Il giovane Ratzinger, “progressista” conciliante

22 ottobre 2007 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Un onore delle armi ai pochi teologi che seppero resistere –miti e al contempo coriacei– allo Zeitgeist, lo spirito dei tempi sessantottini e che permisero così alla Tradizione cattolica di non perdere la continuità bimillenaria e di assestarsi su un nuovo equilibrio. E’ questa gratitudine che spiega l’intervista concessa da Benedetto XVI, e pubblicata ieri su questo giornale, perchè fosse usata come prefazione a Il mondo della fede cattolica, edizioni Vita e Pensiero, di Leo Scheffczyk, morto due anni fa e divenuto nei suoi ultimi anni cardinale, nominato da Giovanni Paolo II ma indicato dall’allora Prefetto dell’ex-Sant’Uffizio. Joseph Ratzinger ribadisce di dovere molto a questo prestigioso professore di teologia, che accolse con favore la svolta conciliare ma che – a differenza della maggioranza dei colleghi – seppe conservare il sensus fidei cattolico e non si lasciò travolgere negli “anni della follia“. Gli anni della eccitazione clericale durante e dopo il Vaticano II, voluto da papa Roncalli come aggiornamento pastorale della dottrina di sempre e trasformato –con suo amara sorpresa– in una sorta di “Stati generali“, nella Costituente di una utopica nuova Chiesa, strappata da un passato condannato come una teoria di errori e di vergogne. Agli inizi, almeno, di quella svolta “rivoluzionaria“ contribuì anche il trentacinquenne, ma già cattedratico, professor Ratzinger che, perito teologico di Josef Frings, cardinale arcivescovo di Colonia, fu tra gli estensori dello storico documento con il quale l’assemblea respinse l’impostazione che Giovanni XXIII e il cardinal Ottaviani intendevano dare al Concilio.

Coloro che hanno creato l’improbabile santino di un Roncalli “progressista“ non ci informano che questi, in realtà, fu duramente osteggiato proprio dallo schieramento cosiddetto “progressista“ dei Padri e dei loro teologi. In lui si denunciava il garante supremo della cosiddetta “arcaica teologia romana“. In questo schieramento, il giovane Ratzinger brillava per intelligenza e cultura, accanto ai Kueng, agli Schillebeeckx, ai più anziani Chenu, Congar, Rahner e agli altri che, nel 1965, crearono a Nimega una “Fondazione Concilium“ che pubblicava, e pubblica, l’omonima rivista che legge il Vaticano II non come continuità ma come rottura, come “nuovo inizio“.

Fu proprio la consapevolezza che si voleva questa frattura he determinò il distacco di Ratzinger dal gruppo degli scalpitanti colleghi. Quando, nell’agosto del 1984, lavoravamo a Bressanone a un Rapporto sulla fede, approfittai della sua affabilità e trasparenza per ricordargli quella militanza con coloro che sarebbero divenuti avversari beffardi e implacabili proprio dell’ex-Sant’Uffizio che da tre anni dirigeva. La sua risposta fu netta: “Non sono cambiato io, sono cambiati loro”. Aggiungendo: “Sin dalle prime riunioni di Concilium posi due cippi di frontiera. Primo: nessun settarismo o arroganza, come se noi, teologi aperti al nuovo, fossimo la vera Chiesa, una sorta di magistero alternativo. Secondo: confrontarsi con i documenti autentici del Vaticano II, non con quelli immaginari di un Vaticano III, con la lettera dei testi e non solo con un fantomatico “spirito del Concilio“. I confratelli, allora, accettarono questi limiti, ma in seguito presero altre strade. Da qui il mio distacco”. Distacco che lo portò tra l’altro a lasciare la Tubinga dello star-system dei professori vezzeggiati dai media per la più tranquilla Ratisbona.

Gianni Valente, un giornalista specializzato, pubblicherà a breve un libro sul Ratzinger di quegli anni. L’indagine chiarisce una frase come quella che sta nella intervista-prefazione apposta da Benedetto XVI al libro postumo del cardinal Scheffczyk : “Io stesso ero, in quel contesto, quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei dovuto osare per andare, in modo diretto, ‘al punto’ “. Il “punto“ cioè, della contestazione radicale, spesso astiosa, al Magistero e alla Tradizione della Chiesa. Se il professore divenuto papa si accodava, con sollievo e gratitudine, a quel “rompighiaccio“ (parole sue) del collega Scheffczyk e non osava aprire lui stesso la contesa, era a causa di un temperamento mite, portato a conciliare più che a dividere, a una timidezza innata, al desiderio di non turbare con discussioni accese e magari risse la tranquillità degli studi. E’ questo che spiega anche la firma, assieme a quella di tutti colleghi della facoltà di teologia di Tubinga, a un documento in cui si chiedeva –nientemeno!– che l’episcopato, compreso quello del vescovo di Roma, dunque del pontefice stesso, fosse a tempo: otto anni e poi dimissioni, avanti un altro. Ai suoi allievi più fedeli, sorpresi, il professor Ratzinger spiegò di essersi rassegnato alla firma per evitare altre contrapposizioni: ma a quei giovani commissionò, e fece poi pubblicare, un articolo che contestava la tesi che egli stesso aveva sottoscritto.

In realtà è indubbia la continuità di fondo del pensiero di questo bavarese giunto -con sua sincera sorpresa- al vertice romano e che ha sempre praticato e insegnato non l’aut-aut del rivoluzionario (o dell’eretico), ma l’et-et del cattolico, che sa che l’accettazione del nuovo non significa il rinnegamento dell’antico, che è consapevole che l’albero ecclesiale non può essere strappato dalle radici. Indubbia, anche, la sua fedeltà al Concilio, ma a quello autentico, non a quello inventato. Nella patristica, che ben conosce ed ama, sembra prendere con convinzione la celebre definizione: Ecclesia ante et retro oculata est, la Chiesa guarda avanti e al contempo non dimentica né rinnega nulla di ciò che ha alle spalle.

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