TIMONE – Settembre/Ottobre 2009

Vivaio

Riprendiamo la raccolta delle nostre briciole dopo la pausa estiva. Che “pausa”, in realtà, lo è stata poco, almeno per la realtà ecclesiale, squassata da notizie rattristanti, molte delle quali determinate da questioni sessuali. Da quelli di fondatori di nuove famiglie religiose, a quelli di responsabili di comunità giovanili sino a quello del direttore del quotidiano dei vescovi italiani. Proprio nei giorni di maggior clamore mediatico – e di maggior imbarazzo per la Gerarchia, oltre che per i semplici fedeli – mi è capitato sott’occhio un detto della Bretagna, terra su un mare pericoloso, cui si cerca di porre rimedio con un gran numero di segnalazioni luminose. Dice quel detto: «Il faro fa luce. Ma dentro il faro c’è il buio, non c’è luce». Mi è venuto in mente che potrebbe applicarsi alla situazione ecclesiale: di tutti i tempi, non soltanto dei nostri. La Chiesa, cioè, che, con l’insegnamento del Cristo, illumina il mondo, mentre al suo interno quella luce non sembra penetrare. Esagerato? Forse sì. Ma gli eventi di questi mesi giustificano, almeno un poco, il paradosso.

 

 

 

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Già l’inverno aveva beffardamente smentito i profeti del catastrofismo ambientale, con la bufala del “riscaldamento globale”: abbiamo avuto uno degl’inverni più freddi degli ultimi due secoli. Ma, stando a quegli pseudoprofeti, il clima è comunque impazzito. In estate, dicevano, ne avremmo viste delle belle. In estate, invece, abbiamo visto ciò che sempre si è visto: dunque, temperature moderate in giugno, gran caldo in luglio e in agosto, poi il raffrescamento settembrino. Tutto nella norma, dunque. Ma non per gli ambientalisti per i quali, come per tutti gli ideologi, lo schema previo non è scalfibile dalla realtà che lo contraddice. La propaganda fanatica, dunque, continua come se niente fosse, con gran pericolo nostro: in effetti, il vero obiettivo “verde” è tornare ai regimi “rossi”. Mettere mani e nasi, cioè, nelle nostre vite private, imporci regole obbligatorie di vita, impedire lo sviluppo in nome della “qualità della vita”. La quale, invece, è duramente danneggiata dai “no” previ, ostinati, ossessivi di questi nuovi catari, che non sono dei fissati tutto sommato innocui, magari simpatici.

Lo stanno duramente sperimentando, ad esempio, nell’Ovest degli Stati Uniti. La CentraI Valley della California era l’orto dell’intera nazione: quasi metà degli ortaggi, della frutta e della verdura americane veniva da lì. Ora, sta ritornando quel deserto che era prima dell’arrivo dei coloni. Le precipitazioni sono scarse, l’acqua per le coltivazioni era prelevata dal fiume Sacramento e distribuita su una immensa area con una costosa rete idrica. Purtroppo, gli ambientalisti californiani – tra i più deliranti e pericolosi del mondo – tirarono fuori la storia dello “sperlano”. Si tratta di un pesciolino lungo 5 centimetri, che serve da cibo a salmoni e storioni. Le associazioni verdi dissero che, a causa dei prelievi per la irrigazione, lo speri ano era in pericolo e riuscirono a farlo dichiarare dal governo californiano “specie in via di estinzione”. Ne conseguì la chiusura di buona parte delle prese d’acqua dal fiume, il razionamento per gli agricoltori e, complice una prolungata siccità, la rovina per loro e il ritorno del deserto. L’immenso giardino della CentraI Valley sta diventando la “conca della polvere”. Tanto che quello stesso governo che ha provocato la catastrofe razionando l’acqua (ma che non ha il coraggio di sfidare i fanatici animalisti) ha dichiarato la zona “regione disastrata”. Ci sono stati assalti di agricoltori impoveriti ed esasperati agli edifici pubblici, nonché addirittura tentativi di linciaggio dei leder ambientalisti. Insomma, tra le ragioni di una specie di pesci e quelle della specie umana, è questa che ha dovuto soccombere. Ottima cosa per l’ideologia: come si sa, l’erede al trono d’Inghilterra, il principe Carlo, un monomaniaco anch’egli, si è pubblicamente augurato una epidemia che faccia sparire dalla Terra almeno la metà degli abitanti. «Per alleggerire» ha spiegato imperturbabile «l’intollerabile pressione demografica sulla natura».

