TIMONE – Novembre 2009

Santo prete sul Titanic

L’orgoglio della modernità che voleva sfidare il Cielo, rendendo l’uomo onnipotente grazie alla scienza e alla tecnica, muore nella gelida notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912. In quelle ore affonda la più grande nave mai costruita e dichiarata con assoluta fiducia “inaffondabile”. Invece, bastò il viaggio inaugurale per inabissarsi nell’Oceano, portando con sé 1500 persone. Il nome stesso esprimeva la sfida: Titanic, come i Titani della mitologia che vollero far guerra agli Dèi e finirono invece vinti e inabissati negli inferi. I passeggeri erano ben 2.200. Tra essi, solo tre i sacerdoti cattolici: la nave, in effetti, faceva rotta tra le due maggiori potenze protestanti, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Erano un benedettino bavarese, un prete diocesano lituano e un sacerdote inglese. I primi due si inabissarono con la nave e non si hanno testimonianze su di loro. Ciò che è certo è che fecero l’estremo sacrificio richiesto a fedeli di Cristo, morendo per lasciar vivere altri. In effetti, come si sa, l’orgogliosa sicurezza nelle capacità della nave di sfidare ogni evento, aveva convinto i progettisti a dotarla di scialuppe di salvataggio con una capacità pari soltanto alla metà dei passeggeri. Ci fu chi strappò un passaggio con la violenza, alcuni – anche tra gli uomini di equipaggio – entrarono nelle poche imbarcazioni con in mano un revolver, uomini strapparono donne dai sedili, le scaraventarono nell’acqua e si sedettero al loro posto. Non fu così, ovviamente, per il monaco tedesco e il sacerdote lituano, annoverati tra le 1500 vittime.

Sappiamo molto, invece, delle ultime ore dell’inglese, Thomas Byles. Figlio di una agiata e nota famiglia imparentata con la nobiltà, laureato a Oxford, anglicano per nascita e formazione, con un lungo processo interiore giunse alla decisione, vicino ai quarant’anni, non solo di farsi cattolico ma – scandalizzando ancor più la sua famiglia – di farsi sacerdote secolare. Studioso e autore di libri non aveva esitato, per umiltà, a fare il parroco in un villaggio rurale dell’Inghilterra per i poverissimi contadini cattolici irlandesi emigrati. Nell’aprile del 1912, don Thomas accolse l’invito del fratello di celebrarne le nozze a New York, dove era divenuto un importante industriale.

Voleva viaggiare su un piroscafo più modesto ma la Compagnia lo dirottò sul Titanic anche perché si voleva che il viaggio inaugurale registrasse il tutto esaurito. Da amici facoltosi, si fece comprare un altare portatile e il necessario per la Messa in viaggio e, appena salito sulla enorme nave dai quattro fumaioli alti come campanili, ottenne dal capitano il permesso di attrezzare a cappella cattolica un angolo della terza classe, dove celebrò tutti i giorni. I suoi fedeli erano soprattutto i passeggeri della terza classe, povera gente che andava a cercare fortuna in America.

Il 13 aprile era Pasqua, il giorno dopo, Lunedì dell’Angelo celebrò quella che sarebbe stata la sua ultima messa. Una signora che vi partecipò e che riuscì a salvarsi ricordò bene come, nell’omelia, parlasse del «naufragio spirituale che tutti ci minaccia» e della necessità, dunque, di «aderire alla fede come a un salvagente». Parole, purtroppo, profetiche. In quella stessa notte, avvenne ciò che ingegneri e capitani di lungo corso non avevano previsto, perché lo giudicavano impossibile: la parte sommersa di un iceberg agì come un enorme apriscatole, tranciando il Titanic sotto la linea di galleggiamento. A nulla servirono i decantati compartimenti stagni e gli acciai più avanzati. Sono molte le testimonianze, raccolte tra i superstiti, sulle ultime ore del sacerdote: resosi conto della tragicità della situazione, don Thomas Byles si impose, da inglese di gran classe oltre che sacerdote, la massima calma e si diede da fare con l’equipaggio perché l’imbarco nelle poche scialuppe avvenisse con ordine e rispettando il precetto, consueto in mare, del «prima le donne e i bambini» e poi i più giovani tra gli uomini. Marinai, autorità e infine il vicecomandante stesso lo invitarono pressantemente a salire eglistesso su una barca, ma ebbero come sola risposta un sorriso un po’ ironico.

Coloro che ormai sapevano che per essi non ci sarebbe stato posto né, dunque, scampo si affollarono attorno a lui. Anche qui con calma, ordinò che si mettessero in fila e che passassero uno ad uno: poche parole, una brevissima giaculatoria e poi l’assoluzione in articulo mortis.

