Eravamo peggio noi

settembre 2006 :: Vanity Fair, di Francesco Esposito

«I meridionali erano peggio dei nuovi immigrati». Dopo l’allarme sicurezza a Brescia, sette omicidi in 17 giorni, che vedono involti stranieri (da Hina Saleem, la ragazza pakistana sgozzata dai familiari l’11 agosto, al massacro della famiglia Cottarelli il 28 agosto) la frase-provocazione Vittorio Messori ha scatenato le polemiche. Ma l’intellettuale cattolico, autore di best seller mondiali sul cristianesimo (Varcare la soglia della speranza, il libro-intervista con Giovanni Paolo II, è stato tradotto in 53 lingue), è da sempre una voce fuori dal coro e si è preso la libertà di criticare perfino il Papa. Figurarsi se poteva lasciarsi intimorire «dall’armata dei politicamente corretti», come li chiama lui.

Bresciano d’adozione -vive da 15 anni sulla sponda del Lago di Garda- ma emiliano per nascita e per origine di entrambi i genitori, Messori si è «torinesizzato» all’età. di 5 anni e ha vissuto 32 anni sotto la Mole. «Per questo conosco per esperienza diretta gli enormi problemi di integrazione che i meridionali portarono in città negli anni ’60 e ’70».

La Stampa ha pubblicato le lettere di molti torinesi che la contestano…

«Sapevo che sarebbero insorti, ma quando ho letto l’articolo del filosofo Emanuele Severino sul Corriere della Sera non ho saputo trattenermi: “Ah, la mia povera Brescia, e non posso più uscire la sera, e alle otto mi si chiudono tutti in casa…”».

Le ha dato così fastidio?

«Io conosco bene la realtà bresciana: giro per tutti i quartieri della città e non ho mai avuto paura di finire accoltellato. Lo sa perché nessuno esce dopo le otto di sera?».

Perché?

«Per colpa del clima: freddo, spesso piovoso. E poi perché i bresciani la mattina si svegliano presto per andare a lavorare».

Nessuna emergenza, allora?

«Tutta una montatura giornalistica. Hanno messo insieme delitti del tutto disomogenei, che vanno dal mondo gay ai regolamenti di conti, per amplificare un allarme stranieri che in realtà non esiste».

Ma davvero c’erano più problemi con i meridionali nella Torino degli anni ’60 che oggi con gli extracomunitari?

«Certo, e lo dico da testimone perché tra gli anni ’60 e gli anni ’70 ero cronista alla Stampa, anzi ho lavorato anche per Stampa Sera che seguiva le peggiori storiacce di nera: nella città di allora avrei avuto davvero qualche remora a passeggiare di sera, altro che nella Brescia di oggi».

Era davvero così difficile l’integrazione tra torinesi e meridionali?

«Quella di allora era immigrazione selvaggia. Dai 700 mila abitanti della metà degli anni ’50, Torino toccò il suo record storico all’inizio dei ’70 con 1 milione e 200 mila abitanti: in città arrivarono oltre 500 mila meridionali in 15 anni. Uno shock».

Come reagirono i torinesi?

«Già prima di quell’arrivo in massa c’era diffidenza, se non addirittura paura, verso i napouli. Dopo la prima ondata d’immigrazione, i torinesi valutarono impossibile l’integrazione con loro per l’eccessiva differenza culturale e fuggirono».

Dove?

«Le classi agiate si ritirarono in collina. E il risultato fu l’abbandono d’interi quartieri, penso in particolare alla zona del centro che diventò infrequentabile: rifiuti ovunque, alloggi in condizioni igieniche precarie. Le ho viste io stesso le vasche da bagno riempite di terra per coltivare il basilico, e poi i quintali di pomodori cotti in enormi pentoloni nei cortili dei palazzi per fare la salsa. Oggi, nella Torino dell’immigrazione extracomunitaria, quello stesso centro storico sembra Piazza Navona, lo chiamano “il quadrilatero romano” : ristoranti etnici e appartamenti di lusso acquistati da fighetti alla moda. Non ha nulla da invidiare al quartiere Brera di Milano, scintillante di luci e di vita».

Tuttavia (immigrazione extracomunitaria qualche problema può portarlo, lo dimostrano storie come quella di Hina…

«Se è per questo ricordo il caso di un padre di Benevento che uccise la figlia “perchè portava la minigonna e disonorava la famiglia. Ed e solo un esempio tra i tanti: le violenze sulle donne che volevano adeguarsi ai costumi del Nord erano una cosa comune in quegli anni».

Insomma nulla di nuovo sotto il sole…

«Non credo a una storia ciclica. Però forse ci siamo dimenticati che cosa succedeva soltanto 20-30 anni fa. L’immigrazione dal Terzo mondo porta problemi? Certo, ma se parliamo di delinquenza, la criminalità organizzata che arrivò coi meridionali era anche peggio. Ha dovuto riconoscerlo perfino La Stampa, che dopo il mio intervento ha pubblicato un articolo dal titolo significativo, Quando la mala parlava catanese. Il pezzo si chiude con queste testuali parole: “La ferocia dell’immigrazione nella Torino degli anni ’60: una città nera, violenta, forse anche più di oggi”».

Vuol dire che la mala a Torino l’hanno portata i meridionali?

«In città esisteva una mala tutto sommato bonaria, quella un po’ da film, tipo Soliti ignoti. Coi meridionali arrivò qualcosa di impensabile per i torinesi: mafia, ‘ndrangheta e sacra corona unita. E poi: ci siamo dimenticati i primi sequestri di persona, gestiti da sardi, calabresi e pugliesi? La sfido a indicarmi un’altra cultura nel bacino del Mediterraneo dedita ai sequestri. E non siamo migliorati: l’Italia è il Paese dove si rapisce un bambino e lo si ammazza a colpi di badile. Non mi risulta che gli autori di queste efferatezze siano perfidi immigrati del Maghreb o dell’Europa orientale».

Lo storico Giovanni De Luna dice che negli anni ’60 l’integrazione era facilitata dalle catene di montaggio Fiat e dalle sedi dei partiti.

«La, solita mitologia operaia… Lo ha riconosciuto anche Diego Novelli, ex sindaco di Torino e memoria storica della sinistra torinese: perfino il mitico Pci respinse i meridionali, li usava soltanto per attaccare i manifesti. Il giovane Piero Fassino, allora infiammato responsabile del Pci a Mirafiori, si faceva un punto d’onore di parlare solo in piemontese. Come tutti i dirigenti del partito e del sindacato».

Fortunatamente l’integrazione coi meridionali è finita bene…

«Il melting pot è riuscito. Ma, nonostante l’happy end, dire che gli anni ’60 e ’70 sono stati più difficili e sanguinari di questi ultimi d’immigrazione extracomunitaria significa. riconoscere un dato di fatto».

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