Ci stiano attenti i credenti, spesso attratti dall’ideologia ambientalista (lo slogan del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra è: «Pace, giustizia, salvaguardia del Creato»): dietro certo “amore per la Natura” c’è, in realtà, l’odio per l’uomo. E dietro certe proposte di comportamenti «ecologicamente sostenibili» da imporre per legge, c’è l’odio per la libertà della persona singola, c’è il desiderio di incatenare i popoli a decaloghi stabiliti da nuovi Soviet Supremi.

 

 

 

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Quale che sia stata la temperatura di questa estate, l’ho passata in compagnia di un libro che, dall’aspetto, è un autentico “mattone” di 530 pagine fitte, spezzate solo da rari paragrafi e con, in copertina, un titolo enigmatico, non certo accattivante: Simbolica. L’autore, Adam Johann Moehler è ormai dimenticato se non sconosciuto ai più. Ed è un peccato per la teologia in generale; e, in particolare, per chi abbia interesse per l’apologetica cattolica, a cominciare dai lettori di questo nostro giornale. Moehler, infatti, morto nel 1838, docente a Tuebingen, è stato, nell’area germanica del XIX secolo, il più preparato, il più lucido ed efficace difensore della verità insegnata dalla Chiesa cattolica. Il sottotitolo di Simbolica (il suo libro maggiore, assieme a L’unità della Chiesa: morì prematuramente, a soli 42 anni), il sottotitolo, dunque, spiega di che cosa si tratta: «Esposizione delle antitesi dogmatiche tra cattolici e protestanti secondo i loro scritti confessionali pubblici». Un confronto, dunque, non solo con luterani e calvinisti, ma anche con anabattisti, quaccheri, valdo-metodisti, sociniani e altri.

Tesi principale dell’apologeta tedesco è che, al di fuori del cattolicesimo, non ci siano che “cristianesimi mutilati”: dottrine dell’aut-aut, dunque, non dell’et:-et romano, colla sua completezza e la sua coincidentia oppositorum. Dice, giustamente, Moehler: «La forma di pensiero del protestantesimo è il dimezzamento delle verità, è l’affermazione unilaterale, l’ossessione per il solus, che amplifica certi aspetti della prospettiva cristiana escludendo altri che vanno invece inglobati in una sintesi, spesso paradossale ma sempre feconda». Tesi che mi interessa in particolare, visto che su questo tema progetto un libro intero, dopo avere già accennato al problema in volumi precedenti, ma senza quell’approfondimento adeguato che sto compiendo e che mi sta portando a scoperte sorprendenti.

· Se l’interesse specifico mi ha portato a passare l’estate in compagnia di questo credente “tostissimo” – pur nel rispetto per le persone – nella difesa della sua, e nostra, dottrina, penso che anche altri, pure oggi, potrebbero trarre giovamento dalla sua riscoperta. Simbolica è stato tradotto e pubblicato in italiano, per la prima volta nella sua interezza, nel 1984 dalle editrice Jaca Book. Da quanto mi risulta, è ancora in catalogo e, in ogni caso, si trova nelle biblioteche: credo che chi voglia comprendere la logica e la dinamica della prospettiva cattolica di fede dovrebbe vincere il timore e affrontare con frutto questo testo. Che, nella sua densità e nel suo rigore, esige qualche fatica, che però ripaga ampiamente. Oggi, soprattutto, in cui un certo, presunto ecumenismo, tutto sorrisi e pacche sulla spalla, l’ecumenismo superficiale del «pensiamo a ciò che ci unisce, dimentichiamo quel che ci divide», porta soltanto a parate buoniste di preti e di pastori, senz’altro beneficio che il viaggio e il soggiorno dei partecipanti, e a qualche titolo edificante su giornali e giornalini cattolici.

Basandosi direttamente sui testi ufficiali, Moehler mostra quanto sia stata drammatica e profonda la frattura del XVI secolo, che ha portato a cristianesimi davvero “diversi”, sin dalle radici, rispetto al cattolicesimo.

 

 

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Tra le innumerevoli schede ricavate dalla riflessione su Simbolica, ecco una citazione che va direttamente alla “legittimità” stessa della Riforma: «Lutero e Calvi no riconobbero con la fede più salda, e con la maggior gratitudine, quanto la Chiesa antica e medievale aveva stabilito e difeso come retta dottrina contro gli errori di gnostici, pauliciani, ariani, pelagiani, patripassiani, nestoriani, monofisiti, eccetera. Quei riformatori ammirarono e accettarono le chiare decisioni dei primi concili ecumenici. Quando, però, proposero le loro opinioni circa il rapporto tra fede e opere, tra libertà e grazia, tra libero e servo arbitrio, quanto al modo e alle forme seguirono esattamente le orme degli eretici che maledivano e che si rallegravano fossero stati respinti dalla Chiesa “papista”. Era lodevole e necessaria, dunque, la difesa praticata nei secoli contro tutte le letture eterodosse del cristianesimo, mentre invece le loro avrebbero dovuto essere accolte a braccia aperta».

