TIMONE – Maggio 2009

“Bufale”

Anche per questo mese, concediamoci una delle consuete scorribande, frugando elle cartelle degli appunti.

Cominciamo smascherando alcuni luoghi comuni, accettati (come spesso capita) senza alcuna verifica.

Smettiamola, ad esempio, di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».

Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet, in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’lIluminismo. Questa frase edificante non è di Voltai re, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, EveIyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.

Se su Voltai re si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico Il di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.

Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.

Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici, subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi. Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Baie nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino. Il grande storico cattolico von Pastor, poi, ha dimostrato in modo inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il papato, visto che ci è stato dato».

Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». Mi stropiccio gli occhi. I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.

La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente: al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni nel Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista” .

 

 

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Intenzioni buone, risultati… meno

È una legge tanto enigmatica quanto implacabile che nessun “riformista” (e, meno che mai, “rivoluzionario”) vorrà mai riconoscere, ma che comunque agisce. Nelle cose umane, cioè, risolvere un problema vuoi dire crearne immancabilmente un altro, spesso più grave; e le migliori intenzioni, messe in pratica, producono non di rado effetti pessimi.

Mi viene in mente, tra infiniti altri, uno dei casi che iniziano il disastroso “interventismo statale” che ossessiona la modernità: il calmiere dei prezzi imposto dalla Rivoluzione francese nell’anno del trionfo della ghigliottina, il 1793. Nel disastro generale provocato da giacobini e soci, il costo dei generi di prima necessità era salito alle stelle e, soprattutto nelle città, il popolo non era più in grado di comprarsi di che mangiare.

Ecco allora le edificanti intenzioni del governo rivoluzionario: tutelare i poveri imponendo con la forza quello che fu detto le Maximum, cioè il massimo prezzo, il calmiere.

Ottimi propositi che, però, non provocarono l’abbassamento dei prezzi, bensì la sparizione delle merci e una terribile carestia per coloro che si volevano tutelare. Gli alimenti che non si trovavano più sui mercati erano disponibili alla borsa nera, a un prezzo moltiplicato rispetto a quello già alto di prima. Così, più che mai, solo i ricchi poterono continuare a mangiare e il popolo a soffrire la fame. La situazione migliorò soltanto quando ci si decise ad abrogare la “riforma” che si credeva benefica.

Se mi vengono in mente simili cose è perchè scopro, sui giornali, il “rovesciamento delle buone intenzioni” persino in quella cintura di sicurezza che ci obbligano ad allacciare ogni volta che saliamo in auto. Per il nostro bene, perbacco!, ci assicura l’inquietante “Stato etico”, quello che si dice pensoso della nostra salute.

Vedo però che lunghe e accurate ricerche sul campo hanno dimostrato che il risultato pratico è poi questo: ogni volta che aumenta per l’automobilista il senso di sicurezza (e le cinture lo danno, così come gli air-bag e altri congegni), aumentano anche gli incidenti. «Tanto, per male che vada, sono protetto», dice, inconsciamente, chi è al volante, schiacciando l’acceleratore. Dunque, non meno, bensì più vittime sulla strada ogni volta che il legislatore crede di aumentare la sicurezza imponendo obblighi ai motorizzati.

Un piccolo caso, forse. Ma esemplare di quel “rovesciamento” che dicevo. Quello, per fare un altro esempio e per restare tra le automobili, che fa sì che ogni limitazione del traffico in certi giorni (il sistema, ad esempio, delle targhe alterne: pari e dispari) provochi un grave balzo dell’inquinamento nei giorni seguenti. Quando, cioè, tutti si mettono in moto, tutti insieme, per recuperare il tempo perduto e provocano congestioni, rallentamenti, blocchi. La concentrazione delle emissioni causa una nube tossica ben più difficile da smaltire di quella consueta. Insomma, meglio che si calmino i tanti volenterosi per i miti sempre rinnovati delle “buone cause”.

 

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Elogio della imperfezione

È in qualche modo collegato a quanto ho appena annotato una riflessione sul filone editoriale – fiorente da sempre e oggi più che mai – costituito da libri di denuncia sul malfunzionamento del “sistema Italia”. C’è gente, soprattutto giornalisti, che ha costruito la sua fama e fortuna grazie a dossier che inveiscono contro gli sprechi e le irrazionalità del nostro sistema, invocando, anche loro, le solite “riforme”. Non è cosa soltanto italiana: una pamphlettistica simile fiorisce in ogni Paese, prosperano ovunque i vigorosi “denunciatori” delle deformazioni della cosa pubblica.

Ma è proprio questo, è la “denuncia” sistematica e indignata che mi fa problema, In effetti, sfoglio quelle pubblicazioni, naturalmente mi rammarico per certe situazioni, auspico che qualcosa migliori, ma non mi associo al coro dei benpensanti scandalizzati e non mi lascio impressionare più di tanto. Anzi, ne ricavo diffidenza verso gli autori di saggi simili.

In effetti, i nostri guai cominciarono quando degli intellettuali, nei salotti dei nobili o nel chiuso delle loro ricche biblioteche, cominciarono a pensare e a dire che la società doveva essere «organizzata secondo ragione». Fu, così, l’Illuminismo, poi la Rivoluzione, poi tutte le ideologie che sono seguite, sino ad oggi. Ogni schema metteva in conto non l’uomo concreto, come è, ma come dovrebbe essere per rispondere ai canoni di homo cogitans, di essere razionale, mostrandosi sempre e comunque un “cittadino esemplare”. E invece, alla società occorre guardare come all’insieme delle virtù e dei vizi, delle grandezze e delle miserie, della razionalità e della irrazionalità, delle onestà e delle disonestà che da sempre caratterizzano l’umanità e che sempre la caratterizzeranno. È l’imperfezione sociale che dobbiamo accettare, pur cercando ovviamente di ridurla, a cominciare ciascuno da se stesso, ma mettendo in conto che sarà sempre presente. È l’irrazionalità cui dobbiamo far posto, consapevoli – come la storia ha sempre mostrato – che le società che si vorrebbero sempre e solo razionali, nella loro organizzazione e nel loro funzionamento, finiscono nel loro contrario: creano, cioè, gabbie di folli dottrinari che perseguitano le persone “normali”.