Avvicinandosi la fine, con il Titanic ormai sbandato su un fianco, impartì l’assoluzione collettiva a quelli che non avevano avuto il tempo di passare davanti a lui e chiese alla folla attorno di inginocchiarsi: in piedi in mezzo ai morituri, incominciò e riuscì a portare a termine il Rosario.

Molti lo videro in questi ultimi istanti, alla primissime luci dell’alba, dalle barche tutt’attorno alla nave, e testimoniarono che sino agli ultimi istanti risuonò il canto del Salve Regina da lui guidato e soffocato poi dalle urla di chi stava affogando quando la nave si impennò verso il cielo e cominciò a sprofondare.

L’anno dopo, andò a Roma e fu ricevuta dal papa, il santo Pio X, la coppia di New York che padre Thomas non aveva potuto sposare. Il pontefice, cui erano giunte solo notizie vaghe, si fece raccontare la vicenda e alla fine, commosso, disse che quel sacerdote era «un autentico martire della fede, per il rifiuto di salvarsi – salvando così altri – e un coraggioso testimone del Cristo». Tra i cattolici inglesi, in effetti, è ancora ricordato e venerato. Mi è sembrato giusto che anche da noi si sapesse qualcosa di lui: di libri, film, articoli sul più celebre naufragio della storia ve ne sono fin troppi. Ma nessuno, da quel che so, mette in rilievo la nobiltà di questa bella figura di convertito.

 

 

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Times

A proposito di Inghilterra: il Times di Londra non è più, e da molto, quello che ricordo da ragazzo, quando ogni tanto lo compravo e lo sfogliavo con soggezione per impratichirmi un po’ nella lingua. Era ancora il quotidiano di tipica eccentricità british, l’unico al mondo la cui prima pagina era occupata non dalle notizie più importanti ma dagli annunci economici, mentre nelle pagine immediatamente successive c’erano i necrologi: spesso di colonnelli e generali che avevano servito sotto l’Union Jack in ogni angolo del mondo. In caso di maltempo, era d’obbligo il celebre titolo: «Tempesta sulla Manica. L’Europa isolata».

Malgrado le cose siano radicalmente cambiate, il vecchio Times conserva alcune delle sue qualità tra cui – almeno talvolta – l’indipendenza di giudizio. Per esempio: leggevo di recente la rubrica di un famoso columnist che, malgrado la Gran Bretagna sia alleata fedele se non addirittura un po’ servile degli americani nella sciagurata guerra in Iraq, osservava qualcosa di imbarazzante. Scriveva, cioè: «Se un terrorista islamico uccide se stesso e 50 persone facendosi esplodere è soltanto un fanatico criminale. Ma se un aereo nostro o americano, negli stessi luoghi, fa 500 morti civili bombardando villaggi, il pilota che ha scagliato i missili è un eroe e non solo torna a casa sano e salvo (non ci sono pericoli per lui, gli “altri” non hanno né aerei né contraerea) ma è anche decorato e avanzato di grado».

 

 

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Stalin

L’osservazione del Times mi fa venire in mente una frase di Stalin cui, cautamente, qualche generale faceva notare la follia della strategia, voluta da lui stesso, cioè colui che i comunisti di tutto il mondo veneravano (e avrebbero venerato sino a Kruscev) come «il Grande Padre dei popoli». Stalin, cioè, ordinava di mandare divisioni armate solo di fucili contro le colonne corazzate tedesche. All’inevitabile massacro, molti cercavano di sottrarsi con la fuga, ma erano falciati dalle milizie del Partito che, nelle retrovie, sorvegliavano le truppe, formate da poveri contadini. Pare che siano morti più russi per mano di altri russi che per mano dei tedeschi. Comunque, alle prudenti, timorose osservazioni del suo Stato Maggiore, il Grande Capo rispose con la frase divenuta famosa: «Un morto è un dramma. Un milione di morti è pura statistica». Niente di nuovo o di scandaloso, nella prospettiva ideologica moderna, per la quale gli uomini non sono che irrilevanti pedine dello schema politico che deve imporsi, costi quel che costi. La persona nulla conta, nella prospettiva dell’“interesse collettivo”.

 

 

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Nenni partigiano?

