Consegnati al silenzio per servire Cristo

1° aprile 2006 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Con alcuni libri già alle spalle godevo di qualche credito nel mondo cattolico ma, per garanzia, allegai la raccomandazione di un prelato importante. La mia richiesta, poi, era a nome di un giornale “sicuro” sul piano dottrinale. Feci recapitare e cominciò l’attesa. Dopo mesi mi giunse un biglietto firmato, semplicemente, “Un Certosino“. Sapevo che a nessuno di loro era permesso pubblicare alcunché col proprio nome e che questo non stava neppure sulle tombe, ma ignoravo che si giungesse ad evitare la firma sulle lettere. Il mio monaco, comunque, mi ricordava la Regola secolare: alla Grande Chartreuse –come, del resto, in ogni casa dell’Ordine– penetravano solo postulanti che chiedessero una prova per il noviziato. Spiacenti, dunque: non poteva essere accettata la domanda di me, giornalista, per un soggiorno nel “deserto“ alpino per dar conto in diretta ai lettori di quella vita reclusa.

Lo stemma sulla carta della lettera confermava la parole inappellabili del Certosino. Un globo sormontato da una croce e la scritta, umile e al contempo orgogliosa: Stat crux dum volvitur orbis, la croce sta salda mentre il mondo gira. E’ così da 922 anni, dal 1084, quando san Bruno da Colonia iniziò l’avventura che ha uno dei segreti della sua longevità -almeno a viste umane- proprio nel totale isolamento dal fragore e dall’affanno del mondo. Il sito Internet dell’Ordine, peraltro eccellente (http://www.chartreux.org/), avverte che <<una corrispondenza continuata è incompatibile con la vita contemplativa>> e invita a spedire messaggi solo se indispensabili.

Stando così le cose, ha sorpreso il permesso accordato a Philip Groening, il regista tedesco che –dopo il grande successo in patria e in altri Paesi- giunge ora anche nelle sale italiane con Il grande Silenzio. Probabilmente, i Padri della Chartreuse hanno voluto premiare una lunga pazienza. Fu, in effetti, quattordici anni dopo la sua richiesta che a quell’uomo di cinema giunse una risposta: <<Se proprio vuole venga, ma da solo, con i mezzi più semplici. Potrà lavorare ma senza intralciare la vita comunitaria, senza parlare con alcuno e restando qualche mese per capire qualcosa di noi >>. Dai cinque mesi senza mai uscire da quella città monastica immensa, inaccessibile e gelida (1.200 metri l’altezza), il regista ha salvato per lo schermo 162 minuti, durante i quali il “silenzio“ è davvero “grande“, visto che a parte le voci della natura o il rumore di un utensile, il sonoro si riduce alle parole finali di un monaco cieco.

Ho visto il film in anteprima, ma in una sala aperta a un pubblico indifferenziato: per due ore e tre quarti il silenzio dello schermo si è accompagnato al silenzio della platea. Alla fine, nessun commento, visi assorti ma non delusi, come se la folla fosse stata trascinata in una dimensione “altra“ da cui stentava a ritornare. Forse, ha avuto davvero ragione il regista: <<Non ho voluto fare un film su un monastero, ma trasformare un film in un monastero>>.

Il consiglio è di non perdere l’occasione: l’opera non ha precedenti ed è magistralmente realizzata, la mancanza di ogni artificio ha giovato all’autenticità, già di per sé impressionante. Da sempre vocazione rara ed elitaria, vertice della radicalità cristiana, la vita certosina coinvolge oggi soltanto 370 uomini e 75 donne in 24 case (4 in Italia, di cui 2 femminili) in tre Continenti. Un piccolo pugno di “alieni“, dunque: per giunta, molti di essi sono vecchi e malati. Eppure, in una prospettiva di fede, poche persone sono così preziose non solo per la Chiesa ma per il mondo intero. E pochi impegni religiosi sono così radicalmente “sociali“ quanto quello cui sono stati chiamati questi uomini e donne fattisi <<solitari perchè solidali>>. E’ ciò che non riesce a comprendere il “mondo“ che giudica queste vite inutili e anacronistiche e che, appena può, se ne libera (in Italia, per tre volte: nei domini austriaci con gli Asburgo del Settecento, poi con Napoleone, infine con il Risorgimento). Per il credente, invece, Dio riserva per Sé, a ogni generazione, un piccolo gruppo di creature che facciano delle loro vite –macerate dall’ascesi e dalla solitudine– una lode perenne a Lui, una testimonianza della Sua esistenza e presenza, un impegno di intercessione per l’umanità intera. Come dicono gli antichi Statuti, <<separati da tutti, proprio per questo siamo uniti a tutti e stiamo a nome di tutti davanti al Cristo vivo>>. Cuore nascosto della Chiesa, la Certosa è il luogo dove l’osservanza “senza se e senza ma“ di una regola sapiente -che unisce eremitismo e vita comunitaria- può condurre i pochi che vi sono chiamati alla libertà, poi alla pace, infine alla gioia. La gioia di scoprire che Dio è amore; e la gioia di ricordare a quel Padre, ogni giorno e ogni notte, le promesse della Sua misericordia per tanti figli immemori e traviati ma per la salvezza dei quali il Certosino ha fatto dono totale di sé.

© Corriere della Sera

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