Dunque, ho le mie ragioni (è il caso di dirlo) se non mi associo al coro dei tanti che si indignano perché il mondo degli uomini è, giustappunto, “umano” e non è un orologio che gira con impeccabile esattezza. È un “elogio della imperfezione” il libro che dovrebbe scrivere un cristiano, consapevole al contempo della redenzione e del peccato di origine, di cui la Croce ha vinto “il grosso”, ma le cui conseguenze persistono e persisteranno sino al ritorno del Cristo.

 

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Sindacati

Tra gli esempi di buone intenzioni che, realizzate, producono effetti imprevisti e ben poco entusiasmanti ci sono anche, va pur detto, le organizzazioni sindacali. Che, nate da idealisti generosi per difendere i lavoratori, si sono poi trasformate in una nomenklatura di funzionari che, per difendere potere e prebende (propri), ricorrono alla demagogia. Troppo spesso, al di là dei retorici proclami, capi e capetti dei presunti “amici dei più deboli” ne danneggiano in realtà gli interessi.

Ci pensavo anche leggendo, su un quotidiano locale, l’intervista al titolare della cattedra di medicina legale della succursale di Brescia dell’Università Cattolica. Spunto dell’intervista era quel drammatico problema delle morti sul lavoro sul quale, soprattutto di questi tempi, si sono scatenate le denunce sdegnate della Triplice, cioè delle intoccabili corporazioni sindacali. Denunce, naturalmente, a senso unico, contro i “padroni”, la loro avidità di guadagno, lo sfruttamento degli indifesi lavoratori. Ma il professore sui cui tavoli di marmo, all’obitorio, arrivano i cadaveri di quei morti, aveva cose inattese e scomode da dire.

Succede sempre più, cioè, che nelle salme siano riscontrate presenze massicce di droghe. In effetti, per aumentare i ritmi e i tempi del loro lavoro, i “cottimisti”, cioè coloro che fanno parte delle piccole imprese private, soprattutto nell’edilizia, si “fanno” di cocaina e di altri intrugli. Cui spesso, per aumentare l’effetto-bomba, aggiungono l’alcol. La produttività aumenta, il guadagno (individuale, sia chiaro, non a beneficio del “padrone”) pure, ma la droga cancella la percezione del pericolo, dà una impressione di sicurezza e l’esito è spesso l’infortunio, talvolta purtroppo mortale.

Un rimedio ci sarebbe, diceva al giornale il docente di medicina legale: sottoporre a periodici test tossicologici gli addetti alla miriade di piccole imprese edilizie che operano nel Bresciano. Vietando, dunque, il lavoro a coloro che si mettono in corpo quei pericolosi “additivi”. Ma quel rimedio è tenacemente ostacolato dai sindacati che si oppongono con sdegno a quei test, in nome – proclamano – della privacy e della “dignità dei lavoratori”. In realtà, come afferma lo stesso professore chiamato poi a sezionare i cadaveri, la motivazione vera del rifiuto è la demagogia delle nomenklature sindacali, per le quali – cinicamente – ogni infortunio sul lavoro è un motivo in più per inveire contro “il padronato”. Ogni diminuzione degli incidenti è, oggettivamente, una diminuzione del potere e della capacità di influenza dei sedicenti “rappresentanti dei lavoratori”. Insomma, ignoriamo queste storie di droga: chi lavora è sempre e solo una vittima dei malvagi capitalisti. Sennò, dove finisce lo schemino vetero-marxista e che fine rischia di fare il generoso sindacalista?

 

 

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Foibe

Vedo una triste classifica. Gli italiani gettati nelle foibe dagli sloveni e dai croati comunisti alla fine del~ la guerra sono molto più numerosi degli ebrei italiani morti nei lager tedeschi.

AI pari degli israeliti, anche le vittime nella ex Jugoslavia furono vittime di una “pulizia etnica”, di un “genocidio”, visto che l’intenzione degli assassini era di cancellare fa presenza italiana in Istria e in Dalmazia per lasciar posto solo agli slavi. Una vera e propria “soluzione finale”. Per essere gettati ancor vivi nelle cavità bastava l’etnia, non c’era bisogno di altre colpe. Eppure, sappiamo bene quale sia la presenza continua, pubblica, ufficiale, da molti decenni, del ricordo di quella che chiamano Shoah.

Mentre, sino a tempi recenti, delle migliaia e migliaia di vittime delle foibe era proibito persino parlare, visto che quei crimini erano stati compiuti non da soldati nazisti ma da partigiani comunisti.

Ma sì, la solita lezione amara della storia: i morti non sono tutti eguali, ce ne sono di quelli che “contano” molto di più di altri. I morti, lo si sa, non si contano ma “si pesano”.

 

 

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Tradizione

Suggestiva, e profonda, questa definizione che vedo attribuita a Gustav Mahler, il musicista austriaco di origine boema, accusato dagli “avanguardisti” di passatismo perché tenacemente legato alla Tradizione: «La Tradizione non è il ricordo delle ceneri. La Tradizione è memoria del Fuoco».