Il “dopo Boffo” e la trasparenza mancata

13 settembre 2009 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Sul Consiglio Permanente della CEI che si apre domani, graverà l’ombra pesante del “caso Boffo“. In questo Direttorio della Chiesa nazionale –una ventina di presidenti delle Conferenze Episcopali italiane- non regna l’unanimità sulle responsabilità della crisi e sulla sua gestione. Soprattutto, su quella difesa ad oltranza, “a prescindere“, su quelle invettive di “disgustoso attacco al cristianesimo di oscure forze laiciste: e, il tutto, senza preoccuparsi di spiegare come davvero fossero andate le cose, esibendo le carte. In effetti, se i vertici della CEI ed alcuni vescovi hanno dato a Dino Boffo, come giusto, la loro solidarietà umana ma sono però andati oltre, gridando alla “vergognosa aggressione“, la maggioranza dei vescovi ha taciuto o si è limitata a qualche cenno dovuto. Particolarmente significativo, poi, è parso il silenzio –anzi, qualcosa in più, stando alla nota intervista al direttore Vian– dell’Osservatore romano.

E’ certo che, nella sua prolusione di domani, il cardinal Bagnasco ribadirà la difesa del direttore dimissionario, forse sfumando solo i toni indignati: ma questa è ormai la linea assunta nella concitazione del primo momento e non è consuetudine ecclesiastica ritrattare, una volta fatta, bene o male, una scelta.

Comunque, da stamane si discuterà dell’affaire a porte chiuse: non si tratta, infatti, di una vicenda secondaria e passeggera, bensì di un evento devastante per i vertici dell’episcopato che avevano concentrato in un uomo solo –per giunta a rischio di ricatto- tutto il sistema informativo della Chiesa italiana. Lo tsunami che si è scatenato da nove colonne in prima pagina in un sonnolento venerdì di fine agosto, ha spiazzato chi, nella Gerarchia, sapeva, ma pensava che la faccenda, dopo cinque anni, fosse ormai sepolta per sempre tra le carte di un tribunale di provincia.

Imprudenza o ingenuità? In ogni caso, un comportamento sconcertante per chi non deve avere né l’una né l’altra pecca. Qualcuno, va pur detto, si è rallegrato per l’esplosione del caso, sia fuori che dentro la Chiesa: l’antico “fratelli, coltelli“ vale anche per gli uomini della Catholica, ai quali la consacrazione non garantisce la santità. Altri – io stesso, se è lecito un cenno personale– ne sono rimasti addolorati, sia per la violenza feroce dell’attacco a un collega professionalmente valente e umanamente stimabile, sia per l’enorme danno alla immagine della Chiesa. Ma c’è rammarico anche per l’ingiustizia delle accuse di “moralismo ipocrita“ a chi si era esposto solo per il minimo indispensabile, lontano da invettive e condanne da predicatore. I clericali giustizialisti e moralisti (l’ossessione per l’etica cresce quando la fede diminuisce e, oggi, proprio la fede sembra svanire, come denuncia il Papa) rimproveravano a Boffo questa discrezione.

Sta di fatto che a tutti, nel giro, era nota l’esistenza di una sentenza del tribunale di Terni. E tutti, constatando il radicalizzarsi (qualcuno preferisce parlare di imbarbarimento…) della prassi giornalistica, tutti, tranne forse vescovi e cardinali, sapevano che ai curiosi bastava aspettare: prima o poi, una delle “manine“ onnipresenti nei palazzi di giustizia avrebbe consegnato il dossier a qualche cronista . In realtà, ora abbiamo la certezza che quel dossier c’era, ma non lo abbiamo visto, poiché il “condannato“ ha ottenuto che ne fosse bloccata l’accessibilità: con le carte sottochiave, siamo ancora in attesa di sapere che sia davvero successo. Sigillati gli atti processuali, morto il giovanotto, per ricostruire la verità, almeno quella giudiziale, ai reporter restava solo la ragazza la cui denuncia aveva innestato il caso. Ma, pure qui, un muro invalicabile: porte sbattute in faccia a chi facesse domande.

E’ proprio su questa reticenza che, pur con il rispetto dovuto dai credenti verso i Pastori, si vorrebbe richiamare l’attenzione delle Eccellenze ed Eminenze riunite a consiglio. Potremmo citare innumerevoli documenti, a loro firma, che auspicano <<massima trasparenza>> nella informazione. Potremmo addirittura osare la citazione evangelica, con quel <<conoscerete la verità e la verità vi farà liberi>>.

Siamo desiderosi di condividere l’indignazione di mitrati e porporati per l’aggressione subita dal direttore. Ma vorremmo farlo conoscendo –nella piena trasparenza, appunto– per quali motivi un tribunale dello Stato è giunto a una sentenza di condanna. Oltretutto, le gravi, croniche perdite del media-system cattolico sono ripianate colle offerte dei fedeli e col loro prelievo fiscale. Non innanzitutto, ma anche, per questo c’è –crediamo- un diritto dei cattolici a sapere com’è andata, almeno nella ricostruzione della magistratura della Repubblica.

L’uscita di scena di Boffo apre, tra l’altro, il problema di una sostituzione che non sarà facile. Il rimescolamento di carte degli anni Novanta, con l’implosione della Democrazia cristiana, ha provocato una diaspora cattolica in tutte le direzioni dello schieramento politico. Credenti espliciti -e relativi voti- a destra, a sinistra, al centro. Da qui, la difficoltà di confezionare ogni giorno un quotidiano che desse spazio adeguato all’informazione politica ma stesse in equilibrio tra posizioni contrastanti, senza scontentare alcuni o favorire altri. Una prodezza quasi da acrobata che a Boffo è riuscita per ben quindici anni, grazie anche alla finezza e all’esperienza di quel suo “inventore“, e grande suggeritore, che è stato il cardinal Ruini. Sarà arduo trovare chi saprà ricominciare l’impresa.

Altre scelte, come sempre non facili, attendono i vescovi: è ogni giorno più ampio, ad esempio il fronte di possibili confronti polemici su problemi che riguardano, in senso lato, il corpo umano, con la sessualità, la generazione, il fine vita. Ma a 139 anni giusto a oggi, dalle cannonate di Porta Pia, la storia ha ogni volta confermato che, alla fine, il compromesso tra esigenze dello Stato e istanze della Chiesa può essere trovato. E che una convivenza pacifica è possibile. Non saranno episodi, anche clamorosi ma alla fine archiviati, che smentiranno questa costante –piaccia o no– della storia italiana, nella quale anche l’anticlericalismo più fiero non ha mai potuto disconoscere un’impronta due volte millenaria. Raffaele Cadorna, il generale che bombardò e prese la Roma di Pio IX, non era forse -egli pure– un devoto cattolico da Messa quotidiana?

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