TIMONE – Marzo 2008

Lourdes

 

Scrivo queste righe all’inizio di febbraio, dunque proprio nei giorni giubilari per Lourdes: 150 anni da quell’11 febbraio 1858 in cui, mentre dal campanile della parrocchia venivano i rintocchi dell’Angelus, un gran colpo di vento annunciò l’inizio di Tutto.

Tra le infinite cose, grandi e piccole, scovate da René Laurentin per quell’immenso lavoro storico sulle apparizioni di cui ogni credente deve essergli grato, c’è anche una testimonianza che mi ha sempre colpito. È quella di un religioso, un Fratello delle Scuole cristiane, che proprio in quei momenti passava, a piedi, sulla strada che domina il Gave de Pau, dall’altra parte della grotta. Lasciò poi una dichiarazione in cui disse di avere visto, fra le fredde brume di quella mattina, le tre ragazzine – due figlie dei Soubirous e la loro amica, quella piccola testarda, un po’ sfacciata, detta Baloum – che se ne andavano lungo le sponde del torrente, nella prateria deserta, portando ciascuna un cesto di vimini per mettervi la legna e le ossa che andavano a raccogliere. Il Fratello guardò la banalissima scena, ovviamente senza prestarvi alcuna attenzione. Tra l’altro, disse, doveva affrettarsi per raggiungere la sua scuola, nel centro di Lourdes, perchè rischiava di arrivare in ritardo sull’orario del pranzo.

E anche in questa testimonianza che mi pare di scorgere lo stile del Deus absconditus, che dà ai Suoi interventi inizi modestissimi, che fonda il Mistero su basi che hanno l’apparenza della più scontata quotidianità.

Non fu così, del resto, anche a Betlemme, dove il passaggio sulla strada di due viandanti – un uomo a piedi e una donna incinta su un asino, con accanto i fagotti per il viaggio – non meritò che un’occhiata distratta dei passanti? Così, scorgendo in lontananza, mentre andava di fretta, le figurette delle tre piccole, come poteva quel figlio di san Giovanni Battista de La Salle immaginare che proprio lì, in quel momento, stava per scoccare la scintilla che avrebbe condotto su quei prati una folla che oggi, un secolo e mezzo dopo, si valuta superiore al mezzo miliardo? Come pensare che la Regina stessa del Cielo avrebbe detto: «Va a dire ai preti che costruiscano qui una cappella, voglio che qui si venga in processione?», provocando la costruzione di un’intera città della fede?

Se parlo della Grotta è anche per una confidenza e al contempo un avviso ai lettori. Da molti anni, certamente più di venti, mi interrogo su quegli eventi, leggendo illeggibile, riflettendo su ogni particolare, inseguendo piste e tracce, recandomi direttamente sui luoghi. Tra l’altro, un’estate, Rosanna ed io risolvemmo, e con gran piacere, il problema del giovane direttore della rivista internazionale del santuario. Quel collega, che è anche un caro amico, voleva portare la moglie e i molti figli in vacanza al mare, ma le molte spese lo mettevano in difficoltà. Una provvidenza, per noi: gli affittammo la villetta sulle colline dove viveva con la sua affollata tribù di bambini e per un mese, tutte le mattine, scendevamo al domaine, dove le ore passavano tra devozioni, osservazione della folla cosmopolita, passeggiate nei grandi spazi verdi e (per me) soggiorni nella ricca biblioteca specializzata nella Casa dei cappellani.

Una volta, mentre cenavamo sulla terrazza, ritornati dopo una giornata trascorsa come al solito attorno alla Grotta, vedemmo arrivare nel giardino una utilitaria e scenderne un signore in polo, calzoni di tela e un cordone di cuoio al collo da cui pendeva una croce non ricordo se di legno o di metallo.

L’inatteso visitatore con look molto francese era il vescovo che, scoperta la mia confidenza con la storia delle apparizioni e del pellegrinaggio e la mia attrazione per quegli eventi, veniva a chiedermi di trasferirmi a Lourdes per dirigervi le bureau de presse, l’ufficio stampa dei santuari. Una proposta che presi sul serio, anche se – per varie cause – non potei concretizzarla. E mi rimane ancora il rammarico che, nella vita, non si possa fare tutto ciò che si desidera.

