Diario Vaticano – terza puntata

2 aprile 2005 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Ne sono certo: queste ore di attesa e di incertezza sono di riflessione, di disagio, di sofferenza pure per il laico, l’agnostico, l’incredulo, il seguace di altre confessioni e religioni. Per ogni uomo, insomma, di buona volontà e di sentimenti generosi. E non soltanto perchè ogni morte di un fratello in umanità riguarda tutti e ciascuno. <<Non chiederti per chi suona la campana: la campana suona sempre anche per te>>, per dirla con un frase famosa e veritiera. Ogni fine di un compagno di avventura nella vita ci coinvolge e ci ammonisce, soprattutto se, come in questo caso, riguarda un uomo di simile tempra morale e si svolge sotto gli sguardi impietosi degli obiettivi elettronici dei media.

Nessuno, come dubitarne?, è rimasto insensibile a quelle ultime apparizioni alla finestra, al contempo drammatiche e tenere, crudeli e consolanti. Ma sì, consolanti: perchè, chi abbia saputo leggerle vi ha scorto la forza dello spirito che, sino all’ultimo, vuole imporsi sulla carne riluttante; vi ha visto la volontà di un ottuagenario infermo di compiere sino all’ultimo il proprio ministero, la propria vocazione. Tra le immagini, la più commovente –almeno per me– è parsa quella del vegliardo dai lineamenti deformati dal male, di colui che fu, un tempo, “l’atleta di Dio“ che agitava, con la forza superstite, un rametto di ulivo, rinunciando a fare uscire parole dalla gola riluttante e affidando il suo messaggio di saluto e di pace a quel gesto infantile. Un lampo mi ha fatto sovvenire della frase evangelica: <<Se non saprete farvi come bambini, non entrerete nel Regno di Dio>>.

Quest’ agonia ci unisce. E la memoria corre ai giorni della fine di papa Giovanni che ben ricordano quelli che, come me, ne hanno l’età. Una morte, allora, senza immagini, se non quelle in bianco e nero di una telecamera d’epoca puntata su una finestra chiusa del palazzo Vaticano. Eppure, quell’attesa che durò giorni e giorni, scandita dalle voci di speaker senza notizie se non quella che l’amatissimo papa Roncalli andava verso l’epilogo, creò un clima straordinario di solidarietà tra gli uomini, quale che fosse il loro credo o la loro incredulità. Quel clima, che pensammo irripetibile, è invece ritornato tra noi.

Ma, se il “laico“ riflette e partecipa, il credente è scisso tra il dolore e la gioia. Dolore che ha, forse, qualcosa di egoistico. Nel senso, si intende, più nobile e alto: la pena per la scomparsa di una persona amata; l’addio a colui che per tanti anni ha saputo rassicurare, ammonire, insegnare, proteggere, richiamando in modo così evidente la paternità e l’autorità di quel Cristo che, per la fede, rappresenta in terra. E come non soffrire delle sofferenze di un padre così diletto, di un maestro tanto venerato?

Eppure, se per noi c’è il dolore, che credenti saremmo se, pensando a lui, non ci fosse anche la gioia? A tal punto la nostra fede si è ristretta e immiserita, se rischiamo di dimenticare che questa vita terrena non è che il luogo della prova, non è che l’anticamera alla Vita “vera“? Il tempo, per il credente, sfocia sull’eterno. La morte non è che il passaggio alla dimensione, misteriosa eppure reale, in cui tutto sarà finalmente pacificato, in cui a tutti sarà dato secondo la misericordia e insieme la giustizia del Creatore. Come dubitare, allora, che Karol Wojtyla sia sulla soglia di quel mondo cui ha teso, tenace, per tutta la vita terrena, che stia per ricevere il premio, nella luce che non ha tramonto, nella gioia che non ha limiti? Perché, allora, il dolore non dovrebbe mescolarsi alla gioia?

Sentimenti contrastanti, certo. Ma che, nella fede, trovano una sintesi. Il credente sa che per giungere alla luce, alla freschezza, alla gioia –appunto– dell’alba della Pasqua eterna, occorre passare attraverso le ombre, le strettoie, le sofferenze, le angosce di quel venerdì santo che è spesso la vita terrena. Quel percorso accidentato il cristiano Karol Wojtyla, papa con il nome di Giovanni Paollo II, l’ha ormai quasi tutto percorso; e con la coerenza se non l’eroismo che tutti abbiamo potuto constatare. Come non essere gioiosi per lui? E come non invidiare quel bagaglio di bene compiuto, di speranza disseminata, di amore condiviso con cui si avvia verso Colui che lo attende?

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