È una contraddizione irrisolvibile, una delle tante, che sta alla base del protestantesimo.

 

 

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A proposito di Lutero. Si sa come il conformismo attuale rimproveri aspramente alla Inquisizione cattolica – e solo ad essa! – i roghi dei libri dei dissidenti. Naturalmente, si dimentica (ne abbiamo già parlato, qui) che, prima ancora che i nazisti, furono i giacobini della rivoluzione francese a svuotare le biblioteche ecclesiastiche, ad accumulare gli antichi volumi sulle piazze e ad organizzare enormi falò, attorno ai quali si danzava e si cantava la Carmagnole, Ma c’era stato un precedente, anch’esso naturalmente rimosso, visto che l’oscurantismo deve essere unicamente cattolico. Quel precedente ebbe luogo il 10 dicembre del 1520 presso la porta più frequentata di Wittenberg, dove fra’ Martino era docente di teologia. Come poi faranno i fanatici francesi, anche qui si organizzò una manifestazione pubblica, elevando una pira dove bruciare la Bolla papale che minacciava la scomunica al frate ribelle. Il documento giunto da Roma fu messo alla sommità di un grande cumulo, formato da tutti i libri di teologia scolastica e di diritto canonico che si era riusciti a rintracciare nelle biblioteche ecclesiastiche della regione. Il tutto fu cosparso di resina e lo stesso Lutero, con una fiaccola in mano, appiccò il fuoco.

 

 

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La sessuofobia? Anche questa solo cattolica, ci mancherebbe! Ebbene, leggo che cosa avvenne nella Svezia luterana, già rischiarata dai Lumi del Settecento. Il grande Cari von Linné, Linneo in italiano, inventò, come è ben noto, la geniale classificazione delle specie botaniche. Ebbe però l’imprudenza di basare quella classificazione su quello che osò chiamare «il sistema sessuale» delle piante, esaminando i loro «organi riproduttivi». Ebbene: invece che i complimenti della Svezia protestante ebbe la denuncia dello Stato per “immoralità” e la condanna della Comunità luterana per “sospetto di libertinismo”. Si trattava di vegetali, d’accordo, ma che sfacciataggine, tra buoni cristiani non corrotti come i papisti, usare termini come “sistema sessuale”!

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Non ho viaggiato per turismo, in questi mesi ma, come piace a me, ho letto molte guide turistiche: da esse, spesso, imparo assai di più che dalle fatiche dell’andare sui luoghi. Come ripeto spesso, ciò che conta non è vedere il mondo, ma capirlo: e, questo, lo si può fare spesso assai meglio stando a casa.

Comunque, anche a causa di un paio di articoli che il Corsera mi ha commissionato sul processo al direttore di Avvenire, svoltosi a Terni, leggo qualcosa su questa città umbra. Era poco più che un antico borgo, quando, a causa della abbondanza delle acque e della posizione tra i monti che ne rendeva agevole la difesa, fu scelta dallo Stato unitario come sede della maggiore fabbrica d’armi. Una curiosità: il fucile che uccise Kennedy era un “modello 91” munito di cannocchiale, costruito a Terni, come tutti gli altri delle guerre italiane. Seguirono, poi, le installazioni di grandi acciaierie, di centrali. idroelettriche, di industrie chimiche ed altre ancora, fino a trasformare la già piccola Terni in una sorta di Manchester nostrana.

Scriveva, ammirata ed eccitata, l’Illustrazione Italiana all’inizio del XX secolo: «Venite dagli stabilimenti, entrate in città. Sono due secoli in contrasto: là le grandi macchine, le lampade elettriche radiose, le reti di ferrovia.

La vita moderna, insomma, in tutta la sua gloria. Qua, nel borgo antico, ancora le viuzze luride, le case antiche, le molte chiese ormai anacronistiche, un modo di vivere, di pensare, di sentire affatto arretrato».