AI vescovo, comunque, confidai la mia intenzione: per il giubileo del 2008 desideravo riordinare, completare, pubblicare almeno parte del materiale che in tanti anni avevo accumulato su Lourdes. Gli confermai che ero ben consapevole che su questo tema si era scritto molto, forse troppo, visto che molte cose sono ripetitive, si copiano l’un l’altra, finiscono nello sdolcinato, nel sentimentale o, ancor peggio, nell’imprecisione. Magari – cosa che proprio non sopporto: ciascuno ha i suoi tic – hanno anche il cattivo gusto di chiamare la veggente non con il suo bel nome di Bernadette ma, italianizzandolo malamente, con un ridicolo “Bernardetta”, facendo spesso solo una sdolcinata pastorella di questa bambina e poi donna dal carattere fiero, solido, di una caparbietà montanara, coraggioso e indomabile pur nella mitezza. Molti, dunque, probabilmente troppi libri, anche se non mancano, ovviamente, quelli assai validi, spesso preziosi. Ma, spiegai a monsignore, mia intenzione non era ripetere il già detto né abbandonarmi a elevazioni spirituali o a considerazioni morali. Cose non solo legittime ma doverose, però fuori delle mie corde di cronista, di indagatore di storia, di persona consapevole che il Dio cristiano «se cache dans les détails», si nasconde nei particolari che vanno cercati con pazienza tra le pieghe degli eventi. Insomma: confermare la verità di quanto iniziato quel freddo giorno di febbraio, consolidare la base storica sulla quale, poi, costruire la riflessione spirituale. Se non è solido il gancio, come appendervi la collana delle considerazioni edificanti?

Gli anni, però, sono passati rapidi, per me troppo rapidi (anche per le nostre vite vale il principio della fisica: «motus in fine velocior») ed ecco quel 2008 che, quando esponevo al vescovo il mio progetto, sembrava quasi remoto, tanto che non ero affatto sicuro di arrivarvi vivo. Il giubileo è arrivato senza che sia riuscito a ordinare e limare come desideravo un materiale che, come mi capita spesso, ha l’inconveniente di essere troppo abbondante. Rivedendolo, mi rendo conto che il vecchio adagio de Maria numquam satis, di Maria non si dirà mai abbastanza, vale anche per quel luogo dove si è manifestata: de Lourdes numquam satis. Ogni volta mi stupivo – e mi stupisco, la ricerca continua del gorgo di indizi, di enigmi, talvolta di piccole e grandi scoperte che si cela dietro questa storia apparentemente molto semplice, pur nel suo mistero. Già in un libro precedente, “Ipotesi su Maria”, avevo dedicato alcuni capitoli alle apparizioni sul Gave, dando qualche saggio di quanto fosse inesauribile.

Comunque, se ho mancato i 150 anni, non vorrei mancare la possibilità di far parte ai lettori di almeno una parte dei risultati di una ricerca lunga, appassionata e appassionante. Così, a partire dal prossimo numero, quello di l’le, per un certo numero di puntate, sto “Vivaio” sarà dedicato ad alcuni “carotaggi” nell’enigma di una visita di Maria agli uomini che non esaurirà mai la sua attualità. Non si tratta, infatti, altro che del richiamo all’inizio stesso della predicazione di Gesù: «Convertitevi e credete al Vangelo! Preghiera e penitenza». È dunque essenziale esercitare anche qui quel lavoro apologetico, di ricerca cioè dei “motivi per credere”, che è al centro dell’interesse di questo nostro giornale. E che sarà al centro, ovviamente, di quel libro su Lourdes che da tanto tempo vagheggio e di cui, dunque, dirò qui da aprile almeno qualcosa in anteprima. Forse sbaglio ma, in coscienza, sono convinto che i lettori capiranno l’intenzione e, leggendo, non saranno troppo delusi.

Tanto per stuzzicare: perché – almeno per quanto agli uomini è possibile capire – perché l’inizio delle apparizioni avviene un giovedì? Perché un 11 febbraio, proprio nel giorno in cui, al mattino, nella chiesa di Lourdes, il parroco e i coadiutori avevano celebrato, seguendo il calendario della diocesi di Tarbes, la messa di santa Genoveffa, protettrice di Parigi e della Francia intera? E perché proprio nel 1858? Cominceremo, dunque, dal calendario scoprendo cose che, almeno a me, sono apparse sorprendenti. Spero che lo siano anche per lettori.

