Il buio di Madre Teresa: l’estremista della carità che patì il silenzio di Dio

2 febbraio 2008 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Successe lo scorso agosto, quando una delle maggiori agenzie mondiali lanciò un flash dal titolo perentorio : “La beata Madre Teresa perse la fede”. Spiegava il sommario: “Un libro-rivelazione getta ombre inquietanti su una delle icone cattoliche: la suora di Calcutta aveva abbandonato ogni fiducia nel Dio di Gesù Cristo“. Vista l’autorevolezza della fonte, la presunta notizia fu ripresa da molti media, tanto più che –aggiungeva l’agenzia– il saggio clamoroso era curato dal postulatore stesso della causa di Madre Teresa, dunque dall’uomo più competente in materia.

Va riconosciuto che, pur non disponendo ancora del testo, ci furono giornali (e il Corriere tra essi, verità esige di ricordarlo) che avanzarono subito perplessità su un simile scoop. Adesso, finalmente, anche il pubblico italiano può confrontarsi direttamente con il caso. Rizzoli manda infatti in libreria, con il titolo Sii la mia luce, l’opera curata da padre Brian Kolodiejchuk, canadese, uno tra i primi seguaci della religiosa nella sezione maschile della Congregazione da lei fondata, i “Missionari della Carità“. Diciamolo subito: non vi è qui nulla che abbia a che fare con le interpretazioni abusive apparse l’anno scorso su troppi giornali e televisioni. Si tratta, piuttosto, di quattrocento pagine “terribili“, nel senso etimologico: una testimonianza che, in qualche modo, sgomenta. Nella serrata documentazione di padre Brian appare l’enigma della vita drammatica di una creatura su cui Dio “aveva posto lo sguardo”, per usare l’espressione biblica. Questa donna minuta, quasi una nana, di certo non bella, secondo i canoni correnti, questa apolide di origine albanese nata nella capitale macedone, questa credente che cercò sempre il nascondimento e che fu proiettata sotto i riflettori del mondo, sino al Nobel per la pace. Insomma, questa Agnese Gonxha di Bojaxhiu -in religione Maria Teresa, detta “di Calcutta“ dal luogo dove visse e morì– nulla ha a che fare con il santino della filantropa tutta impegno sociale e discorsi edificanti, secondo i canoni del “politicamente coretto“ occidentale. La sua è la storia di una chiamata precocissima , sin dall’infanzia, a un destino radicale, a un calvario su cui salire per condividere, sulla croce, tutta la sofferenza del mondo. Una vocazione a penetrare nei “buchi più oscuri“, nei bassifondi più disperati, testimoniando agli ultimi tra gli ultimi amore gratuito e totale. Una vocazione che non è nata nell’incontro con le miserie dell’India, ma che l’ha pervasa da sempre e che per tutta la vita non fece che perseguire con impressionante volontà e coraggio, tirando dritta per la strada che sapeva di dover percorrere. Obbedientissima al magistero ecclesiale e al contempo indomabile nel rispondere alla sua personale chiamata. Una “folle di Cristo“, un’estremista della carità che, a quelle che volevano seguirla, prometteva ciò che già lei stessa viveva: miseria, umiliazioni, tuguri invece di case, fatiche disumane, lavori ripugnanti, contatto quotidiano con la malattia e la morte, disprezzo sociale, anche violenze e, se necessario, martirio. Un radicalismo che, peraltro, nulla aveva a che fare con compiacimenti masochistici, con fanatismi lugubri e ossessivi. Nelle regole per le sue Missionarie della Carità chiarì che voleva discepole consapevoli di farsi “vittime di Cristo, disponibili a dimenticarsi e a darsi senza riserva al sollievo dei più miserabili” ma, al contempo, avvertì che voleva “ragazze dal temperamento equilibrato, allegro, solare, gioioso”, promettendo che proprio grazie a quel sacrificio totale la gioia sarebbe stata moltiplicata oltre ogni misura. Lei stessa lo manifestava: stando a infinite testimonianze, quando appariva, minuscola nel suo sari di cotone grezzo, e accarezzava tutti quelli che le si facevano incontro, attorno a lei si avvertiva come un’aura di pace, di gioia, di consolazione. Vi fu chi si convertì anche solo vedendola passare, scorgendo in lei una luce misteriosa. Malgrado facesse di tutto per evitarlo, le folle degli indù la seguivano per baciare la terra dove aveva posato i suoi sandali.

Luce, gioia, serenità, consapevolezza di essere figli di un Dio la cui essenza è l’amore: fu ciò che sparse e donò a piene mani. Ma fu proprio ciò che a lei fu negato. Come documenta il libro -che proprio su questo si accentra- madre Teresa visse immersa in quella che l’esperienza mistica ben conosce e che chiama “la notte oscura“. Aridità spirituale, desolazione, mancanza di consolazioni sensibili, impressione di abbandono da parte di Dio: un “quadro clinico” dell’anima vissuto da molti santi, a cominciare da quella Teresa di Lisieux da cui la beata prese il nome di religione. Colpisce apprendere quanto profonde siano state e quanto a lungo siano durate queste tenebre che, peraltro, sono l’esatto contrario della “perdita di fede“ ipotizzata dai disinformati quando apparve il libro di padre Brian . Ben lungi dall’allontanarla dal Cristo, questa angoscia da assenza moltiplicava dolorosamente quella che chiamava una “insaziabile sete di Dio”. La sua sofferenza nasceva dalla certezza assoluta della sua vocazione e dalla impossibilità di godere la vicinanza di Chi l’aveva chiamata. Comprese, alla fine, che anche questo era un dono : il dono di una miseria non solo materiale ma anche spirituale, perché fosse ancora maggiore la gioia quando avrebbe avuto luogo, per lei, l’incontro con l’Amato. Una grande santa; una grande mistica; ma, innanzitutto, una donna grandissima.

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