TIMONE – Settembre/Ottobre 2008

Grazie Italia

Con la ripresa delle pubblicazioni, intendevo continuare – con la quinta puntata – la “apologia di Lourdes” dedicata ai 150 anni dalle Apparizioni. Molti lettori hanno voluto esprimermi il loro apprezzamento per questa ricerca: in effetti, la grotta di Massabielle ha un valore apologetico decisivo. Se Bernadette non si è sbagliata (ed è possibile dimostrare che la sua non fu un’illusione né, tanto meno, una impensabile truffa), se, dunque, Lourdes è “vera”, tutto è “vero”: non solo il cristianesimo, ma proprio il cattolicesimo poiché, come già abbiamo cercato di mostrare, in quegli eventi tutto è ecclesiale, se non addirittura papale.

Dunque, il lavoro attorno a quegli eventi, a Dio piacendo, continuerà. Ma i lettori non me ne vorranno se mi concedo una pausa, dopo la quale torneremo ad Aquerò e a Bernadette. È uno sfogo di cui da molto tempo sentivo il bisogno ma che mi è divenuto quasi irresistibile proprio in questi mesi, in cui si sono susseguiti, sino a diventare un vero e proprio filone editoriale, i pamphlet denigratori, se non masochistici, sulla realtà italiana non solo attuale ma di tutti gli ultimi decenni. Ebbene, me lo si lasci dire: sono stufo di questa inesausta lagna nostrana, che vorrebbe dimostrarci che questo è il peggior Paese possibile, quasi che solo in questa penisola agiscano le conseguenze del peccato di Adamo. Sono sempre più tediato da chi si atteggia a cosmopolita, a scafato osservatore diretto di ogni continente, sospirando che «certe cose succedono solo in Italia». Mostrando così di essere un provinciale, uno che non è andato oltre Chiasso; oppure che un po’ di mondo l’ha visto, ma da turista, senza comprendere che in ogni luogo, seppure in forme diverse, la “colpa originale” dispiega i suoi effetti.

Per parlare, ho – purtroppo – i titoli anagrafici. C’ero anch’io, non mi baso su testimonianze indirette. In effetti, ero in prima elementare quando giunse la Liberazione: che non fu – come vuole la deformazione politica, imposta dai comunisti – il 25 aprile del 1945, quan-do fummo liberati solo da un totalitarismo, quello nazifascista. Liberazione vera e completa fu quella del 18 aprile del 1948, quando provvidenziali elezioni ci affrancarono dall’altro totalitarismo, da quello rosso dopo quello nero, dall’incubo di Stalin, dal Gulag che sarebbe succeduto ai Lager, con il contorno certo di una sanguinosa guerra civile. Poco più di due anni prima di quell’aprile fatidico, i miei genitori erano giunti a Torino, su carrozze di fortuna trainati da una vaporiera ansimante che si inoltrava su ponti provvisori, in legno. I due giovani portavano con sé il bambino che qui ora scrive e, come solo bagaglio, uno zaino militare e una valigia di cartone. Null’altro possedevano. Rispondendo ai bandi della RSI, mio padre aveva militato nella Littorio, una delle tre divisioni dell’esercito regolare repubblicano addestrate in Germania. A guerra finita non era praticabile il ritorno nell’Emilia natia, dove tutti, o quasi, erano stati fascisti e tutti, o quasi, erano divenuti di colpo comunisti, altrettanto invasati e, spesso, violenti. Non ci conosce, chi crede che noi emiliani siamo solo bonari edonisti, interessati soprattutto a tortellini, lambrusco, donne dalle forme abbondanti. Siamo anche quello: ma sottolineo l’anche. Prima di diventare «sazi e disperati» (come disse l’arcivescovo emerito di Bologna) abbracciando l’ideologia liberaI e consumista ora egemone, abbiamo sempre sbagliato tutte le scelte politiche, per giunta facendo di esse una fede intollerante, prima di passare ad un’altra, con la stessa passione insana.

In ogni caso, gli uccisi in Emilia dopo la cosiddetta “liberazione” furono assai più numerosi degli uccisi durante l’occupazione tedesca. Ma, come si sa, i morti non sono tutti eguali, quindi ancor oggi non è lecito parlare di quella folla di vittime, molte delle quali (a cominciare dai preti) del tutto innocenti e spesso martirizzati sino alla crocifissione alle porte delle chiese. La mia famiglia faceva parte dei vinti, sui quali infierivano i novelli comunisti, dimentichi della loro recente camicia nera e ai quali un fazzoletto rosso al collo garantiva l’impunità. Dunque, anche per la mia piccola famiglia di tre persone occorse abbandonare tutto ciò che si aveva al di là del Po e ricominciare da capo a qualche centinaio di chilometri di distanza, almeno fino a quando gli animi si fossero placati.

