TIMONE – Novembre 2008

Genoveffa da Lourdes

Dopo la pausa del mese scorso, ritorniamo alla riflessione su Lourdes, continuando ad interrogarci su quel fatidico 11 febbraio. A conferma della inesauribilità del mistero che aleggia attorno alla Grotta, già molte cose abbiamo detto sui possibili significati di quella data, ma resta da aggiungere una osservazione importante, forse tra tutte la più importante. Henri Lasserre, il primo e il più letto tra gli storici di quegli eventi, lo aveva già notato, ma le sue parole sembrano essere passate inosservate, non utilizzate per riflessioni adeguate, da parte dei molti, moltissimi che hanno scritto su Lourdes. Vediamo dunque di rimediare, per quanto possibile, alla lacuna. Scriveva dunque Lasserre, in quel suo libro che fu tra i maggiori best seller dell’Ottocento: «L’11 febbraio apriva nel 1858 la settimana dei divertimenti profani che precedono le austerità della Quaresima. Quel giorno, secondo i privilegi particolari dei suoi Uffici propri, la diocesi di Tarbes celebrava la memoria e la festa dell’illustre pastorella di Francia, sainte Geneviève, santa Genoveffa». A conferma della sua affermazione, lo scrittore cita in nota l’Ordo della diocesi pirenaica per quell’anno: aveva dunque consultato i libri liturgici della diocesi, con i suoi usi, i suoi privilegi, le sue differenze rispetto al calendario della Chiesa universale, che fissava la festa di santa Genoveffa al 3 gennaio. Lasserre, pur molto attento alle date e al loro possibile significato “nascosto”, non fa altre considerazioni su quella coincidenza.

Il solo autore che vi ritorni su è, a quanto ci risulta, Joris-Karl Huysmans, lo scrittore maudit, l’ateo, il bestemmiatore che si fece cattolico tradizionalista e mistico e volle morire in un monastero benedettino, dove si era ritirato nei suoi ultimi anni. Nel suo celebre Les foules de Lourdes, Huysmans scrive a proposito dell’inizio delle apparizioni: «Quel giorno, si celebrava in quella diocesi la festa della patrona delle pastorelle. Dunque, a Lourdes si era detta in quel mattino la messa e si era recitato l’ufficio di santa Genoveffa, patrona di Parigi. Non è significativa la scelta di questa festività?

A parte il fatto che implica un ricordo affettuoso per la capitale, conferma ancora una volta la predilezione del Cristo e di sua Madre per gli esseri restati più vicino alla terra, per le genti della campagna che han- . no conservato, lontano dalle città, la professione biblica dei patriarchi, per i pastori dei quali Bernadette faceva parte”. Continua lo scrittore: «Si può anche notare che i due personaggi del XIX secolo più celebrati per la loro santità, il Curato d’Ars e don Bosco, hanno anch’essi custodito le greggi, nella loro infanzia».

Sono osservazioni interessanti ma, ci sembra, insufficienti. Geneviève (nata a Nanterre, vicino a Parigi, nel 420 e morta ottuagenaria dopo il 500, avendo dunque vissuto i decenni tragici della caduta dell’impero romano) è stata sì anche tra le pastorelle e ne è divenuta patrona – dunque, lo fu pure di Bernadette – ma questo fu solo un episodio della sua infanzia, essendo figlia di una ricca famiglia e avendo dunque custodito, solo per qualche tempo, uno dei numerosi greggi del padre. In ogni caso, altre caratteristiche la avvicinano a Bernadette, che, nella Grotta, sentì dalla Signora un messaggio che può riassumersi in una esortazione: «preghiera e penitenza». Sono esattamente le stesse parole ripetute spesso da Genoveffa ai parigini per affrontare quei tempi calamitosi, riuscendo così a stornare persino una minacciata incursione di Attila e dei suoi Unni.

Se vogliamo continuare con le similitudini, il 25 febbraio Bernadette portò alla luce, su indicazione della Vergine, la fonte che fu il primo segno visibile per tutti e la cui acqua, come primo prodigio, ridonò la vista a un cieco. Il primo miracolo di Genoveffa fu di bagnare con l’acqua gli occhi della madre, divenuta cieca, guarendola all’istante. Ancora: l’iconografia ha sempre rappresentato la santa antica con un cero in mano, scena che ricorda l’altro cero, portato sotto la grotta da Bernadette. Quest’ultima, poi, rivelò il desiderio della Signora che «i preti» costruissero «una cappella»; Genoveffa insistette presso il clero perché si costruisse una chiesa per venerarvi il primo vescovo di Parigi, san Dionigi.

