Ci penserà lo Spirito Santo

12 aprile 2005 :: Eco di Bergamo – La Provincia di Como

Se solo a pensare ai 27 anni di pontificato di Giovanni Paolo II “Il Grande” si è presi da una senso di vertigine, chissà quali pensieri turbineranno nell’animo del suo successore, all’uomo che uscirà dal conclave con alle spalle una simile eredità da gestire. Ma per Vittorio Messori, giornalista e scrittore di fama internazionale e tirature oceaniche, l’unico che ha intervistato papa Wojtyla (nel suo libro “Varcare la soglia della speranza”), questo non costituisce un problema in una prospettiva di fede. «Ci penserà lo Spirito Santo, che sceglierà la persona giusta», commenta. «Per qualunque vocazione cristiana c’è la cosiddetta grazia di stato. Però sul piano umano c’è una prospettiva seria da considerare».

E cioé

«Questo papato è stato in qualche modo spettacolarizzato, suo malgrado. Lo si è visto anche nei giorni della sua agonia e dopo la sua morte. Molte trasmissioni lo hanno visto come un personaggio di spettacolo. Era inevitabile, vista la grandezza dell’uomo, il suo passato di attore, la sua solennità. Il resto lo hanno fatto i meccanismi televisivi: alla fine ne è venuto fuori una sorta di grande show-man. Dunque, se il nuovo Papa non sarà simpatico come Wojtyla, se non buca lo schermo, rischierà di essere emarginato dal media-system».

Ed è un peccato?

«No, anzi, potrebbe essere una buona cosa. Per questo mi auguro come credente un Papa un po’ grigio. Ho suscitato scandalo perchè ho detto che il prossimo papa lo vorrei un po’ impiegato, un papa ragioniere, un papa un po’ grigio, appunto, proprio per abbassare in qualche modo questo bisogno del media-system di avere uno show-man assieme a tanti altri».

Un papa poco telegenico, insomma.

«Esattamente. Se il prossimo papa sarà poco redditizio da un punto di vista della audience, andrebbe bene. Senza dimenticare un fatto che cito spesso e che riguarda don Bosco. Il prete di Valdocco doveva tutto a Pio IX. L’amore e la riconoscenza di don Bosco verso Pio IX era assolutamente straordinaria. Però il sacerdote ai suoi ragazzi di Valdocco aveva proibito di gridare “Viva Pio IX”. Voleva che si gridasse “Viva il Papa”».

E questo cosa ha a che fare con il nuovo Papa?

«Voglio dire che per il credente ciò che conta non è il papa, ciò che conta è il papato. Chiunque sia il nuovo Pontefice i cattolici devono guardarlo con lo stesso affetto a cui guardavano a Giovanni Paolo II, che era certamente straordinario».

Dunque un papa con un “look” e uno stile impiegatizio…

«Non solo per il look, ma anche perché lo straordinario pontificato ambulante e itinerante di Wojtyla, un pontificato di rottura, eccezionale anche nei numeri, è andato a discapito (come è naturale, beninteso) dell’amministrazione quotidiana della Santa Sede. Non dimentichiamo il Vaticano è, insieme con la General Motors e alla Coca Cola Corporation la maggiore multinazionale del mondo. Voglio dire che la Chiesa è anche una grande macchina, che esige che il suo presidente sia anche un uomo di tavolino. Wojtyla ha fatto benissimo ad andare in giro per il mondo. Sono tra quelli che pensano che sul piano pastorale questo pontificato ambulante sia stato molto positivo. Ma adesso bisogna un po’ riorganizzare le cose».

Insomma, dopo la straordinarietà, ci vuole un po’ di ordinarietà… 

«Esatto, come disse una volta il cardinale Ratzinger, la Chiesa non può vivere sempre in stato di eccezione. Certamente questi 27 anni lo sono stati. Ne ringraziamo Dio (sono stato un difensore ad oltranza di questo pontificato) ma, Ratzinger docet, non si può vivere sempre in stato di eccezione».

C’è che pensa che dopo tanto seminare di papa Wojtyla, sia arrivato il tempo della mietitura

«La logica della Chiesa è sempre ambigua, nel senso etimologico. La Chiesa in un certo senso è, come diceva Pascal di Gesù, sempre in agonia fino alla fine del mondo. La Chiesa ha sempre trionfato sui suoi nemici e nello stesso tempo è sempre stata in crisi. Un mistero simile a quello di Gesù, acclamato a Gerusalemme e poi finito in croce. Non c’è mai in questo senso solo il tempo del raccolto: c’è sempre insieme anche la nuova semina. La barca di Pietro arriverà alla fine della storia, ma probabilmente ci potrebbe anche arrivare sotto forma di una zattera malridotta. In questo senso nessun papa può dormire sugli allori: si semina e si miete allo stesso tempo. Come dice la Scrittura si miete cantando e si semina nel dolore. É stato così anche per Wojtyla. Il trionfo della caduta del muro ha avuto come contrappasso la grave delusione della secolarizzazione dei popoli dell’Est. I polacchi per la maggior parte non sono corsi in chiesa: si sono precipitati nei supermercati».

Quali altre sconfitte secondo lei ha avuto questo Papa? 

«Pensiamo alla Cina, dove la notizia della sua morte è stata data da tre righe. Eppure i cinesi rappresentano quasi un terzo dell’umanità. O agli ortodossi, da cui ha ricevuto molti pesci in faccia».

Ma qual è la vera sfida su cui dovrà confrontarsi il prossimo papa?

«La sfida della fede. E invece in ciò che resta della Chiesa non si fa che dibattere sui soliti temi morali o di organizzazione clericale: fine del celibato per il clero, sacerdozio alle donne, omosessualità e via dicendo. Ma questi sono problemi secondari o derivati. In realtà il vero problema della Chiesa è la tenuta della fede. Bisogna rinnovare l’apologetica, le radici, le basi, le ragioni del credere. Perché il punto principale è: Gesù è veramente il figlio di Dio, ci crediamo o non ci crediamo?».

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