Ho alle spalle, pertanto, tutta l’Italia del dopoguerra e, guardandomi indietro, ormai nell’ora dei bilanci, non ho da inveire bensì, in fondo, da ringraziare questo Paese sul quale impone di sputare un conformismo che, per una volta, unisce la maggioranza degli intellettuali e della cosiddetta “gente comune”. Tanto per cominciare: cinque anni di elementari, tre di medie, due di ginnasio, tre di liceo, quattro di università. Il tutto (esclusa la sola prima elementare) nelle scuole pubbliche e il tutto praticamente gratis, le tasse di iscrizione essendo solo simboliche. Vista la ristrettezza economica dei primi tempi, avrei potuto avere gratuitamente, dietro richiesta, anche i libri di testo, non so se a carico del Comune o dello Stato: ma i miei genitori erano troppo orgogliosi per fare una simile domanda. Gente individualista, che voleva fare da sé e che, dunque, avrebbe preferito la fame a una qualunque richiesta di aiuto pubblico. Sta di fatto che questo Paese diffamato ha dato a me – figlio di chi aveva ricominciato come piccolo impiegato, isolato, senza alcun ausilio di parenti, sospettato da chi si era scoperto antifascista solo a regime crollato – ha dato a me, dunque, le stesse possibilità di istruzione di un borghese benestante. Istruzione non approssimativa ma di qualità, ispirata al rigore torinese, in edifici dignitosi del centro cittadino, puliti, illuminati, riscaldati. La stessa esperienza, peraltro, vissuta poi anche da mio fratello.

AI di fuori delle aule, c’era una città di seicentomila abitanti che, nel giro di soli vent’anni, seppe accogliere e integrare quattrocentomila meridionali, senza tumulti di strada, senza favelas, senza mendicanti per le strade. Una vera epopea, sulla quale troppo si è taciuto, anche perché gestita con coraggiosa efficienza, senza invettive demagogiche, da quei sindaci democristiani che Torino ha sempre avuto sino al 1975. La leggenda rossa vuole che la capitale piemontese, la città di Gramsci, di Togliatti, di Longo, sia stata sempre una inespugnabile cittadella proletaria. In realtà, non solo fu fascista con ancora maggiore seriosità di altre zone (Norberto Bobbio, divenuto poi pontefice della religione dell’antifascismo subalpino, scrisse più volte al duce innanzitutto per protestare perché offeso da certe voci che lo volevano non del tutto allineato al regime, di cui si confermava adepto fervente), non solo, dunque, pure Torino fu fascista e anche le visite di Mussolini nelle grandi fabbriche furono un trionfo, spontaneo e non organizzato, ma, nel dopoguerra, la presunta “città rossa”, liquidato il sindaco comunista già nel 1947, per quasi trent’anni diede sempre il voto a giunte comunali a maggioranza democristiana, per giunta a lungo di centro destra perché sostenuta anche dai liberali. Plebisciti “bulgari” ottenne, un’elezione dopo l’altra – e fu dunque il maggior gestore del “miracolo” della integrazione di coloro che sbarcavano a Porta Nuovo con il Treno del Sole -, Amedeo Peyron, avvocato specializzato in diritto canonico, esponente di spicco del mondo cattolico, “sponsorizzato” dal clero a cominciare dall’arcivescovo, credente esplicito a tal punto da avere rinnovato ufficialmente e solennemente, a metà degli anni Cinquanta, la consacrazione della città alla Madonna Consolata. Ma, al di là del pur significativo caso torinese, la diffamazione degli ultimi decenni italiani nasce proprio dal fatto che la prodigiosa ricostruzione e l’altrettanto prodigioso boom economico furono gestiti da un partito di cattolici. Il quale fece poi la fine che sappiamo ma il cui declino, anche morale, non deve fare dimenticare quanto era stato fatto.

E che non fu poco sul piano della quantità ma anche, spesso, sul piano della qualità, con una politica che a lungo diede frutti concreti abbondanti.

Per tornare a me, vissuto in anni che, stando ai pamphlet che dicevamo, sarebbero stati sempre e comunque disastrosi: mio padre, grazie solo al suo impegno, dal livello minimo di partenza giunse alla pensione come “quadro” rispettato e ben retribuito. Lavorò sempre nella stessa azienda, senza timore di fallimenti né di licenziamenti, ricevendo puntualmente il salario ogni 27 del mese. Ha lavorato per 35 anni e per altri 30, sino alla morte, ha goduto di una pensione dignitosa ed anch’essa versata con esattezza. Alla pari di mia madre, negli anni penosi della vecchiaia, è stato assistito da una sanità pubblica, praticamente gratuita, che sarebbe ingiusto criticare.

Dalle camere di affitto dei primi tempi, nella città ancora in rovina, si giunse a un gradevole alloggio di proprietà, addirittura con un giardinetto: e, ciò, grazie a un “piano Fanfani” che prevedeva case a riscatto. L’affitto, cioè, era una rata per l’acquisto dell’appartamento. In quella casa giunsero, uno dopo l’altro, i segni di una vita anche materialmente migliore: dopo la radio, ecco il telefono, la televisione, il frigorifero, la lavatrice, il giradischi e tutto il resto. Dopo le stufe, i termosifoni; e, dopo la bicicletta, lo scooter, poi la Seicento e alla fine la confortevole berlina a quattro porte.

