Dubitare non è peccato

24 febbraio 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Torno proprio ora da Lourdes dove, in una serie di riunioni con il vescovo, mons. Jacques Perrier, e il Rettore dei Santuari, Raymond Zambelli (un’origine italiana, per un luogo dove gli italiani sono ormai in maggioranza), si è cominciato ad abbozzare il progetto per il 2008, 150° anniversario delle Apparizioni. Per quanto mi riguarda, ho confermato ai miei interlocutori l’intenzione di continuare la ricerca storica sull’enigmatico ciclo di manifestazioni mariane che inizia nel 1830 a Parigi, rue du Bac e di cui Lourdes (come La Salette, Pontmain, Fatima, Beauraing, Banneux e così via) non è che una tappa. Credo che non vi sia quasi luogo in Europa dove la Chiesa ha riconosciuto un’apparizione e ha promosso la costruzione di un santuario che non abbia visitato. Con la devozione del pellegrino, certo; ma anche con la curiosità del cronista e la competenza –perchè no?- di lunghi anni di studi, di riflessioni, di sopralluoghi.

A Medjugorje fui tra i primi a recarmi non appena me ne giunse notizia e fui tra i privilegati che, pigiati all’inverosimile nella sacrestia della chiesa, poterono osservare tutti gli allora giovanissimi veggenti nella apparizione serale. Ho poi seguito con attenzione le cronache e le ricerche su quegli eventi di don René Laurentin, il più celebre ed autorevole assertore della verità di quei fatti, un amico con il quale ho collaborato in altri suoi lavori mariani. Per anni, nella Chiesa stessa, ho dovuto confrontarmi, spesso vivacemente, con sacerdoti, teologi, laici impegnati, che negavano la possibilità stessa che a Medjugorje il Cielo avesse qualcosa di urgente da comunicarci. Un rifiuto previo che non ha nulla a che fare con la prospettiva cattolica. Per questa, la Rivelazione è chiusa con l’ultimo degli apostoli e l’assenso di fede è richiesto soltanto sulla Scrittura e sui dogmi che la Chiesa ha da essa ricavato, definito e proclamato. Questo deve bastare al credente. Ciò non toglie che la generosità divina possa concedere quei doni che sono apparizioni e rivelazioni dette “private“ e la cui funzione non è aggiungere qualcosa di nuovo ma ribadire e ricordare il contenuto della fede, esortando a viverlo. Nella storia della Chiesa, il ruolo pastorale svolto dai santuari, sorti quasi sempre su luoghi di apparizione, è stato notevolissimo. La teologia non vi ha appreso nulla di nuovo, nè poteva farlo; ma la vita dei fedeli vi ha tratto alimento, conforto, sprone.

Scrivo queste cose come una sorta di preambolo: per togliere, cioè, da me ogni sospetto di modernismo, di secolarismo che mi ponga tra certi “cattolici adulti “ (come si autodefiniscono), indifferenti se non ostili alle manifestazioni del Divino nella storia. Per un credente, queste sono possibili, sono attestate nella Scrittura e poi in tutti i secoli della vita della Chiesa. Proprio perchè insospettabile, posso dirmi molto perplesso –per usare un eufemismo– per l’atteggiamento agitato di certi ambienti devozionali. Non ho assistito alla trasmissione nella quale il cardinal Tarcisio Bertone ha fatto affermazioni che hanno provocato una sorta di rivolta in quegli ambienti. Se il viaggio in Francia non mi avesse impedito di partecipare avrei avuto qualcosa da obiettare, ovviamente con ogni rispetto, ad alcune di quelle affermazioni. Ad esempio, la sua perplessità sul fatto che la lacrime di Maria, a Civitavecchia, appartengono a un individuo maschile: la Madre piange ma è il Figlio, non lei, che ha versato il sangue della redenzione. Nel dossier della Curia della città laziale, uno studio di uno dei maggiori mariologi approfondisce in modo illuminante questo aspetto. All’obiezione, sempre (mi dicono) di Bertone, che i fenomeni di Medjugorje durano da troppo tempo, si può opporre che nel Seicento a Le Laus, nel Delfinato, per una donna, Benoite Rencurel, la Vergine si fece maestra di tutta la vita, in una serie di apparizioni durate decenni e ufficialmente riconosciute dalla Chiesa.

Detto questo, va anche detto che è ben difficile sospettare di scetticismo un uomo che è stato a lungo stretto collaboratore del cardinal Ratzinger alla Congregazione per la fede. E’ sacrosanta l’esortazione di mons. Bertone all’apertura al mistero e al contempo alla vigilanza critica. E io stesso, per quel che conta, ho dovuto subire malumori e magari insulti da parte di devoti di veggenti, di “profeti“, di “taumaturghi“ perchè, prima di credere, volevo verificare se e come quelle cose fossero credibili. Circola, in certe frange cattoliche, un atteggiamento che non è cattolico: il pretendere, cioè, che la Chiesa riconosca, e subito, ufficialmente, ciò che sta a cuore, con invettive se invece la Chiesa stessa prende il suo tempo o arriva addirittura a dichiarare che “non consta della soprannaturalità”. In ogni caso, ogni apparizione è un dono, non un dogma; è un’esortazione, non un comando; non è di fede, aiuta semmai a vivere la fede.

Quanto a Medjugorje, sono tra coloro che sperano (e pregano) che quei fatti rispondano davvero a un disegno divino: tali sono i frutti spirituali che ne sono derivati, tale è la devozione e la speranza che folle innumerevoli vi hanno investite, da far considerare disastrosa una delusione. Ci sono, inutile nasconderlo, dei problemi che non è lecito dichiarare irrilevanti e ai quali mons. Bertone (sto sempre a quanto mi dicono) ha accennato. Attenzione, però: l’interesse stesso di coloro che sono favorevoli a quei fatti sta nella pazienza, nell’attesa, nella continuazione umile e fiduciosa del culto, nel rifiuto di superstizioni e credulità, non nella rivolta verso la gerarchia, giudice ultimo di simili eventi. Ancora e sempre vale il “principio di Gamaliele“: se una cosa è da Dio, Dio stesso provvederà a farne trionfare la verità.