Sfoglio il numero della Civiltà Cattolica datato 17 giugno 1944. I tedeschi se ne erano andati e gli americani erano entrati in Roma poco più di 10 giorni prima, ma il settimanale dei gesuiti non perdeva un colpo e continuava a uscire, con lo stesso numero di pagine, seppur di pessima carta, come già faceva da 95 anni. Vedo le pagine di “Cronaca contemporanea”, famose per la loro precisione ed oggettività, al di sopra delle parti in lotta. Sotto il titoletto Gli alleati in Roma  leggo: «La domenica 4 giugno, in Roma, si ha la sensazione dell’imminente abbandono della città da parte dei germanici (…) A sera, mentre le ultime retroguardie lasciano l’Urbe, le prime scolte alleate ne raggiungono i sobborghi, mentre da cantine e rifugi escono i giovani e gli uomini che non avevano voluto aggregarsi ai repubblicani o lavorare per i tedeschi. Il cambiamento di comando avviene senza che la città sia fatta campo di battaglia». Tutta qui, dunque, senza neanche un solo sparo, l’eroica Resistenza che, stando a quello che ci raccontano, con la sua insurrezione avrebbe contribuito a liberare la Città Eterna dall’oppressione nazi-fascista?

I gesuiti, tra l’altro, sono magnanimi ed evitano di dire che «i rifugi» da cui uscirono i “ribelli”, ma a cose già fatte, erano in gran maggioranza case religiose o edifici vaticani extra-territoriali. Tra gli imboscati fra i preti, c’era tutta quella che diventerà la gerarchia comunista e socialista del dopoguerra. Pietro Nenni, tra gli altri, era nascosto al Laterano, generosamente occultato e accudito da quei sacerdoti. È quello stesso Nenni che, soltanto 6 o 7 anni prima, era uno dei capi dei miliziani rossi che avevano occupato l’Aragona, procedendo subito all’incendio delle chiese e alla mattanza non solo dei sacerdoti ma anche dei cattolici notori. Nel suo diario di Spagna, il Nenni racconta della sua delusione cocente: comunisti, socialisti, anarchici erano stati fermati a poca distanza da Saragozza, dalle loro trincee potevano vedere in lontananza la grandi cupole e gli alti campanili del santuario della Vergine del Pilar. Ebbene, il futuro leader dei socialisti italiani dice del suo dolore: bloccato, lì, a pochi passi dall’obiettivo agognato, il santuario nazionale spagnolo, prima da saccheggiare ferocemente e poi da incendiare in modo irreparabile, così da non lasciare che le fondamenta annerite. Ma per fortuna, almeno a Roma, erano sopravvissuti quei preti che voleva sterminare: altrimenti, dove si sarebbe nascosto, sino all’arrivo degli americani e resistendo ai tedeschi con la fantasia, il glorioso comandante delle Brigate Internazionali in terra spagnola?

 

 

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Stat crux

C’è un’altra cosa che mi colpisce in questa Civiltà Cattolica dell’inizio dell’estate del 1944. Sempre nella Cronaca Contemporanea, leggo nella sezione “Santa Sede”: «Quattro giugno.

Il Santo Padre ordina la lettura e la promulgazione di due decreti della Congregazione dei Riti. Col primo si dichiara potersi procedere alla canonizzazione del beato Nicola da Flue, eremita elvetico; col secondo, si approva l’eroicità delle virtù esercitate dal ven. Placido Riccardi, benedettino della Congregazione Cassinese».

Quel 4 giugno, lo dicevamo sopra, è il giorno del ritiro dei tedeschi e dell’ingresso degli alleati a Roma. Eventi epocali, grandi fatti storici per il “mondo”.

Eppure, in quella stessa città, la Chiesa prosegue come sempre la sua vita, decretando le virtù di antichi eremiti e monaci. Quella Chiesa stessa era impegnata massicciamente a limitare le conseguenze della guerra, nascondendo i ricercati e nutrendo i profughi con organizzazioni create per l’occasione. Nessun disimpegno dalla storia, dunque, ma al contempo la tranquilla consapevolezza che il mondo impazza ma non può alterare la pace dei credenti nel Cristo, come espresso dal celebre, bel motto certosino: Stat crux, dum volvitur orbis

 

 

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Poeta?

Tutto mi sarei immaginato. Tutto, tranne che di andare d’accordo almeno in qualcosa con Palmiro Togliatti. Ma come dare torto al Migliore, come lo chiamavano i fedeli militanti del Partito, scoprendo una sua risposta del 1947 ad Elio Vittorini, il sopravvalutato intellettuale comunista, su Rinascita, il settimanale ideologico del PCI?

Vittorini aveva inviato, umile e fiducioso, una sua raccolta di poesie al Palmiro.

Il quale replicò con una lettera aperta che così comincia: «Caro Vittorini, i tuoi versi saranno bellissimi.