Quanto alla delinquenza, il mio bilancio è questo: il furto, ancora ragazzo, di una Vespa, più avanti quello di un’autoradio, i vetri dell’auto spaccati un paio di volte, una incursione (di zingari) nell’alloggio di Milano, due borseggi di mia moglie in treno e in una stazione ferroviaria. In tanti decenni, mi pare un bilancio del tutto sopportabile: una media, direi “svizzera”. Ogni volta, il contatto con polizia e carabinieri mi ha mostrato istituzioni solide e cortesi e mai ho temuto che un giorno potessero bussare all’alba alla mia porta per portarmi in qualche cella per “reati ideologici”. Così come non ho mai temuto che un governo decidesse di proclamare una guerra. Sempre, poi, ho potuto votare in elezioni libere e , da quanto ne so, senza brogli, almeno tali da deformare l’orientamento generale. Né in privato né in pubblico mai ho “moderato le parole”, senza temere rappresaglie pubbliche.

Quanto a truffe e raggiri, è bastato solo un po’ di attenzione per non subirne alcuna. Alcune volte ho richiesto, per dei danni, un rimborso all’assicurazione: è arrivato, secondo i patti stabiliti e in tempi accettabili. Già che siamo, più o meno, in campo economico, aggiungo che ho potuto apprezzare la solidità del sistema paradossalmente proprio quando la banca cui avevo affidato i risparmi ha svelato all’improvviso una voragine che, secondo le sole leggi del mercato, l’avrebbe portata al fallimento. In realtà, il piccolo gruzzolo mio e di tutti gli altri come me è stato salvato, senza alcun danno, da un sistema di garanzie a tutela del cittadino, per il quale nessuna banca, in Italia, può chiudere gli sportelli dichiarandosi insolvente, essendo previsto un fondo di salvataggio finanziato da tutti gli altri istituti di credito. Così, è cambiato solo il nome della banca sul libretto degli assegni e sulla carta di credito.

Naturalmente, ogni giorno, ho trovato, e trovo in vendita, in ogni angolo del Paese, tutto, ma proprio tutto, di ciò di cui ho bisogno (se la distribuzione delle merci funziona, e in modo così capillare, è perché esiste un sistema in infrastrutture di trasporto sufficiente) e ovunque ho sempre avuto, e ho, a disposizione ogni genere di servizi, per qualunque desiderio. In qualunque angolo, ho trovato strade, ferrovie, ospedali, elettricità, acqua corrente, gas per la cucina e per il bagno, linee telefoniche, copertura per i cellulari e per le trasmissioni dei canali televisivi pubblici, musei aperti e spesso accoglienti, oltre che ricchi di opere. Trovo persino (e ormai avviene, purtroppo, in pochi Paesi) chiese aperte dal mattino alla sera. Quanto alle famigerate poste: ne ho usato con grande abbondanza, con migliaia e migliaia di lettere scambiate con i lettori, almeno prima della posta elettronica. Il mio bilancio è che il servizio postale italiano è come quelle ferroviario: lento ma sicuro. In effetti, stando alle statistiche, i nostri treni non brillano certo per puntualità né, spesso, per pulizia, ma il numero degli incidenti con morti e feriti è tra i più bassi del mondo, grazie a buone misure di sicurezza. Così anche per le lettere: ritardi spesso anche gravi ma, prima o poi, recapito certo. Sembrerà strano ma, in tanti anni e con una corrispondenza tanto intensa, ho sperimentato lentezze ma non ho da lamentare alcun smarrimento. Tutto ciò che ho inviato o che mi è stato spedito – fosse lettera, giornale, pacco – prima o poi è arrivato a destinazione. Fosse arrivato prima, tanto meglio. Ma, insomma, anche qui un poco di realismo e di pazienza – virtù cristiane – mi è stato d’aiuto.

Una vita fortunata? Certamente, se guardo innanzitutto alla salute che sinora mi ha assistito e alla mancanza di drammi familiari. Una vita, però, che non è stata affatto privilegiata, visto che ha avuto per punto di partenza lo zaino e la valigia sul carro per equini e bovini diretto verso una Torino devastata dalle bombe più che qualunque altra città italiana, a causa della sua importanza industriale. Una vita, comunque, lungo tutti i sessant’anni trascorsi dalla Liberazione (quella completa, del 1948!) in un’Italia che – con tutte le insufficienze, magagne, errori che ho ben visto e vedo, mica mi si scambi per un ingenuo o un miope – non merita solo l’immutabile mantra della folla dei conformisti da «è tutto sbagliato, è tutto da rifare». La metafora è banale: ma non è ora di guardare qualche volta anche al bicchiere italiano “mezzo pieno”? È da esso che in tanti, non certo io solo, abbiamo bevuto, in modo almeno sufficiente, talvolta confortevole.

Tutto sommato: grazie, Italia.