 

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Alessandro Galante Garrone

Un altro appunto che coinvolge in qualche modo il mio lavoro ma che, penso, può avere un significato che coinvolge molti. Mi arriva un grosso volume, edito da Laterza e scritto da Paolo Borgna: è una biografia di Alessandro Galante Garrone. Una sorpresa gradevole. Di questo celebre docente universitario fui allievo assiduo, in tempi ante Sessantotto, quando a seguire anche i luminari accademici, per giunta in una grande università come Torino, non si era in più di una ventina e si creava dunque, tra noi habitués, un forte senso di gruppo. Non solo allievo, comunque, visto che con lui relatore feci una tesi di laurea che seguì passo passo e la feci sul soggetto (in storia del Risorgimento) che mi aveva egli stesso suggerito. Galante Garrone era una delle icone più venerate del laicismo italiano: leader, sin dai tempi della Resistenza, di quel gruppo torinese di “azionisti” contrassegnati da un ferreo agnosticismo e da un altrettanto ferreo anticlericalismo. Gente che non è mai riuscita a sopportare la Conciliazio ne del 1929, secondo loro un vero tradimento di tutti gli ideali risorgimentali. Uomo generoso e affabile, malgrado un riserbo tutto torinese, Galante Garrone rimase prima sconcertato, poi amareggiato, del mio imprevisto passaggio al cattolicesimo. Me lo disse privatamente e poi, molti anni dopo, nel 1990, quando fui trasformato nel “mostro di Rimini” perchè accusato, al Meeting di CL, di «aver parlato male di Garibaldi», mi rinnegò pubblicamente come allievo in un editoriale sulla prima pagina de La Stampa.

lo, comunque, conservo di lui un ricordo affettuoso, pur consapevole che in lui – come in tutti gli intellettuali di prospettiva “giacobina” – viveva un moralismo inquietante che, come diceva Prezzolini, può indurii a mandarti sulla ghigliottina «per il tuo bene», per far di te un cittadino esemplare. Solo un credente nel Dio del Vangelo non mi stancherò di dirlo – può sperare di scampare alla tentazione di fare dell’etica, soprattutto sociale, un idolo cui sacrificare le persone concrete. Il giacobinismo può portare a ideologi che non conoscono la misericordia, il perdono, la tolleranza, il realismo che fa guardare con indulgenza ai limiti nostri ed altrui.

Ma, per tornare alla biografia pubblicata da Laterza, trascrivo qui quanto racconta Paolo Borgna: «Galante Garrone non amava parlare pubblicamente delle sue scelte religiose. Lo farà, eccezionalmente, cinquant’anni dopo il suo allontanamento dalla fede, in un’intervista concessa proprio al suo vecchio allievo Vittorio Messori per il mensile Jesus. Messori racconta che faticò parecchio per convincere colui che era stato il suo maestro a parlare di quell’argomento, considerato troppo intimo per poterne fare oggetto di una conversazione pubblica. Quando già erano seduti sulle poltrone del salotto di via Grattoni, Galante Garrone oppose un ultimo tentativo per sottrarsi all’intervista o, magari, dirottarla su un altro tema. Scrive lo scrittore cattolico: “Si sentiva affettuosamente violentato. Considerava l’argomento talmente privato da vergognarsi di parlarne. Aveva paura di denudarsi. Insomma, difendeva il suo impenetrabile agnosticismo”».

Ed ecco quella che per me è stata la sorpresa, sempre nelle parole del biografo: «Ma, studiando le carte lasciate da Galante Garrone, si scopre oggi che, tra le interviste e le centinaia di articoli a lui dedicati nel corso della sua lunga vita, egli conservò un’unica intervista: proprio quella a Messori sulla religione. Segno che, evidentemente, non si pentì di avere infine discusso di questo argomento con il suo vecchio allievo».

Morì non molto dopo il nostro faticoso incontro, sempre lucidissimo, a 94 anni. La sua fine fu laica come la sua vita: nessuna assistenza religiosa, funerali civili, cremazione, sobrie parole di antichi capi partigiani di “Giustizia e Libertà”, di vecchi politici e professori maestri di anticlericalismo. Eppure, nel cassetto conservava le pagine di quella lunga intervista per ottenere la quale mi ero quasi vergognato, tanto avevo insistito, mettendo in campo anche i “diritti” dell’antico, fedele discepolo che ero stato. Sono occasioni in cui meglio si comprende perchè ci sia vietato di giudicare. Dio soltanto «scruta i cuori e le reni».

 

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Aforismi

Adelphi ha pubblicato ora un’altra raccolta (Tra poche parole) degli aforismi di Nicolàs Gòmez Dàvila, autore di In margine a un testo implicito di cui parlammo qualche mese fa. Poiché molti mi hanno fatto sapere il loro interesse per il pensiero fulminante di questo cattolico al contempo antico e post-moderno, ecco qui qualcosa tratto dal testo appena apparso in italiano.

«La tragedia moderna non è la tragedia della ragione sconfitta bensì della ragione trionfante». «Il clero moderno si rassegna a credere nella divinità di Gesù solo perché comandò di amare gli uomini. In realtà, è solo perché crediamo nella Sua divinità che ci rassegniamo ad amarli».