Ci sono, insomma, molti punti di contatto tra la vicenda della patrona di Parigi e quella della veggente di Lourdes, entrambe femmine ed entrambe chiamate alla verginità. Genoveffa, tra l’altro, non è una donna di Dio come tante: in lei gli agiografi vedono una figura di grande importanza, anche perché è il primo esempio di una santità femminile non raggiunta attraverso il martirio e neanche attraverso il monachesimo, ma grazie a una unione di contemplazione e di azione, di ascetismo e di impegno per i problemi sociali e anche politici dell’epoca. Ben diversa, in questo, da Bernadette ma entrambe “donne forti”, come le definisce la Bibbia: è ben noto quale forza di carattere e quale ostinazione (quando era necessario) sapesse mostrare la piccola Soubirous, sotto le apparenze di piccolezza, di fragilità, di debolezza fisica.

Le apparizioni di Lourdes furono un grande dono per il mondo intero, ma lo furono innanzitutto per la Francia, più che mai bisognosa di un messaggio di conversione, in quanto all’avanguardia della modernità e, dunque, anche delle nuove ideologie come lo scientismo, il positivismo, l’agnosticismo, l’ateismo stesso. Ebbene, proprio Genoveffa, quell’11 febbraio, rappresentava il Paese, perché patrona di una capitale come Parigi in cui tutta la Nazione è riassunta, tanto da essere spesso considerata la patrona francese tout court: è significativo, tra l’altro, che sia protettrice anche della Gendarmeria, il Corpo armato che è tra i simboli dello Stato. Ma non solo per questo rappresentava la Francia, in quell’inizio delle apparizioni: Genoveffa è tra le protagoniste della conversione al cattolicesimo di Clodoveo, il re franco che è all’origine della dinastia dei Merovingi, la prima casata che dominasse un territorio che fosse possibile chiamare “Francia”. Quella conversione fu ottenuta anche grazie all’amicizia di Genoveffa con Clotilde, la santa moglie del re, e le figlie di lui, alcune delle quali avviate da lei stessa alla scelta della verginità consacrata.

Ma è possibile che la scelta “celeste” di un 11 febbraio in una diocesi che in quel giorno celebrava, forse unica in Francia, la patrona di Parigi, contenga anche un discreto ma preciso messaggio ecumenico. In effetti, pochi sanno – almeno in Italia – che Genoveffa costituisce un forte legame tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse greco-slave. Queste considerano Genoveffa come una loro santa a pieno titolo. Innanzitutto perché, secondo una tradizione veneranda anche se storicamente inattendibile, identificano il Dionigi evangelizzatore delle Gallie e primo vescovo di Parigi con Dionigi l’Areopagita, veneratissimo in Oriente. La venerazione per san Dionigi contrassegnò anche Genoveffa che, come vedemmo, si batté perché sulla sua tomba venisse costruita una basilica. Inoltre: o per una visione carismatica o perché pellegrini delle Gallie gliene portarono notizia, Simeone lo Stilita, altro santo che le Chiese ortodosse onorano in modo particolare, elogiò più volta la virtù e la purezza della fede di Genoveffa. Sta di fatto che non è per caso che la parrocchia ortodossa di Parigi è dedicata a Santa Genoveffa e che ella appare in molte icone greche e russe, in compagnia di santi e sante dell’Oriente, a testimoniare il primo millennio, quando la Chiesa era indivisa. I molti russi esuli in Francia dopo l’avvento di Lenin al potere decisero di costruirsi un cimitero e per questo scelsero intenzionalmente un terreno in un comune non lontano da Parigi, chiamato Sainte-Geneviève-des-Bois per la presenza di un santuario a lei dedicato.

