Gli eredi di Lefebvre dal Papa “il ritorno? Una guerra continua”

26 agosto 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

C’è la conferma ufficiale: don Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (i lefevriani, per intenderci) sarà ricevuto lunedì, a Castelgandolfo, da Benedetto XVI .

<<Non c’è un ordine del giorno, nessuno schema, ci si affiderà a quanto lo Spirito Santo vorrà suggerire al Pontefice e a noi, l’incontro potrebbe durare trenta minuti o alcune ore. Potrebbe risolversi in una semplice ripresa di contatto, visto che conosciamo bene Ratzinger come cardinale ma non come papa. Oppure, la Provvidenza potrebbe aprire dei varchi imprevedibili, la disputa tra noi e una gerarchia che ci ha scomunicati potrebbe, dopo tanti anni, avere una svolta. Tutto è possibile>>, mi dice l’abbé Marc Nely, il Superiore di quello che chiamano il “Distretto italiano“. Mi conferma di considerare “molto significativo“ il fatto che il pontefice abbia risposto immediatamente alla richiesta di un incontro, avanzata in modo informale attraverso il segretario. Per alcuni di loro, questa cortesia così sollecita è la conferma di quanto nella Fraternità si è sempre ripetuto: per Ratzinger, quanto è nato dalla ribellione di mons. Marcel Lefebvre, giunto sino allo scisma, rappresenterebbe una sorta di “cattiva coscienza“, quasi un ossessivo “complesso di colpa“. Il Vaticano II, non si stancano di ripetere, doveva svolgersi secondo i binari della Tradizione sempre seguiti da quel coriaceo conservatore, da quel grande devoto di Pio IX che fu Giovanni XXIII e che pensava di fare approvare, in pochissimi mesi, gli schemi preparati dal Sant’Offizio del “carabiniere della fede“, il cardinal Ottaviani. Sarebbe andata davvero così, dicono, se non fosse intervenuto il “colpo di mano“ di alcuni vescovi francesi e tedeschi. Ma una delle due relazioni che determinarono la svolta che giudicano disastrosa, il documento letto in aula dal cardinale di Colonia, fu scritto da un giovane teologo, un brillante consulente, il professor Joseph Ratzinger. Il quale, per tutto il Concilio, farà poi parte del brain trust dell’ala progressista. Un passato che non è stato mai dimenticato, tanto che quando, nel 1985, diedi voce, in Rapporto sulla fede, alla denuncia sgomenta di quel teologo, divenuto nel frattempo Cardinal Prefetto della Congregazione per la Fede, il commento impietoso dei lefevriani fu riassunto in un detto popolare: <<Chi è colpa del suo mal, pianga se stesso>>.

C’è , naturalmente, dell’ ingiustizia in questo infierire contro un uomo che promuoveva (seppur, forse, con qualche sottolineatura determinata dall’età e dallo Zeitgeist, lo spirito del tempo di allora) quanto lo stesso Marcel Lefebvre non condannava: l’arcivescovo francese, in effetti, diede il suo voto favorevole a tutti i documenti del Concilio, tranne a quello sulla libertà religiosa, dove il suo dissenso si limitava a certe espressioni. Ratzinger, comunque, fu pronto a rendersi conto che il postconcilio andava ben oltre a quanto i Padri del Vaticano II avevano auspicato e immaginato . La sua, dunque, non fu una “ conversione “ al tradizionalismo, ma una fedeltà rinnovata al Concilio “vero“, non a quello immaginario predicato da una rumorosa contestazione. Sta di fatto che, nella denuncia della deriva modernista e illuminista, il cardinal Prefetto della fede e l’arcivescovo finito nello scisma ebbero spesso punti di contatto, soprattutto a proposito della devastazione liturgica. Ma questa vicinanza di prospettive, invece di favorire la simpatia dei lefevriani ha aumentato la loro vis polemica: proprio perchè consapevole del disastro, proprio perchè così intelligente e lucido, Ratzinger è più colpevole di altri, il suo sostegno a una teologia e a una pastorale in rotta di collisione con la Tradizione è particolarmente devastante.

Si è comunque disponibili a qualche attenuante. Mi dice don Nely: << Anche nell’ultimo incontro che il nostro Superiore Generale ha avuto con Giovanni Paolo II e nei colloqui con l’allora cardinal Ratzinger, abbiamo riscontrato comprensione se non, addirittura, benevolenza. Ma abbiamo avuto conferma che non potevano decidere come desideravano, essendo sotto la pressione di certi episcopati come quello francese e tedesco che dicevano, e dicono, : “o noi, o loro“. Ci sono molti vescovi che devono le loro carriere a benemerenze progressiste, non possono riconoscere il loro torto. Tanto che qualcuno è giunto a minacciare che, se fosse risolto lo scisma con noi, se ne aprirebbe un altro, con loro. Il risultato è paradossale: la Chiesa ha dialogato e dialoga con tutti tranne che con chi, come noi, vuole semplicemente restare cattolico, senza soluzioni di continuità con venti secoli di storia. Spesso, le raccomandazioni di Roma alla tolleranza nei nostri confronti sono disattese dagli episcopati, com’è successo di recente a Fatima dove, per disturbare la nostra preghiera, sono stati accesi rumorosi aspiratori e si è messo al massimo l’impianto di amplificazione, coprendo il rosario che recitavamo con un frastuono assordante. E, questo, malgrado disposizioni favorevoli giunte dal Vaticano>>.

