo Paese, con le tragiche conseguenze che sappiamo. Che Dio, naturalmente, non voglia: ma non sembrano infondati i timori di chi vede avvicinarsi per la Spagna un futuro jugoslavo. Un segnale tra mille: il governo ha dovuto adottare un nuovo tipo di targhe automobilistiche, sopprimendo l’indicazione della città o della autonomia, per evitare vandalismi alle macchine fuori zona .

Nel millenario ventre iberico continuano a fermentare gli umori oscuri di tante epoche storiche, altrettante oscure. E’ con amarezza che un amico come me lo constata : gli entusiasmi di commentatori sprovveduti debbono fare i conti con un passato di violenza fratricida e con un presente che non sembra avere esorcizzato quelle esperienze terribili, ricreando anzi le condizioni per un nuovo scontro.

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