Soltanto, non capisco perché tu vada a capo proprio dopo quella determinata parola e non dopo un’altra qualsiasi di quelle che allinei in ciò che chiami “versi”. Se non ci fosse questo inconveniente del cervellotico andare a capo, la tua mi parrebbe una passabile prosa».

La domanda di Togliatti è la stessa che avrei voglia di rivolgere ai tanti, troppi che inviano anche a me (comea molti altri) i loro libriccini, stampati a proprie spese, dove – per l’appunto – ci si chiede se proprio questa sia la “poesia moderna”. Soltanto un frequente, “cervellotico” andare a capo?

Mi viene in mente Giovanni Arpino, il mio amico scrittore troppo presto scomparso, che proponeva una legge che imponesse l’uso della rima o, almeno, di qualche disciplina metrica a chi volesse autodefinirsi “poeta”.

 

 

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Marx

Si parlava di Stalin e di Togliatti. Terribili le parole che Engels, che di Marx era intimo, dava di quel barbuto ebreo “fondatore della Ditta ideologica” chiamata “comunismo”: «Le uniche notizie che Karl attendeva, e che accoglieva con gioia, erano quelle che confermavano la sua teoria. Dunque, depressioni economiche, crisi industriali, carestie, epidemie, scioperi, attentati, sommosse. Solo questi segni di sfacelo sociale lo soddisfacevano».

 

 

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Progressisti reazionari

Dicono che il comunismo è morto, in realtà la deleteria deformazione del pensiero che ha causato continua, spesso inconsciamente, in buona parte di noi. Non pochi preti, pur di buona volontà, compresi. Un esempio che può apparire anomalo: il progetto del ponte stradale e ferroviario sullo stretto di Messina. Sostengono gli oppositori: con tutto quel che c’è da fare al Sud, è criminale pensare a una spesa che non è prioritaria! Ma lo sapete quante altre cose si potrebbero fare con quella montagna di denaro?

Sembrano osservazioni di buon senso ma, in realtà, c’è qui la mentalità con cui il marxismo ha inquinato il mondo: la società è congelata, da una parte i proletari, dall’altra i capitalisti che si fronteggiano, senza che sia possibile una conciliazione o un passaggio da una classe all’altra. Restano ferme anche le dimensioni della torta della ricchezza, che è divisa in modo del tutto ingiusto. Bisogna far sì, con la rivoluzione, che di quella torta economica si taglino fette più grosse per i lavoratori. È la prospettiva di coloro che si chiamano “progressisti” ma che, in realtà, sono i veri reazionari considerando immobile lo sviluppo. Dunque, no al ponte sullo stretto, come ad ogni altra opera del genere, perché i soldi disponibili sono quelli, e quelli soltanto e vanno distribuiti meglio. In realtà, il problema non è quello di dividere la torta, quanto quello di lavorare per aumentarne le dimensioni. Così, le fette saranno più abbondanti, per tutti. È l’aumento della ricchezza che conta, non il pensare che quella ricchezza abbia una certa dimensione non modificabile dall’impegno, il lavoro, l’inventiva. Dal vero progresso, insomma.

 

 

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La bugia non paga

Non è moralismo, è l’esperienza della storia che lo insegna: la menzogna non solo non paga, ma finisce col ritorcersi contro chi l’ha propalata. Vedo un capitolo di un libro recente dedicato alla terribile disfatta subita dai francesi, nel 1940, quando poche divisioni corazzate tedesche ebbero ragione, in poche settimane, di quello che era considerato il più potente esercito europeo. Il disastro militare fu dovuto anche alla paralisi dei trasporti: la popolazione dell’est della Francia si gettò sulle strade, con tutti i mezzi, per fuggire davanti all’avanzata germanica. In questo modo, i rinforzi francesi, con i loro grossi automezzi e blindati, non poterono avanzare in quel caos e i nazisti dilagarono senza quasi oppositori, giungendo in poco tempo a Parigi. Il panico dei civili e la conseguente fuga in massa furono il frutto ritardato della propaganda francese nella prima guerra mondiale, quando l’esercito tedesco fu presentato, con una campagna incessante, come un’orda di barbari che, tra l’altro, tagliavano le mani ai bambini. Dove giungevano le truppe del Kaiser, non c’era scampo per nessuno. La campagna, pur menzognera, ebbe successo e fu la rovina francese vent’anni dopo, quando tutti si misero in fuga per il terrore che suscitavano i cosiddetti “barbari di Attila” che mutilavano anche gli infanti, eviravano gli uomini, stupravano tutte le donne.