Parlando di Fatima, abbiamo spesso ricordato che non sembra essere casuale la scelta di quel luogo remoto, il solo in Occidente che porti il nome della figlia prediletta di Maometto, colei che nell’islam svolge un ruolo “mariano”. Tanto che nel mondo musulmano si considera Fatima come un santuario in qualche modo “in comune” con i cristiani. In ogni caso, è un legame tra le due confessioni, per mezzo di Colei che profetizzò che «tutte le genti» l’avrebbero «detta beata». A Lourdes, al posto di Fatima, ecco Genoveffa: un altro legame, questa volta non con i “cugini” islamici ma con quei fratelli ortodossi che gareggiano con i cattolici nel fervore della devozione mariana. Sorprende che questo “segnale ecumenico” non sia stato intuito e approfondito nella pur vastissima bibliografia lourdiana. Forse, proprio ora è venuto il momento di metterlo in rilievo e di valorizzarlo.

Ma sorprende anche che non sia stato osservato che la ricorrenza della festa della antica santa nella Lourdes di quel febbraio ha un richiamo diretto pure con la vicenda del Pantheon parigino, cioè con il tempio che i rivoluzionari prima e poi i borghesi massoni, anticlericali, laicisti della Terza Repubblica vollero come contro-Chiesa, come santuario in onore non del Dio fattosi uomo ma dell’uomo fattosi Dio. E per quella costruzione scelsero il grande edificio che la monarchia e il popolo francese avevano innalzato proprio a Santa Genoveffa!

È una storia significativa e fonte di molte possibili riflessioni. La santa era stata sepolta solennemente in una chiesa eretta per lei, su una collina della riva sinistra della Senna che prese il nome, appunto, di Montagne Sainte Geneviève. Accanto alla chiesa, sorse anche un monastero e il quartiere divenne il luogo intellettuale di Parigi, con l’università della Sorbona e altri istituti via via aggiuntisi: insomma, il celebre Quartier Latin. Nel 1744 il re Luigi XV, gravemente malato, fa voto di costruire una nuova, sontuosa basilica a Santa Genoveffa in cambio della guarigione. Questa arriva e, seppure con ritardo e in mezzo a grandi difficoltà tecniche, la grande chiesa – la maggiore della moderna Parigi, tanto imponente e costosa da suscitare polemiche – è terminata e consacrata proprio nell’anno fatale, il 1789, inizio della Rivoluzione.

Come si diceva, la munificenza reale non ha badato a spese, costruendo tra l’altro, sull’esempio di San Pietro a Roma, la più grande cupola di Parigi, che svetta ad oltre 80 metri. Nel 1791 l’assemblea rivoluzionaria, che l’anno prima ha soppresso tutti gli ordini religiosi, decide di impadronirsi del nuovissimo santuario dedicato alla patrona di Parigi e di trasformarlo nel santuario delle glorie della nuova civiltà. I campanili vengono abbattuti, i simboli religiosi scalpellati, sul frontone appare la grande scritta in cui la Patria si dice «riconoscente ai grandi uomini» e l’edificio è ribattezzato Pantheon, come quello di Roma, per significare che è dedicato alle nuove divinità: i diritti dell’uomo, la scienza, la filosofia, l’arte. Vi sono trasferiti, tra l’altro, i resti di Voltaire e di Rousseau. Ma prima che le loro ceneri arrivino, c’è un incidente assai imbarazzante, che la dice lunga sui nuovi santi laici e sul loro culto. L’espropriazione della grande chiesa era stata decisa nel 1791 , lo dicevamo, sotto l’emozione della morte di Mirabeau, un avventuriero fattosi politicante, divenuto presidente dell’assemblea legislativa rivoluzionaria e abbastanza demagogo da diventare idolo del popolo. Proprio per lui fu inaugurato il Pantheon e le sue esequie divennero una liturgia solennissima e blasfema sullo stile di quella, nella cattedrale di Notre Dame sconsacrata, in onore della Dea Ragione. Ma, ahinoi, qualche tempo dopo si scoprì che Mirabeau, in realtà, non era affatto un eroe purissimo ma era un traditore di quel popolo che lo adorava, faceva il doppio gioco con gli aristocratici e il re stesso. Grande imbarazzo, ma alla fine la decisione inevitabile: un usciere entrò nel Pantheon e, davanti alla tomba del “grand’uomo”, lesse un decreto di espulsione. La bara fu trascinata nottetempo sino alla fossa comune dove giacevano i condannati a morte. Ma le figuracce non erano finite: avvenne lo stesso con Marat, inumato anch’egli con grandissimo fasto e poi, pochi mesi dopo, strappato da quel luogo di gloria laica e gettato nel deposito dei rifiuti quando si scoprirono certi retroscena. Non era finita: fu necessaria un’altra espulsione per un ulteriore “eroe” di cui si scoperse il tradimento, Le Pelletier de Saint Fargeau. Insomma, cominciò davvero male, tra infortuni grotteschi, la storia del luogo dove la Patria incoronava la Gloria e indicava la Virtù Civica.