Ma la ruota della storia gira. A cent’anni da allora, la “modernità industriale” che esaltava il cronista è svanita, come per un infausto sortilegio. Le fabbriche hanno chiuso, una dopo l’altra, lasciando solo rovine di quella che non a caso si chiama “archeologia industriale” e aree dimesse, avvelenate dai liquami di un secolo. E Terni, ora, cerca di immaginare un possibile futuro puntando proprio sulle «viuzze luride, le case antiche, le chiese anacronistiche,> e, magari, anche sulla riscoperta della “cucina dei nonni” e su un improbabile culto di san Valentino.

Tenta anch’essa, insomma, un recupero del passato, che è ciò che crea e sorregge il turismo. È l’ennesimo monito ai “progressisti”, pronti ad esaltarsi per ciò che a loro sembra solo e sempre un’avanzata che sarà sempre trionfale, puntando infallibilmente sul meglio e lasciando dietro di sé uno spregevole passato. Succede invece che si constati, inaspettatamente, che il futuro sta proprio nella riscoperta di questo passato.

 

 

 

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Nel grande uliveto dietro all’abbazia già benedettina dove ho lo studio, attorno a una vecchia statua di Maria, con un architetto amico – e gran devoto, anch’egli, della Vergine – abbiamo elevato una sorta di santuari etto all’aperto, ispirato liberamente alle rovine della casa di Efeso, dove Maria, ospite di san Giovanni, sarebbe stata assunta in Cielo. Un’altra tradizione, altrettanto antica, pone a Gerusalemme quel transito alla vita eterna, in corpo ed anima, avanguardia di noi tutti. Ma a noi piace pensare che avesse ragione Caterina Emmerich, con le sue visioni. È una di quelle occasioni dove la libertà del cristiano si può esercitare liberamente.

Formato o, secondo alcuni, deformato, dall’istinto apologetico, tra tanti testi che avrei potuto scegliere, ho voluto che, in un frammento di marmo murato sopra il capo della Vergine, fosse inciso un versetto del Magnificat, l’inno intonato all’incontro con Elisabetta: «D’ora innanzi tutte le generazioni mi chiameranno beata».

Una profezia insensata, che un oscuro scriba, forse un siriano ellenizzato chiamato Luca, attribuisce a un’ancora più oscura ragazzetta di un villaggio di Galilea talmente remoto da non essere mai citato dalla Scrittura.

Profezia assurda, delirio di megalomani: eppure nessun’altra si è mai più straordinariamente realizzata. A quasi duemila anni da allora, non c’è donna al mondo alla quale siano stati dedicati più amore, preghiere, parole scritte e dette, opere d’arte, tempi i. I Dante l’hanno cantata, i Michelangelo scolpita, i Raffaello dipinta, i Cellini incisa, i Palestrina musicata, i Manzoni narrata. E, soprattutto, miliardi di anonimi l’hanno venerata, invocata, lodata, esaltata, attesa nelle svolte liete e tristi delle loro vite, irrilevanti per gli uomini e buone, semmai, solo per compilar statistiche. Mentre invece, per lei, ciascuno, per anonimo che sia, è un figlio cui provvedere. Malgrado tutto, Lourdes ospita folle maggiori di Disneyland e il suo nome è ancora quello imposto al numero più alto.

di neonate. Ma non solo i cristiani, di ogni generazione, l’hanno detta “beata”, come era stato follemente predetto su una antica pergamena. Il Corano le dedica una intera sura, l’eleva sopra ogni altra donna, chiama Gesù sempre e solo “il figlio di Maria”, in terra islamica sarebbe lapidato sul posto chiunque osasse metterne in dubbio le virtù.

Anche noi, l’architetto ed io, abbiamo dato l’ennesima conferma alla verità umanamente delirante del Magnificat, con il nostro piccolo cantiere. Il quale, però, finì per essere abbandonato dai muratori locali. Un inverno tra i più duri del secolo, pioggia continua, spesso neve sugli olivi, i fichi, i cedri, venti gelidi dal lago contro la collinetta senza riparo, fango sino alle ginocchia, acqua inaccessibile per i tubi gelati. Nel cuore di quell’inverno, i pur coriacei operai lombardi ci salutarono, promettendo che sarebbero tornati, ma solo in primavera. Il solo che non ci abbandonò fu un manovale senegalese, nero e rocciosamente islamico: per lui, ogni sacrificio era sopportabile, pur di dire «beata», trasportando pietre e cementando mattoni sotto la neve, la Maryam che il suo Muhammad, ha così altamente lodata e raccomandata anche alla pietà dei muslìm, i “sottomessi” alla parola di Allah.