C’è, dunque, questo sacerdote francese alla testa dei tradizionalisti del nostro Paese, così com’è francese il direttore di “Sì sì no no“, l’esecrato ed amato (ed anche temuto, nella Curia romana e in quelle locali, per la crudezza del linguaggio e dei contenuti) quindicinale della Fraternità . La storia di Francia si mescola, tra questi preti, alle prospettive teologiche: Luigi XVI, con l’orrore per la Rivoluzione che osò decapitare l’ultimo re per diritto divino, Charles Maurras, forse il maestro di certi “atei devoti“ attuali, con il nazionalismo fascisteggiante impastato con l’ammirazione per la tradizione cattolica, Pétain esaltato e De Gaulle vilipeso, Giscard d’Estaing esecrato perchè (alla pari di Mitterand e di Chirac) è messo nel sacco di una massoneria che avrebbe ispirato una costituzione europea alla cui bocciatura si applaude.

In una Chiesa anemica quanto a vocazioni, la Fraternità dedicata a san Pio X –il papa che fulminò il modernismo– esibisce cifre che non lasciano indifferenti il Vaticano: oltre 450 sacerdoti, in gran maggioranza giovani, preparati, motivati sin (dice qualcuno) all’estremismo, 160 seminaristi, 200 suore, una rete di “cappelle“ in tutti i Continenti frequentate per la liturgia in latino da una grande massa di fedeli. Gli italiani? Confida, con qualche rammarico, il Superiore del Distretto: <<I preti del vostro Paese sono pochi, perchè gran parte di loro è passata con i “sedevacantisti“>>. Questi, sono coloro che accusano di scarsa coerenza i lefevriani i quali, nello loro case religiose, espongono il ritratto del papa regnante e pregano per lui in ogni messa, giudicando oggettivamente infedele alla Tradizione molto del suo insegnamento ma senza contestarne il ruolo legittimo. Altri invece –e a questi si sono aggiunti molti degli italiani– affermano che, da Paolo VI in poi, la Sede è “vacante“ e non sarebbero veri papi quelli che si sono succeduti. Comunque, è stato scritto nella nostra lingua e da uno studioso laico proveniente dal Piemonte, anche se residente nel Canton Ticino e divenuto cittadino svizzero, il grosso volume che è considerato la summa teologica dei lefevriani. Si tratta di Jota unum, le quasi 700 pagine di Romano Amerio che –va pur riconosciuto– con vigore e straordinaria erudizione ha inteso denunciare le <<variazioni della Chiesa cattolica nel Postconcilio>>, come dice il sottotitolo.

Se è lecito un ricordo personale, sorrido riandando a un episodio che avrebbe potuto ispirare a Dan Brown, quello del Codice da Vinci, qualche pagina della sua fatantateologia, sullo sfondo di improbabili misteri e di intrighi clericali.

’appuntamento, ovviamente riservatissimo, a Milano, all’imbocco dell’autostrada per i laghi; il trasbordo dalla mia auto a una Mercedes, lunga e nera, come ovvio; la frontiera svizzera; l’arrivo in una villa, circondata da un grande parco umido di pioggia, nel cantone di Zug. Ad attendermi, in un salotto dall’eleganza austera –nel camino, della buona legna crepitante- alcuni sacerdoti, impeccabili nelle lunghe tonache nere, con i candidi collarini ecclesiastici. Nelle presentazioni, molti nomi nobiliari tedeschi e francesi, conversazione in molte lingue europee, cena frugale, senza vini (era tempo di Quaresima), ma con un servizio di classe. L’abbé Fellay, il Generale della Fraternità, che in quella villa ha la sua sede mondiale, voleva conoscere il cronista che, avendo fatto un libro sia con Ratzinger che con Wojtyla, doveva pur vedere di persona la realtà dei cosiddetti “ lefevriani“. Da qui, l’invito nella “tana del lupo“, come con ironia la chiamavano, e poi, nella Svizzera francofona, un soggiorno nella celebre fucina di preti, il grande seminario di Econe, incubo per alcuni, terra promessa per altri.

Quell’esperienza mi confermò in un sospetto. La differenza teologica, cioè, si è nei decenni talmente approfondita che, almeno a viste umane, sembra illusoria una ricomposizione della frattura. Quale che sia la soluzione proposta dai canonisti (prelatura personale, amministrazione apostolica, vicariato del tipo “castrense“, ordine religioso speciale), i discepoli di monsignor Lefebvre non potrebbero vivere in una sorta di Chiesa parallela, ignorando quanto avviene accanto a loro. Mi conferma don Nely: <<Non potremmo non continuare a denunciare gli errori. Il nostro ruolo è vigilare perchè l’ortodossia sia rispettata. E non perchè siamo migliori, ma perchè siamo consapevoli sino in fondo di che sia quella Tradizione che oggi è ignorata dalla maggioranza dei cattolici, anche nella gerarchia>>. Dunque, dico, il ritorno si risolverebbe in una sorta di guerra continua? << C’est possible >>, sospira l’autorevole interlocutore. Non è questione, qui, solo di liturgia in latino: c’è una ecclesiologia e, con essa, tutta una teologia che ormai divergono e che, per paradossale che sembri, hanno aumentato la distanza proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II. C’è il tema dell’ecumenismo che scotta più che mai ed è centrale, irrinunciabile, anche nella prospettiva di papa Benedetto.

Questo dice il doveroso realismo degli uomini. Ma sia il Pontefice che il Capo degli “scismatici“ credono, da uomini di fede, nella Provvidenza e nei suoi miracoli. Dunque, la loro speranza è che l’incontro di lunedì non si risolva in un incontro di cortesia formale. In entrambe le parti la separazione crea dolore sincero ed è di ostacolo a quella “nuova evangelizzazione“ che è stato al centro del grande sogno di Wojtyla. L’appello alla Provvidenza è dunque giustificato.

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