Per tornare a quel 1791 della sconsacrazione: naturalmente, è tolta dall’altar maggiore la grande cassa, decorata con pietre preziose di grandissimo valore e le reliquie della santa che contiene sono bruciate in pieno Terrore, il 3 dicembre 1793, per mano del boia, su una grande pira costituita da arredi depredati nelle chiese e da libri antichi e preziosi strappati alle biblioteche monastiche. Prima di dare fuoco, un giudice dà lettura della sentenza: Genoveffa è bruciata «per espiare il crimine di avere propagato l’errore e per avere mantenuto tanti fannulloni come frati e monaci».

Finito il rogo, per evitare “superstizioni”, tutte le ceneri sono gettate nella Senna. È una delle cerimonie culminanti della “scristianizzazione” voluta dalla Rivoluzione, uno degli atti più impressionanti del nuovo fanatismo anticlericale che ha sostituito quello clericale. Sono cose che non vanno dimenticate, riflettendo sui motivi dell’apparizione di Maria proprio nel giorno dedicato a quella santa. Aggiungiamo, tra l’altro, che nel maggio di quello stesso 1858 i nostalgici del Terrore giacobino ricordarono il centenario della nascita di Robespierre. Con la Restaurazione, alla caduta di Napoleone, il Pantheon è chiuso e la chiesa è riadattata al culto, ma con Luigi Filippo ritorna tempio laico, poi è di nuovo luogo cristiano con Napoleone 111, ma nel 1885 la Terza Repubblica, braccio politico della massoneria francese, duramente anticlericale, lo restituisce alle “glorie della Patria”, riaprendolo per accogliere le spoglie di Victor Hugo. Alla fine, dunque, ha prevalso la “rivoluzione”, anche s’ santa Genoveffa si è presa una so di rivalsa, visto che a metà dell’Ottocento cupola e pareti erano state decorate con un ciclo di immensi, assai pregevoli affreschi con episodi della vita della santa e che neanche i massoni hanno osato cancellare. Così, i grandi “mangia-preti” (e tra essi Emile Zola che, come sappiamo, scrisse su Lourdes un libro che voleva essere devastante) hanno i loro sepolcri sovrastati dalle immagini che illustrano ed esaltano la vita della patrona di Parigi.

Ma c’è di più. Ad ogni momento drammatico della Francia, la cassa di Santa Genoveffa era stata portata in solenne processione per le strade della capitale, seguita da tutto il popolo salmodiante. Gli storici hanno contato più di 90 di quelle processioni, naturalmente soppresse con la Rivoluzione. Ebbene: nel 1914 e nel 1940, i governi anticlericali, gli eredi diretti di coloro che avevano bruciato i resti della santa e ne avevano sconsacrato la chiesa, organizzarono e assistettero a una “Messa di Stato” celebrata in Notre Dame, dove erano stati trasportati i pochi frammenti del corpo di Genoveffa che era stato possibile recuperare e che erano stati esposti al culto dei fedeli nella chiesa di Saint Etienne du Mont, dove si trovano tuttora. Quei politici agnostici se non atei, in preda alla disperazione, riscoprirono la tradizione di cui si erano fatti beffe e vi si aggrapparono, chiedendo un miracolo, visto che i tedeschi si avvicinavano a Parigi. La prima volta, nel 1914, sembrò che fossero ascoltati. Non così nel 1940, quando i Panzer di Hitler spazzarono via, con la violenza, tutta la casta politica della Terza Repubblica.

Di certo non si poteva sospettare nulla di tutto questo, quel mattino di un giovedì in cui monsignor Peyramale, il parroco di Lourdes, e i suoi vicari celebravano la messa di Sainte Geneviéve agli altari della chiesa di San Pietro, qualche ora prima che Bernadette e altre due ragazzine si mettessero in moto per cercare un po’ di legna!