«Molti amano l’uomo solo per poter dimenticare Dio con la coscienza a posto». «Il cattolico progressista vorrebbe restaurare il cristianesimo primitivo imitando il moralismo umanitario dei chierici miscredenti del Settecento». «Far infuriare l’uomo tipicamente moderno è indizio sicuro di avere visto giusto». «Essere cristiani alla moda consiste nel pentirsi non dei propri peccati ma del cristianesimo». «Il mondo rispetta solo il cristiano che non si scusa».

«Da due secoli il popolo ha a proprio carico, oltre a quelli che lo sfruttano, anche quelli che assicurano di essere i suoi liberatori. Il doppio peso gli incurva la schiena». «L’obbedienza del cattolico si è tramutata in una infinita docilità a tutti i venti del mondo». E, infine (ma si potrebbe continuare molto, molto a lungo): «Il cristiano moderno non chiede che Dio lo perdoni ma che Dio ammetta che il peccato non esiste».

 

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Gloria “eterna”

A proposito di citazioni “di sostanza”, eccone almeno una tratta dalle 640 pagine delle belle Memorie e digressioni di un italiano cardinale, di Giacomo Biffi, libro da raccomandare vivamente: «In morte di Stalin. Mi aveva colpito il titolo del quotidiano comunista italiano: “Gloria eterna!” si auspicava a caratteri di scatola al povero defunto. Un’eternità che è durata poco, neppure tre anni, sino al 25 febbraio 1956, quando Kruscev si è deciso a rivelarci ciò che già sapevamo; e cioè quale mostro di ferocia e di cinismo fosse stato l’antico seminarista ortodosso georgiano».

Mai fidarsi della “eternità di gloria” annunciata e promessa dal mondo.

Nel caso di Stalin quella “eternità” è durata poco più di mille giorni.

 

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Diario manipolato?

È a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso che Il diario di Anna Frank è uno straordinario best seller mondiale. Lo è tuttora e il boom non accenna a finire, favorito anche dalle “giornate della memoria” istituite da molti governi. È un libro che ha generato e che genera una tale massa di denaro (non solo per le vendite in libreria e ora su internet ma anche per adattamenti cinematografici, teatrali, letterari) che in Olanda è stata creata una apposita Fondazione, con legali, amministratori, contabili, bilanci sorprendenti.

È comunque ben noto che l’autenticità di quel volume è da sempre messa in discussione. Basta una “cliccata” su un motore di ricerca in Rete per imbattersi in dossier pieni di dati, date, note tesi a dimostrare, nei casi estremi, che una Anna Frank non è mai esistita o che, comunque, la sua storia è stata del tutto diversa. Molti altri non arrivano a tanto, ma denunciano manipolazioni, tagli, aggiunte fatti nel testo. Le contestazioni sono finite spesso in tribunale, con sentenze diverse a seconda dei giudici e dei Paesi in cui si sono tenuti i processi. È comunque certo, ed è ammesso anche da coloro che detengono i diritti di copyright sull’opera, che su quelle pagine si è davvero intervenuti e che delle modifiche sull’originale sono state davvero praticate.

Un’ammissione ufficiale di particolare importanza è stata fatta di recente. Si è cioè riconosciuto che, per non scandalizzare i lettori, erano state soppresse le fantasie omosessuali di Anna Frank. Così, si è intervenuti sull’originale e si è chiamata Peter la sua amica Jacqueline con la quale, scrive nel diario, ha spesso desiderato di fare sesso. Sono ambiguità che, spiegano gli esperti, contrassegnano l’età adolescenziale e che non significano che – se avesse potuto crescere, invece di morire a 15 anni nel Lager di Bergen-Belsen – Anna sarebbe diventata una lesbica.

Qui non si tratta di fare dello scandalismo né, tanto meno, di offendere la memoria di una sofferente. Si tratta, semmai, di denunciare quello che sembra uno sconcertante cinismo. Fino a quando l’omosessualità è stata riprovata, si è manipolato il testo del Diario, cambiando persino i nomi, per nasconderla ai lettori. Ma cambiati poi anche i tempi, con il trionfo del cosiddetto “orgoglio gay”, si è forse intuita la possibilità di fare della povera ragazzina una doppia icona in linea con lo spirito dei tempi: martire perchè ebrea ma martire anche perché omosessuale. Insomma: un triangolo giallo ed uno rosa. Il massimo del “politicamente corretto”. C’è solo da sperare che non sia stato davvero questo, come molti denunciano, il motivo del riconoscimento degli interventi manipolatori operati su quelle pagine.